Il meccanismo d'azione



Fino a tutti gli anni '50, l'ASA è stato l'emblema del farmaco certamente efficace ma di cui si ignorava il meccanismo di azione: il suo uso terapeutico, di conseguenza, è stato giustificato per molto tempo dall'evidenza dei risultati ottenuti e dagli effetti collaterali relativamente modesti piuttosto che dai dati di conoscenza disponibili. Nel 1963 un farmacologo inglese, il professor Collier, ha avanzato per la prima volta l'ipotesi che l'acido acetilsalicilico interferisse con i meccanismi di difesa dell'organismo e che per questo motivo fosse efficace.
Da allora sono stati fatti rapidi passi avanti nello studio dell'attività biologica del farmaco, che sembra soprattutto legata alla sua capacità di inibire la sintesi delle prostaglandine, un gruppo di sostanze naturali scoperte negli anni 30. Queste proteine sono presenti non soltanto nella prostata, come si credeva all'inizio, ma in moltissimi tessuti e soprattutto nel tratto gastrointestinale, nei bronchi, nell'utero, nel cervello e nel sistema cardiovascolare. Hanno una vita brevissima (da qualche secondo a 3 minuti) ma, rinnovandosi continuamente, influiscono su molte funzioni organiche (per esempio sull'apparato respiratorio, sulla secrezione gastrica, sulla pressione arteriosa, sull'aggregazione piastrinica, sulla permeabilità vascolare, ecc.).
La loro quantità aumenta enormemente in caso di infezioni o lesioni: in queste circostanze un grande numero di prostaglandine dà il via ad una cascata di reazioni biologiche (per es. un maggior afflusso di sangue) che costituiscono i meccanismi con cui l'organismo reagisce alle più comuni emergenze.
Nel 1971 è stato dimostrato definitivamente che l'acido acetilsalicilico riduce nell'organismo la produzione delle prostaglandine. Sciolti nel sangue, i componenti dell'acido acetilsalicilico catturano infatti un enzima, la ciclossigenasi, che viene attivato da molte situazioni patologiche e che è comunque necessario alla sintesi organica delle prostaglandine: l'attività anti-prostaglandine dura qualche ora e costituisce tuttora la spiegazione principale, anche se non l'unica, del fatto che il dolore, l'infiammazione e la febbre vengono attenuate dall'assunzione di acido acetilsalicilico. Viene confermata così anche la natura sintomatica di questo farmaco: esso agisce sulle manifestazioni della patologia non sulle sue cause (per esempio l'infezione o la degenerazione delle cartilagini).
"Prendere un'aspirina", dunque, aiuta a sopportare meglio la malattia ma non serve a guarirla.
Pressapoco negli stessi anni hanno inizio gli studi sull'attività "anti-aggregante" dell'acido acetilsalicilico; una serie di osservazioni prima di laboratorio poi cliniche che hanno dato alla vecchia aspirina una seconda, gloriosa giovinezza. Al centro di queste indagini l'attività dell'acido acetilsalicilico sulle piastrine, le più piccole tra gli elementi corpuscolati del sangue. Le piastrine giocano un ruolo di straordinaria importanza nel processo di coagulazione del sangue (o emostasi): sono loro, infatti, che in risposta a una ferita o a una lesione interna, si aggregano fino a formare un vero e proprio "tappo" capace di arrestare l'emorragia. I meccanismi di azione attraverso i quali l'acido acetilsalicilico influisce sui processi della coagulazione sono molto complessi e non ancora perfettamente chiari. L'ASA, interferendo col metabolismo della ciclossigenasi (enzima che regola la produzione di fattori proaggreganti ed antiaggreganti piastrinici) modifica l'equilibrio dell'emostasi primaria con un prevalente effetto anticoagulante.
Nel 1982 il Nobel conferito a Bergstrom, Samuelsson e Vane è stato il riconoscimento più solenne dell'importanza teorica degli studi di questo tipo.