Il genocidio armeno, 1915-1923

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Testimonianza di Henry Morgenthau, ambasciatore americano

Ambassador Morghentau's Story, Sterndale Classics, London, 2003

 

 

źAlla partenza, questi disgraziati assomigliavano ancora a degli esseri umani, ma dopo qualche giorno, quando la polvere della strada aveva imbiancato le facce e i vestiti, e il fango si era indurito sulle gambe e sui piedi, distrutti dalla fatica e annichiliti dalla brutalitÓ dei loro "protettori", avevano l'aria di animali strani e sconosciuti. Durante circa sei mesi, dall'aprile all'ottobre del 1915, quasi tutte le grandi vie dell'Asia Minore erano intasate da queste orde di esiliati. Si poteva vederle affollare le valli, o scalare i fianchi di quasi tutte le montagne, marciando e marciando sempre senza sapere dove, se non che ogni sentiero conduceva alla morte. Villaggi dopo villaggi, cittÓ dopo cittÓ, furono spogliati della loro popolazione armena, in condizioni simili.

Durante questi sei mesi, da quanto si pu˛ sapere, circa 1.200.000 persone furono indirizzate verso il deserto della Siria. "Pregate per noi", dicevano, abbandonando i focolari che 2.500 anni prima avevano fondato i loro avi. "Non torneremo mai pi˙ su queste terre, ma noi ci ritroveremo un giorno. Pregate per noi!". Avevano appena abbandonato il suolo natale che i supplizi cominciavano; le strade che dovevano seguire non erano che dei sentieri per muli dove procedeva la processione, trasformata in una ressa informe e confusa. Le donne erano separate dai bambini, i mariti dalle mogli. I vecchi restavano indietro esausti, i piedi doloranti. I conduttori dei carri trainati dai buoi, dopo avere estorto ai loro clienti gli ultimi quattrini, li gettavano a terra, loro e i loro beni, facevano dietro front e se ne tornavano ai villaggi, alla ricerca di nuove vittime. CosÝ, in breve tempo, tutti, giovani e vecchi, si ritrovavano costretti a marciare a piedi; e i gendarmi che erano stati inviati, per cosÝ dire, per proteggere gli esiliati, si trasformavano in veri carnefici. Li seguivano, baionetta in canna, pungolando chiunque facesse cenno di rallentare l'andatura. Coloro i quali cercavano di arrestarsi per riprendere fiato, o che cadevano sulla strada morti di fatica, erano brutalizzati e costretti a raggiungere al pi˙ presto la massa ondeggiante. Maltrattavano anche le donne incinte e se qualcuna, e ci˛ avveniva spesso, si accovacciava ai lati della strada per partorire, l'obbligavano ad alzarsi immediatamente e a raggiungere la carovana. Inoltre, durante tutto il viaggio, bisognava incessantemente difendersi dagli attacchi dei musulmani. Distaccamenti di gendarmi in testa alle carovane partivano per annunciare alle trib˙ curde che le loro vittime si avvicinavano e ai paesani turchi che il loro desiderio finalmente si realizzava. Lo stesso governo aveva aperto le prigioni e rilasciato i criminali, a condizione che si comportassero da buoni maomettani all'arrivo degli armeni.

 CosÝ ogni carovana doveva difendere la propria esistenza contro pi˙ categorie di nemici: i gendarmi di scorta, i paesani dei villaggi turchi, le trib˙ curde e le bande di cetŔ o briganti. Senza dimenticare che gli uomini che avrebbero potuto proteggere questi sfortunati erano stati tutti uccisi o erano stati arruolati come lavoratori, e che i malcapitati deportati erano stati sistematicamente spogliati delle armi. A qualche ora di marcia dal punto di partenza, i curdi accorrevano dall'alto delle loro montagne, si precipitavano sulle ragazze giovani e, spogliandole, stupravano le pi˙ belle, come pure i bambini che piacevano loro, e rapinavano senza pietÓ tutta la carovana, rubando il denaro e le provvigioni, abbandonando cosÝ gli sfortunati alla fame e allo sgomento╗

Testo tratto dal sito http://www.internetsv.info/. Agli operatori del sito va il merito della scelta e della traduzione

 

 

Una bambina morta durante la marcia forzata di donne e bambini armeni nel deserto

(Siria, 1915-1916, fotografia di Armin Theophil  Wegner, ufficiale medico tedesco)

 

 

 

 

 

Una sola umanitÓ, una sola pace. Tante nazioni, infinite guerre

 

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