GUARIRE CON L’AIUTO DEGLI DEI (SPECIE DELLA DEA FORTUNA)

Sciamani, filosofi e vecchie comari nella medicina classica

 

 

 

Quando qualche zio o qualche nonno si lamenta dell’incompetenza dei dottori di oggi, consolatelo e raccontategli delle condizioni ben peggiori in cui si trovavano i poveri greci. Se essere malati non è mai una cosa piacevole, a quei tempi poteva risultare addirittura fatale.

 

Innanzitutto non esisteva la figura del medico così come la intendiamo adesso. Non essendoci scuole di medicina né controlli di alcun tipo, chiunque poteva esercitare la professione, cioè farsi pagare per visitare e curare gli ammalati. Così al capezzale di un appestato potevate trovare un guaritore, uno sciamano, un dotto filosofo, una vecchia comare o un esorcista. E la cura sarebbe stata, di volta in volta, l’applicazione di una qualche pomata miracolosa, una pratica magica, un salasso, un decotto di radice o l’invocazione degli dei. Nessuna di queste, manco a dirlo, avrebbe portato il benché minimo sollievo all’ammalato.

 

 

Un uomo-della-medicina che opera una protezione per gli uomini della sua gente

 

Se il paziente moriva pazienza, era un fatto così comune che neanche si dava più la colpa al “medico”. Nel caso contrario, molto meno frequente, la notizia si diffondeva in città procurando altri clienti. Il successo di un “medico” era così spesso dovuto più a poche guarigioni fortunate che alla sua effettiva capacità di curare i malati. E talvolta sulla fama di uno si formavano delle vere e proprie dinastie di guaritori, all’interno delle quali i segreti dell’arte medica si tramandavano di padre in figlio.

 

Per chi non apparteneva a queste famiglie non c’erano altre possibilità di imparare se non rimediando qualche informazione qua e là e affidandosi all’esperienza personale, fatta ovviamente sulla pelle dei poveri malati. La maggior parte di questi scarni e quasi sempre sbagliati rudimenti di medicina, anatomia e farmacologia venivano trasmessi per via orale, e state sicuri che strada facendo diventavano tutt’altro. Così un rimedio contro l’intossicazione diventava una cura contro i reumatismi e viceversa, con i risultati che potete immaginare! Chissà però... viste le conoscenze dell’epoca, la cura contro l’intossicazione magari guariva anche (o soltanto!) i reumatismi.

 

A peggiorare le cose c’era il fatto che gli stessi termini medici non sempre erano -e non lo saranno per parecchi secoli- gli stessi. Cambiavano da libro a libro, da città a città, perfino da medico a medico. Ognuno aveva i propri metodi per curare, ma anche i propri nomi per indicare sintomi, parti anatomiche, malattie. In questo modo anche lo scambio di informazioni tra i medici -ammesso che ve ne fosse, essendo tutti molto gelosi dei segreti della loro arte- era molto limitato. Così se un’epidemia di tifo si ripresentava dopo 100 anni, o semplicemente a 100 chilometri di distanza, prima di essere riconosciuta aveva già falciato metà della popolazione. E dopo essere stata riconosciuta falciava l’altra metà: erano così poco efficaci i rimedi!

 

 

Ippocrate in un affresco del XIII sec. Anagni Cripta del Duomo

 

Nonostante questa situazione poco allegra qualche tentativo di mettere insieme dei manuali di medicina fu fatto. La più importante raccolta in questo senso è l’“Hippocraticus Corpus” del IV secolo a.C., una sessantina di trattati che affrontano diversi aspetti della pratica medica. La causa delle malattie viene generalmente attribuita allo squilibrio tra i quattro fluidi del corpo umano, ognuno associato ad una stagione, un sentimento umano o uno dei quattro elementi acqua, aria, terra e fuoco. Curare vuol dire ristabilire l’equilibrio: da qui le prescrizioni di salassi, purganti e diete particolari che avrebbero dovuto eliminare i fluidi in eccesso. Ma che cosa avevano a che vedere le stagioni o i quattro elementi  con le malattie? Niente, ma i greci erano fatti così, preferivano la filosofia e il ragionamento all’osservazione e all’esperimento, e soprattutto amavano trovare analogie in tutto ciò che li circondava. Così facendo prendevano però grosse cantonate, basti pensare all’anatomia. Invece che dedicarsi ad aprire i corpi e vedere come erano fatti dentro, i greci preferivano ragionarci sopra e paragonare l’occhio a una lanterna, lo stomaco a un forno, e così via. Risultato? Le conoscenze su ossa e organi interni nell’antica Grecia erano vaghe e insufficienti. E’ per questo che il ricorso alla chirurgia era limitato a pochi casi veramente disperati: la morte era infatti quasi certa, e altrettanto dolorosa che senza operazione.

 

 

Ippocrate e Democrito rappresentati da Claes Moeyaert nel 1636

Il medico Ippocrate è in piedi, paludato da ricchi abiti. Il filosofo Democrito, quasi ignudo, è pensoso.

 

Ecco che se per la pratica medica regnava l’improvvisazione, nel campo della teoria ci si affidava più alle riflessioni filosofiche che all’analisi accurata dei casi. Un disastro, insomma. La guarigione o il peggioramento delle condizioni del malato dipendevano quasi interamente dalla fortuna. E allora quasi quasi facevano bene i greci ad affidarsi tanto a un dottore che a un oracolo: magari con l’oracolo andava loro meglio...