LA MUSICA DIVINA DEI PIANETI

Il mistico Keplero e le leggi dell’astronomia

 

  

 

 

Brutto mestiere quello dell’astronomo di fine ‘500: ore e ore al freddo della notte, a osservare ad occhio nudo le stelle e prenderne le misure con astrolabi e altri complicati marchingegni, e quindi impantanati in lunghissimi calcoli per stabilirne la posizione durante tutto l’anno.

 

Di queste due cose Keplero, che pure fu il più grande astronomo di tutti i tempi, fece solo la seconda. Era miope, e non sarebbe stato capace di distinguere una stella da una lucciola. In compenso era uno scrupoloso e instancabile matematico, capace di portare avanti calcoli complicatissimi anche per giornate intere. E a quell’epoca -naturalmente- non c’erano né computer né calcolatrici.

 

 

Johannes Kepler (1571-1630)

 

La fortuna del miope Keplero fu quella di diventare assistente di Tycho Brahe, un famosissimo ed esperto astronomo, così abile che il re di Danimarca gli aveva regalato un’intera isola per trasformarla in osservatorio. Grazie alla precisione delle osservazioni di Tycho e alla propria perseveranza nei calcoli matematici Keplero fece delle scoperte rivoluzionarie, quelle che studiate come le tre leggi di Keplero. La più importante afferma che i pianeti si muovono descrivendo una semplice ellisse: era questa semplice figura geometrica -una circonferenza un po’ schiacciata- quella da secoli cercata dagli astronomi di tutto il mondo per le orbite dei pianeti! Il moto dei pianeti diventava di una semplicità e di un’armonia mozzafiato, ora che non c’era più bisogno di ricorrere alle tortuosissime costruzioni geometriche usate fino a quel momento da tutti gli altri scienziati, Galileo e Tycho inclusi.

 

Eppure i calcoli di Keplero vennero snobbati da tutti. C’era un motivo, ovviamente: voi vi sareste fidati delle conclusioni di un personaggio che, tra una formula e l’altra, si metteva a discutere delle anime dei pianeti? Che aveva trovato delle relazioni matematiche tra le orbite dei pianeti simili a quelle esistenti tra le note della scala musicale, e parlava di una “musica divina dei pianeti”? Un tipo poco serio, non affidabile. D’altronde anche la famiglia era di dubbia reputazione: sua madre era stata in prigione per un anno e per un pelo non era stata bruciata sul rogo come strega, coll’accusa di sortilegio, magia nera, e traffico di teschi umani... Come fidarsi di uno scienziato così?

 

In realtà Keplero non era né uno stregone né tantomeno un pazzo. Era soltanto un astronomo che, al contrario di quello che avrebbe predicato Galileo da lì a pochi anni,[1] non si accontentava di scoprire le leggi matematiche della Natura (il come), ma ne cercava le spiegazioni “metafisiche” (il perchè). Era razionale e mistico allo stesso tempo, appassionato di astronomia come di astrologia, soprattutto affascinato dall’ordine che sprigionavano i cieli, quell’armonia che lui stesso aveva contribuito a rivelare con le ellissi. Ed era convinto che dietro quell’armonia celeste si nascondesse la chiave per comprendere i segreti dell’universo. 

 

 

Le sfere celesti concepite da Keplero

 

Per qualunque altro scienziato le tre leggi non rappresentavano che delle comode espressioni matematiche per calcolare le orbite dei pianeti; per lui quelle formule, così lineari ed eleganti, significavano qualcosa di più: erano la rivelazione della perfezione di Dio. In fondo Keplero è figlio di un’epoca in cui religione, superstizione, magia, scienza, poteri naturali e occulti vivono ancora gomito a gomito[2]; è Galileo che sarebbe dovuto apparire strano, non lui!

 

Purtroppo per Keplero l’astronomia stava cambiando volto, e in fretta, e non poteva più accettare le sue teorie. Troppe divagazioni misticheggianti, troppi “perché”. E anche troppa matematica: i suoi scritti erano terribilmente complicati, e pochissimi erano in grado di capirli! Le tre leggi più importanti della storia dell’astronomia resteranno così dimenticate per quasi un secolo, finché Newton non le riscoprirà e le ingloberà nella sua teoria della gravitazione.[3]

 

Buffa sorte quella di Keplero, apprezzato in vita più dai cortigiani per gli oroscopi che compilava, che dai colleghi astronomi per le sue scoperte scientifiche. E la fama arrivò solo quando la sua opera fu ripulita di tutti quegli elementi mistici che lui considerava come la parte più preziosa e originale di tutto il suo lavoro. Rimasero i suoi pianeti, giganteschi magneti la cui velocità dipendeva dalla distanza dal sole; ma erano diventati muti, non generavano più quella divina armonia al cui studio aveva dedicato tutta una vita.

 

 



[1] Vedi “Osservazioni e esperimenti dell’eretico Galileo”.

[2] Vedi “Pietre filosofali ed elisir di lunga vita”.

[3] Vedi “Il re scorbutico della scienza”.