Le Merci e la Merceologia: passato presente e futuro
di Ottilia De Marco
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In Italia nel 1896 appare
la prima edizione di un testo di fondamentale importanza per la Merceologia
italiana, il Dizionario di Merceologia di Vittorio Villavecchia (1859-1937).
Villavecchia, pur avendo vinto una cattedra universitaria, proprio
nell’Università di Bari, ha svolto la sua attività professionale prevalentemente
come Direttore del Laboratorio Centrale delle Dogane e con la sua opera e la
alta statura scientifica ha, di fatto, determinato l’andamento degli studi
merceologici in Italia per oltre mezzo secolo.
Nelle prefazione del suo Dizionario egli dichiara di voler offrire "al
pubblico italiano un libro essenzialmente pratico ed alla portata degli
industriali, commercianti ed ufficiali tecnici dello Stato, e che perciò
racchiuda succintamente tutto quanto si riferisce alle svariatissime e numerose
merci, che sono oggidì oggetto di traffico e di commercio. Per arrivare a
codesto intento abbiamo riunito in una serie di articoli, ordinati
alfabeticamente, tutto quanto concerne i caratteri esteriori, le proprietà
fisiche e chimiche, la composizione, la provenienza, il modo di estrazione o di
produzione, le diverse qualità, le sofisticazioni, le alterazioni, i saggi
caratteristici, il modo di imballaggio, gli usi delle materie prime o gregge e
de prodotti manufatti che da queste materie derivano "(Villavecchia, 1929).
Vengono, in tal modo, confermati: l’interesse verso alcuni interlocutori
privilegiati che non sono i consumatori, la caratterizzazione marcatamente
descrittiva della Merceologia, l’attenzione per l’individuazione e la
prevenzione delle frodi.
Intanto, a mano a mano che le Scuole Superiori di Commercio si trasformano in
Facoltà universitarie economiche e commerciali, alla Merceologia rimane sempre
meno spazio e la disciplina da triennale diventa biennale e poi annuale. Le
merci, per converso, assumono sempre maggiore importanza e soprattutto si
diversificano sempre di più. E’ il periodo compreso fra le due guerre mondiali,
cioè quello legato alla scoperta di materie prime alternative e alla produzione
di merci con risorse interne a ciascun paese. E’ il periodo dell’autarchia
fascista in Italia, di quella nazista in Germania ma è anche il periodo in cui
nasce e si sviluppa negli USA il "Farm Chemurgic Movement". Ideato da William J.
Hale, un chimico della Dow Chemical Co., esso attrasse l’attenzione di uomini
importanti, a livello industriale come Henry Ford, a livello politico come Henry
Wallace e, a livello intellettuale come George Washington Carver. Il termine
Chemurgia, dal greco chemeia (chimica) ed ergon (lavoro), fu
coniato dallo stesso Hale per significare l’ottenimento di sostanze chimiche
industriali dai prodotti agricoli.(De Marco 1989).
Il fervore di idee e di iniziative fu interrotto dallo scoppio della II guerra
mondiale.
Fu soltanto intorno agli anni 50 che Walter Ciusa, professore di Merceologia
nell’Università di Bologna, con la pubblicazione di due libri (Ciusa, 1948 e
1954) destinati ai suoi studenti, diede un nuovo orientamento alla Merceologia.
Per Ciusa la disciplina doveva ampliare i propri interessi non limitandosi alla
semplice descrizione delle merci e delle loro frodi ma doveva occuparsi dei
cicli produttivi attraverso i quali le risorse naturali sono trasformate in
prodotti intermedi e in merci finali, dei rendimenti di trasformazione, della
destinazione dei vari prodotti.
Il pensiero di Ciusa fu ripreso e ampliato, nella ricerca e nella didattica da
altri merceologi (Calzolari, 1988 e1989) e la Merceologia passò quindi ad
analizzare il flusso dei materiali e di energia, attraverso l’economia,
assumendo un carattere decisamente tecnico economico.
Nel 1965, circa due secoli dopo la nascita della Tecnologia di Beckmann, fu
istituito nella Facoltà di Economia e Commercio dell’Università di Bari il primo
corso di Tecnologia dei cicli produttivi, autonomo rispetto alla Merceologia,
pur facente parte dello stesso settore disciplinare. Questa disciplina si è poi
diffusa in tutte le Università italiane, quasi sempre affiancata alla
Merceologia e, talvolta, soprattutto negli ultimi anni, al suo posto (De Marco,
1979 e 1987).
La nuova impostazione della Merceologia ha permesso di affrontare problemi
strettamente economici con un approccio differente ma molto significativo. Ad
esempio, studiando il processo produttivo di una merce, è possibile effettuare
un bilancio redatto in unità fisiche, piuttosto che in unità monetarie, e,
confrontando due merci che svolgono la stessa funzione, individuare quella che
risulta più "conveniente" sulla base della quantità di materia e di energia
impiegata per produrla.
I problemi che la Merceologia si trovò ad affrontare, in questo periodo, furono
anche quelli relativi alla produzione di merci nuove, ad esempio, quelle
provenienti dall’industria petrolchimica. Il boom economico che, ad esempio,
caratterizzò gli anni ’60 in Italia, coincise anche con l’apparizione dei primi
sintomi di degrado ambientale legato alla produzione e all’uso di alcune merci.
I detergenti sintetici, le materie plastiche, i fertilizzanti artificiali, i
combustibili fossili, soprattutto il petrolio, utilizzati in modo intenso, oltre
a creare vistosi problemi di inquinamento, posero anche l’attenzione su un
possibile, a breve termine, esaurimento di alcune risorse non rinnovabili.
D’altra parte il declino di alcune merci di provenienza naturale, a vantaggio di
altre sintetiche, si rifletteva negativamente sull’economia di alcuni paesi. Fu
quasi consequenziale, per il merceologo, occuparsi anche di questi aspetti
tecnico-sociali nello studio dei cicli produttivi, e offrire indicazioni, circa
la preferenza da dare nella produzione e nell’uso di una merce, basate su
diversi parametri di valutazione: tecnici, economici, sociali e ambientali.
Fu in questo periodo che Giorgio Nebbia, professore di Merceologia
nell’Università di Bari suggerì un nuovo ruolo della Merceologia: quello di
studio e insegnamento di Tecnologia sociale (Nebbia, 1968 a e b).
Le strette interrelazioni fra: risorse naturali – merci - ambiente furono così
studiate dal merceologo e la Merceologia si occupò, oltre che degli aspetti
tecnologici della trasformazione delle risorse naturali in merci, anche delle
conseguenze delle attività produttive sull’ambiente, dei problemi di
inquinamento, della quantità e qualità dei rifiuti generati, del loro
smaltimento e della loro eventuale possibilità di riciclo.
La Merceologia, dagli anni ’70 in poi, ha posto particolare attenzione
all’analisi del ciclo di produzione in termini di quantità ma anche di qualità
di ogni materiale utilizzato, sia esso bene economico (minerali, combustibili,
ecc.) o risorsa prelevata senza spesa dalla natura (aria, acqua, suolo, ecc.), e
delle emissioni (solide, liquide o gassose) generate in ogni fase del processo.
In altri termini, la Merceologia degli ultimi trenta anni, nella sua evoluzione,
ha sempre più avvertito la necessità di occuparsi delle merci, studiandone
l’intera "storia naturale", (Nebbia, 1991) e si è riconosciuta disciplina
capace, attraverso l’approfondimento delle conoscenze tecniche, di dare un
valido contributo, anche mediante una nuova interpretazione del concetto di
progresso e di sviluppo, alla formazione economica dei suoi diretti
interlocutori: innanzitutto gli studenti, i consumatori e gli operatori
economici.
Il periodo della evoluzione degli studi merceologici non è coinciso, però, con
quello di un suo maggiore riconoscimento né nel mondo accademico né in quello
della Scuola media superiore. Fino alla fine degli anni ‘60 la disciplina era
insegnata prevalentemente da laureati in Chimica e i corsi universitari erano
presenti soprattutto nelle Facoltà di Economia e Commercio e in qualche facoltà
di Chimica ma come Analisi merceologica o Chimica merceologica, con una
impostazione, quindi, prevalentemente analitica. Successivamente, fra i docenti
universitari è prevalsa la estrazione economico-commerciale, per cui la
disciplina ha risentito un po’ di questa doppia anima che spesso non è stata
compresa né apprezzata dai colleghi delle due facoltà interessate che ne hanno
con condiscendenza sopportato la presenza anche se erano coscienti che gli
argomenti trattati dalla Merceologia, soprattutto nelle Facoltà economiche,
avevano un forte impatto sulla società. L’insegnamento spesso da fondamentale è
stato reso opzionale; in molte sedi universitarie è addirittura scomparso o è
stato sostituito con quello di Tecnologia dei cicli produttivi che dagli
economisti e soprattutto dagli aziendalisti è ritenuto più accettabile.
La stessa cosa è avvenuta nelle Scuole medie superiori. La Merceologia era insegnata in alcuni Istituti Tecnici Commerciali, Industriali e in quelli Femminili da laureati in Chimica. Le riforme, sia pure parziali che in questi anni si sono succedute fino a quella totale della Scuola, da poco approvata e non ancora completamente applicata, hanno eliminato in parte o del tutto l’insegnamento della Merceologia.
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