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Il genocidio armeno, 1915-1923 Pagina 1 di 3 | seguente > |

Bambini abbandonati e bambini morti durante una 'marcia' di deportazione degli armeni
(Siria, 1915-1916, fotografia di Armin Theophil Wegner, ufficiale medico tedesco)
Il genocidio
armeno
Un popolo ancora umiliato da
chi dimentica una delle più grandi tragedie della storia
Gabriele Vecchione
Il genocidio armeno è stato il primo del
’900, nonché uno dei più dimenticati: Hitler lo prendeva a canone del massacro
che serbava in mente: “chi parla ancora oggi del genocidio degli armeni?”. I
responsabili sono rimasti pressoché impuniti, i manuali di storia hanno esitato
a raccontare ed il governo turco lo nega esplicitamente ancor’oggi.
Nel 1876 sale al sultanato ottomano Abdul Hamid II, detto anche Sultano rosso o
sanguinario, e si ritrova a guidare un impero in piena decadenza economica ed in
preda ad una grave crisi emorragica: non poche popolazioni a lui sottomesse,
spesso appoggiate da alcune forze europee, cominciano a reclamare indipendenza.
Contemporaneamente alle guerre in Bulgaria, in Romania, Serbia ed Armenia
cominciano azioni militari contro la popolazione armena ed il “Sultano
sanguinario” non perde occasione di incoraggiare l’eliminazione totale di questa
minoranza colta, ricca e cristiana da più di un millennio. Nel biennio 1894-96
reggimenti curdi denominati “Hamidiè”, prontamente obbedienti agli ordini
sultaniali, intraprendono il piano di soluzione finale. Questo il bilancio del
missionario tedesco Johannes Lepsius (1858-1926), testimone oculare: “2.493
villaggi saccheggiati e distrutti; medesima sorte per 568 chiese e 77 conventi;
646 villaggi convertiti all’Islam; 191 chierici uccisi barbaramente; 55
sacerdoti convertiti all’Islam; 328 chiese trasformate in moschee; 546.000
persone ridotte alla miseria e alla fame più totali”, oltre a 300.000 morti,
50.000 orfani e 100.000 rifugiati in Transcaucasia.
Gli armeni sono considerati il nemico interno, un vero e proprio cancro se non
una metastasi, agenti russi prezzolati contro l’impero ottomano, oltre che
ghiavur, nemici di religione.
Nel 1909 salgono al potere, promettendo la “Nuova Turchia”, uguaglianza e
fraternità a tutti i membri dell’impero ottomano, i “Giovani Turchi” del
Comitato Unione e Progresso, che ben presto però si mostrano furenti
nazionalisti panturchi e proseguono i massacri sistematici, già nell’aprile del
1909 stesso.
Con l’occasione della Prima Guerra mondiale ed il contestuale abbandono del
suolo turco da parte degli ispettori europei, la dirigenza del Comitato Unione e
Progresso incarica di disarmare tutta la popolazione: un buon pretesto per
armare i curdi, i circassi e i ceceni fornendoli delle armi requisite agli
armeni. Viene anche creata una struttura centrale, l’Organizzazione Speciale,
che deve coordinare l’attuazione del massacro. 250.000 soldati armeni vengono
indirizzati in “battaglioni di lavoro”. Nel novembre 1914 viene ufficialmente
dichiarata la Guerra Santa. Il 24 aprile 1915 l’intera intellighenzia armena
viene arrestata: “cominciano ad essere chiuse scuole, chiese, organizzazioni
religiose e le persecuzioni colpiscono tutti. Il governo turco cerca
immediatamente di «tagliare la testa pensante» agli armeni, quindi tutti gli
artisti, scrittori, giornalisti, liberi pensatori vengono perseguiti e
torturati” (T. Koguc, Breve storia del genocidio armeno, Quaderni del Cide).
Nella sola notte del 24 aprile muoiono 600 persone: man mano poi spariscono il
clero e la classe politica armena. Molti cristiani, come il vescovo Ignazio
Maloyan, affrontano il martirio con sereno eroismo.
A macchia di leopardo, in tutto il territorio turco, la popolazione esortata
alla Jihad compie violenze fisiche e psichiche, stupri, massacri, torture,
mutilazioni, umiliazioni, brigantaggio. Frattanto, i 250.000 soldati armeni
smobilitati scavano le fosse comuni dove, un poco alla volta, vanno a ‘riposare’.
Inizia la deportazione verso i deserti aridissimi della Siria e della
Mesopotamia settentrionale. Verso la fine del 1915 gran parte degli armeni ha
intrapreso il cammino forzato verso il deserto siriano di Der el Zor, punto di
morte certa. Convogli di 1.000 – 3.000 persone, già depurati dei maschi al di
sopra dei 15 anni che vengono passati immediatamente sotto l’arma bianca di
assassini preposti ad hoc, si decimano lungo il cammino, da affrontare senza
acqua né cibo. I pochi che arrivano sono cosparsi di carburante e bruciati vivi.
Nel 1916, abbinando tecnica e sangue freddo, “1.500.000 persone sono già state
trucidate” (G. Yeghiavan, Il genocidio armeno in AA.VV., L’eclissi della
bellezza. Genocidi e diritti umani, Fede & Cultura).
Quando ci si assuefà al male o al Metz Yeghern, il grande Male, come lo chiamano
gli armeni, ecco cosa si può arrivare a fare: il turco Djevdet Bey, detto anche
il maniscalco di Bashkalè, governatore di Van, fa inchiodare i ferri da cavallo
ai piedi delle vittime.
Chi riesce a scampare la barbara deportazione si rifugia nell’Armenia orientale
protetta dai russi: guerriglieri o bambini e donne aiutati da alcune tribù curde,
arabe o turche dal cuore magnanimo. Ma la rivoluzione bolscevica non aiuta gli
armeni fuggiaschi, sicché una grande avanzata turca, aiutata dalla ritirata
russa causata dal colpo di Stato leninista, viene fermata in extremis da una
mobilitazione generale presso Erevan.
La fine della guerra, la capitolazione ottomana ed il conseguente Trattato di
Sèvres del 1920 accordano l’esistenza di uno Stato armeno. Le potenze
dell’Intesa accusano la Turchia di aver compiuto crimini contro l’umanità e la
civiltà. I Giovani Turchi decidono allora di legalizzare il “momentaneo
trasferimento”, come viene chiamata la deportazione, accampando la scusa della
sicurezza nazionale messa a repentaglio dai presunti insurrezionalisti armeni.
Ora tutti i beni dei “trasferiti momentaneamente” vengono incamerati dallo
Stato; ora è lecito compiere violenze inaudite contro donne e bambini. La marcia
verso la città di Aleppo (dove avviene lo smistamento per il deserto) è
incorniciata nel quadro dell’orrore: cadaveri abbandonati e messi l’uno sopra
l’altro ai bordi della strada, uomini impiccati ai pali del telegrafo e agli
alberi, bambini gettati in acque profonde che diventano bersagli per i tiri di
fucile e pistole. Il “momentaneo trasferimento” è scandito dalla denutrizione
più totale, dalla disidratazione, dall’ibernazione, dalle epidemie, dalle
vessazioni dei predoni assunti dall’esecutivo turco. Vi è una sola speranza di
salvarsi: convertirsi all’Islam.
Il giovane ufficiale Mustafà Kemal “Ataturk”, Padre della Turchia, giunto al
potere, si prefigge di cancellare, ora una volta per tutte, la presenza armena:
lo dichiara pubblicamente il 23 aprile 1919. Dopo aver passato a fil di spada o
di machete o di arma da fuoco 400.000 persone con terribili brutalità e
rapidità, solo l’intervento della Russia sovietica che riprende a conquistare i
territori caucasici e subcaucasici ferma il violento contrattacco turco. La
minoranza armena sopravvissuta emigra in Cilicia (anche lì viene sterminata
dalle truppe kemaliste), poi in Siria e Libano. La modalità di morte è inedita:
vagoni ferroviari riempiti di donne e bambini, vengono ricoperti di carbone ed
incendiati. L’ultimo massacro è del 1922: a Smirne vengono massacrati greci ed
armeni. “La maggior parte del crimine del genocidio fu perpetrata dal sultano
Abdul Hamid II e dai dirigenti dei Giovani Turchi, fu però proprio Mustafà Kemal
Ataturk che lo portò a termine e compimento, incamerando tutti i beni nazionali
e personali della nazione armena” (G. Yeghiavan, op. cit.).
“Facendo una stima complessiva delle vittime del genocidio armeno, risultano
scomparse 2.000.000 di persone” (T. Koguc, op. cit.. Il numero delle vittime
varia nella valutazione di altri storici, ma resta impressionante anche tenendo
conto che portò allo sterminio quasi totale di quella popolazione).
La responsabilità politica del genocidio è stata accertata dalla Conferenza di
pace di Parigi nel 1920 ed è da attribuire: a Abdul Hamid II; al triumvirato del
Comitato Unione e Progresso composto da Talaat (ministro dell’interno e
responsabile giuridicamente, in quanto impartitore di ordini orali o
telegrafati) , Djemale ed Enver, ministro della guerra; ed infine a Kemal
Ataturk. Nel 1919 i principali responsabili del genocidio vengono condannati in
contumacia (giacché sono rifugiati per lo più in Germania) da un tribunale.
Ad oggi, il genocidio non è riconosciuto dal governo turco, che investe ingenti
somme di denari per prezzolare storici di corte che neghino l’evidenza dei
fatti. È vigente la legge del 1927 che vieta l’ingresso degli armeni in Turchia.
Il Ministero dell’istruzione organizza seminari di indottrinamenti per
professori e studenti. Il “momentaneo trasferimento” è spiegato in ragione della
pericolosità degli armeni, accusati di essere agenti al soldo dei russi: sicché
lo Stato turco si trova nell’inaccettabile condizione di dover continuamente
minimizzare il numero imponente di morti, di accampare necessità di difesa
dall’armeno destabilizzante, di scindere il massacro in singoli eccidi.
Dovremmo ricordarcene quando qualcuno invoca l'ingresso della Turchia
nell'Unione Europea.
Breve comparazione col genocidio degli
ebrei
Il genocidio che sembra “maggiormente assomigliare alla ‘soluzione finale’ fu il
tentativo turco di deportare gli armeni nel deserto siriano e di ucciderne il
maggior numero possibile” (G. Mosse, Storia del razzismo in Europa, Laterza).
Come la Shoah, fu “un’operazione realizzata durante l’emergenza della guerra”
con la chiara intenzione di “liberare una volta per sempre la Turchia da una
minoranza irrequieta”, paritetica alla volontà hitleriana di annientare la
minoranza ebraica del Reich. Una chiara analogia tra i due genocidi è la
deportazione: quello ebraico in vagoni bestiame o in camion a gas, quello armeno
a marcia forzata.
Entrambi i massacri furono coordinati ed eseguiti da una commissione centrale
pianificatrice, ma se in quello perpetrato dai nazisti l’elemento razziale fu
centrale e predominante, questo mancò nel genocidio armeno: si è visto, difatti,
come “la conversione all’Islam era un mezzo per sopravvivere”. Inoltre, nel
genocidio degli ebrei la burocrazia, la tecnica e la modernità furono utilizzate
con la massima efficienza, ma altrettanto non si può dire per il massacro
armeno.
Un’ultima, agghiacciante analogia è data dagli esperimenti di medicina empirica
condotti su “cavie umane”: se “gli ebrei dei ghetti e dei campi erano diventati
l’oggetto del fanatico interesse di Himmler” per testare quanto un uomo potesse
resistere senza acqua e cibo, quanto freddo potesse sopportare un corpo umano,
per provare l’effetto di droghe sulla coagulazione del sangue ed anche per
sperimentare nuove tecniche di sterilizzazione coatta, così il governo turco
autorizzò “Hamid Suat (padre della batteriologia turca) a condurre esperimenti
sugli armeni per vedere la reazione del corpo umano contagiato da un virus,
quale, ad esempio, il tifo” (T. Koguc, op. cit.).

Due ragazzi armeni morti di fame e di fatica durante una marcia forzata
(Siria, 1915-1916, fotografia di Armin Theophil Wegner, ufficiale medico tedesco)