Storia della Cartografia

Alessandro Bagioli


< precedente | pagina 2 di | seguente >

Indice della Storia della Cartografia


Carte geografiche di popoli primitivi
 

Sembra che un certo stimolo a favorire la redazione di mappe sia associabile alla propensione di certe comunità al movimento, allo spostarsi dal luogo d'origine. La tendenza di alcuni popoli primitivi al nomadismo deve aver affinato la loro attitudine a tracciare mappe.

Il mezzo sul quale sono state redatte la maggior parte delle mappe primitive è la pietra o il legno. Osso e pelli sono rari. La pittura su rocce si ha in tutto il mondo. Molte di queste pitture su roccia contengono, oltre ad animali, scene di caccia e, qualche volta, anche schemi che sono stati interpretati da alcuni come diagrammi geografici. In caverne di Schafthausen sono state trovate delle tavolette di osso con un network di linee, ma non si è potuto dimostrare al di là di ogni ragionevole dubbio che si tratti proprio di mappe.
 

Mappe incise su corteccia d’albero, principalmente corteccia di betulla sono molto comuni in Siberia, tra gli Esquimesi e tra gli Indiani del Nord America. Possono essere facilmente trasportabili e questo fatto contribuì alla loro diffusione. Si è osservato che alcune tribù indiane avevano uno speciale talento per le mappe. Molti Indiani, malgrado fossero incapaci di leggere, riuscirono facilmente a identificare nomi di fiumi, di valli, di monti su mappe europee. Un missionario gesuita, J.F: Lafiteau, riportò di aver osservato una grande quantità di queste mappe.
 

Gli Eschimesi furono probabilmente gli unici a tentare di redigere mappe indicanti i rilievi. F.W. Beechey ebbe la prova di ciò nel 1826 tra gli Eschimesi occidentali dello Stretto di Bering. Egli diede una descrizione di come essi tracciavano sulla sabbia di Kotzebue un modello in rilievo del litorale. “Prima marcavano la linea di costa. Poi indicavano le montagne e le colline, poi le isole, rispettando le proporzioni. Una volta segnate le montagne e le isole, marcavano i villaggi con dei pezzi di bastone piantati verticalmente. Dopo un po’ di tempo diedero una completa pianta topografica della zona”.

 

Bastone eschimese intagliato per rappresentare la costa



Le culture antiche messicane che gli Aztechi ereditarono dai predecessori Maya e Toltechi, erano molto sviluppate quando gli Spagnoli arrivarono. Le mappe erano disegnate con facilità tale da poter essere usate anche da stranieri. Nel 1520, descrivendo all’imperatore Carlo V un colloquio che aveva avuto con Montezuma, Hernan Cortés precisava come, avendo richiesto a Montezuma informazioni sulla possibilità di trovare dei porti di rifugio per le sue navi, il re Montezuma gli fece avere in pochissimo tempo una carta della costa dipinta su stoffa. Queste mappe erano dipinte su materiale estratto da fibre di agave. Altre erano su corteccia di fico e altre ancora su pelli trattate. In seguito, nel 1526, gli inviati di Tabasco e Xicalango redassero per Cortés una carta dell’intera regione “con la quale io ritenni che mi potevo tranquillamente spostare per la gran parte di essa”. Infatti, si estendeva fino a Panama e lo guidò nel suo difficoltoso viaggio fino all’Honduras.


Quasi tutte le mappe andarono perdute a causa della furia distruttrice dei preti spagnoli. Soltanto due reliquie di cartografia pre-colombiana sono state preservate, con alcune mappe redatte da nativi nel periodo seguente. Ed è su queste che si basa il nostro giudizio sulla cartografia messicana. Mentre nelle mappe redatte dopo la conquista si ha qualche influenza europea, esse mantengono i simboli tradizionali della cartografia primitiva. Sicché le mappe del cosiddetto Codice Tepetlaoztoc, malgrado siano state redatte su carta europea, fanno uso di una simbologia esattamente eguale a quella dell’antico Messico
 

 

 

 

 


Indice di Storia delle Scienze Sperimentali

Indice di Storia dell'Informatica

Indice di Storia della Chimica