Novità nell'inventario epistemologico

 

 

 

Un tratto distintivo dei grandi teorici è l'uso critico e innovativo dello strumentario epistemologico che l'epoca mette a loro disposizione. In tempi di rapido sviluppo della base sperimentale la gerarchia secondo cui sono privilegiati i diversi strumenti conoscitivi può mutare nell'impiego di uno stesso Autore. Dumas fra il 1826 e il 1836 oltre ai «modi di combinazione dei corpi» (sempre al primo livello gerarchico) impiegò tre altri «ferri» epistemologici: l'ipotesi di Avogadro e Ampère, la regola di Dulong e Petit e l'isomorfismo di Mitscherlich; in questo breve periodo l'ipotesi fondamentale sui gas precipitò dal secondo all'ultimo posto, mentre i dati cristallografici ebbero una promozione di significatività dal quarto al secondo livello (8). Una ventina d'anni dopo Cannizzaro inaugurava una nuova epoca della chimica ripristinando il valore conoscitivo dell'ipotesi di Avogadro e Ampère, mantenendo saldo quello dei calori specifici dei solidi e ignorando l'isomorfismo (9). Nel 1871 anche Mendeleev da sull'isomorfismo un giudizio netto: «In generale si deve notare che l'isomorfismo offre solo un debole [punto d'appoggio a conclusioni sulla composizione atomica dei corpi» (173). Questa valutazione era resa necessaria dal fatto che berillio e zirconio davano ossidi isomorfi con l'allumina, forma di combinazione caratteristica del III gruppo, mentre essi erano stati classificati, rispettivamente, al II e al IV gruppo. Anche per i calori specifici, che Mendeleev aveva studiato in modo approfondito (10), le cose non andavano meglio, in quanto non sempre i risultati erano netti, sia per i corpi semplici sia per quelli composti. Di qui una conclusione importantissima: «Per un giudizio sul valore dei pesi atomici rimangono in definitiva solo due criteri solidi: la determinazione della pressione di vapore di molti composti di un dato elemento, e più ampi criteri di natura puramente chimica (ibidem ....). La capacità termica e l'isomorfismo devono essere considerati solo dei mezzi ausiliari» (173). A tredici anni di distanza Mendeleev non ha più la fiducia di Cannizzaro per l'uso dei calori specifici dei composti, così deve approntare dei nuovi selettori capaci di determinare il multiplo dell'equivalente (rispetto per esempio al cloro) da assumere come peso atomico nel caso estremamente diffuso di elementi che non davano composti (allora) volatili. La «regolarità periodica» deve diventare una guida sicura, ma per esserlo si devono trame contestualmente dei «mezzi abili», passibili di un uso quantitativo. Questi mezzi sono il concetto di Verbindungsform e la relazione di Atomanalogie.

Abbiamo visto nella sezione precedente che le Verbindungsformen vengono introdotte senza specifiche definizioni fin dall'inizio del primo capitolo. La loro comparsa avviene con un debole rinvio alla teoria della valenza: « Na e Li, Mg e Be, C e Si, O e S ... danno ... eguali forme di composti, posseggono, come si usa dire, la stessa atomicità» (140); poi il loro uso si sviluppa m modo simbolico e operativo. Le serie di elementi ordinati secondo il crescere del peso atomico danno delle serie di forme del tipo RH4, RH3, RH2 ... (o le analoghe con ossigeno) (141); « PCI5, POCI3, P2O5, PO(OH)3 ... corrispondono alla forma PX5», «Alla forma SX6 non corrisponde nessun idrato stabile S(OH)6 ... questo per eliminazione di2O passa a SO2(OH)2» (142).

Con questi esempi d'uso Mendeleev comunica al lettore un vasto contenuto semantico, accettabile al punto di poter impiegare le Verbindungsformen come «nomi» delle colonne della seconda tavola periodica pubblicata nell'articolo. Solo molto più avanti nell'attacco conclusivo alla teoria della valenza, il chimico russo esporrà una «concezione generale delle forme di combinazione chimica (222, corsivo nel testo). Si tratta dei «principi» di sostituzione, di limite e di periodicità: il primo pone come equivalenti in una forma tutte le bipartizioni possibili fra gli atomi («sono H2 e O fra di loro equivalenti, HO—H, СНэ—Н ...»); il secondo stabilisce che almeno uno dei frammenti molecolari di una decomposizione si può combinare con qualsiasi altra molecola «equivalente» all'altro frammento [«C2H4 ottenuto da C2H6O per eliminazione di una molecola H2O, si può combinare con CI2 (equivalente a H2O)» (11)]; il terzo recita: «le forme di combinazione più elevate di un elemento con idrogeno e ossigeno ... sono determinate dal [suo] peso atomico, di cui esse sono una funzione periodica» (ibidem). Il periodische Princip delle forme di combinazione è ovviamente quello più sfruttato da Mendeleev in ogni parte della sua trattazione, compresa la confutazione di molti aspetti in voga della teoria della valenza. La relazione di Atomanalogie può essere espressa con una certa nettezza all'interno del sistema periodico e va notato che senza di essa molte delle conseguenze del sistema stesso non sarebbero state apprezzabili in modo quantitativo. La presentazione formale deve essere intesa sulla base delle serie della II tabella periodica. Se la posizione dell'elemento R è data da questo schema:

 

serie di ordine n -2

 X’

  R’

 Y’

serie di ordine n

X

R

Y

serie di ordine n +2

  X”

  R”

  Y”

 

 

allora secondo Mendeleev «l'analogia atomica di un elemento [è] il rapporto che lega R a X e Y da una parte e a R' e R" dall'altra; così As e Br .. e S e Te sono gli analoghi atomici di Se» (165, corsivo nel testo). L'uso che viene fatto di questa relazione è flessibile e continuo; già il suo primo impiego è spettacolare in quanto riguarda la posizione del berillio nel sistema periodico. Le formule allora alternative per l'ossido di berillio erano BeO e Be2O3; nel primo caso il peso atomico sarebbe stato 9,4 e l'elemento si sarebbe collocato nel II gruppo, nel secondo caso (peso atomico = 14,1) il berillio sarebbe stato balestrato accanto all'azoto, con proprietà nettamente acide e possibilità di ossidi superiori stabili (proprietà e possibilità non realizzate). A questo punto le caratteristiche del berillio vengono collocate nel sistema degli elementi con tre serie di rapporti:

Be : Li = B : Be

Be : Mg = Li : Na = B : Al

Be : Al = Li : Mg = B :Si

le ultime relazioni, veramente oblique, sono una risposta all'isomorfismo fra ossido di berillio e allumina: «Se, malgrado la differenza di formule degli ossidi, l'ossido di berillio corrisponde per molti aspetti all'allumina, pure Li2O e MgO posseggono proprietà analoghe ed è la medesima cosa per Be2O3 e SiO2» (166). Un altro caso di flessibilità della relazione di Atomanalogie sì trova a proposito del tallio, un metallo scoperto nel 1861 e definito da uno dei suoi scopritori «il metallo paradossale, l'ornitorinco dei metalli» per le sue caratteristiche contraddittorie (12). Il tallio viene collocato nel III gruppo, IIa serie, e in questo gruppo l'unico suo analogo con peso atomico assegnato in modo indiscutibile è l'alluminio. Un caso delicato, perché «l'ossido di tallio Tl2O3 presenta poche analogie con l’allumina», ma Mendeleev taglia corto: «... la proporzione

TI : Al = Hg : Mg = Pb : Si

è sufficiente per essere convinti che quello è proprio il posto naturale del tallio» (169). Siamo di fronte all'uso un po' sfuggente di una vera antianalogia! Da un punto di vista metodologico l'Atomanalogie porta a una comprensione/previsione delle proprietà chimiche di un elemento ponendolo tra gli altri in due modi diversi: nella serie e nel gruppo. Sono questi due insiemi i cui membri (ordinati) cambiano le proprietà chimiche in modo discontinuo (nelle serie) e continuo (nei gruppi). Questa relazione getta quindi un ponte quantitativo e/o analogico fra due caratteristiche apparentemente inconciliabili del sistema degli elementi: la scansione per numeri interi delle forme di combinazione (XY, XY2, XY3 ...) e il variare molto più uniforme di molte proprietà fisiche e chimiche (13). Da un punto di vista retorico l'Atomanalogie permette a Mendeleev dei veri e propri capolavori, come quando discute per quattro pagine (174-178) il peso atomico dell'indio (altro casus belli dell'epoca). Il nostro Autore vuole dimostrare la piena funzionalità del suo apparato epistemologico per la selezione del multiplo vero dell'equivalente nei casi più controversi. Il problema è posto nel modo più generale: «Se si moltiplica per 1, 2, ... 7 l'equivalente E di un elemento dedotto dal suo ossido più elevato (sia cioè la composizione dell'ossido E2O, quella del cloruro ECl), si ottengono i valori possibili per il suo peso atomico. Uno di questi numeri, per esempio En, esprime il vero peso atomico e corrisponde a un posto non ancora occupato nel sistema e ai rapporti di analogia atomica dell'elemento». Viene poi offerto un «caso»: «Sia dato per esempio un elemento con equivalente 38, che dia un ossido basico non molto energico ...» (174) e la discussione si sviluppa per più di una pagina prima che l'indio sia presentato come tale. Segue una disamina assai complessa di due serie di dati confermati sperimentalmente, viene sviluppato un discorso  su dati incerti (i composti metallorganici dell'indio) e infine viene presentato un dato sperimentale dell'Autore. Il dato riguarda il calore specifico del metallo e conferma quello già ottenuto da Bunsen. La conclusione di questa lunga argomentazione è impegnativa: «nel fatto che tutti gli elementi finora più o meno conosciuti possano essere attribuiti a un determinato posto nel sistema sulla base della legge periodica, [in questo fatto] io vedo una non trascurabile conferma dell'esattezza di questa legge» (178). Quel «tutti», sottolineato nel testo e già inserito molto prima in riferimento alle tabelle (144), esprime perfettamente le intenzioni teoriche di Mendeleev.

 

Verso la rinascita della chimica inorganica

II pensiero di Mendeleev è orientato da una costante ricerca di generalità. Il significato di quel «tutti gli elementi» che abbiamo appena commentato è quindi perlomeno triplice: approdo retorico, orgoglio personale, premessa di altre manovre conoscitive. Si è visto che in più parti dell'ampio saggio l'Autore profila un suo atteggiamento negativo verso la teoria della valenza o «atomicità», come si diceva allora. Giunto alla conclusione della sua lunga fatica il nostro chimico può sferrare un attacco deciso e generalizzato ai capisaldi di questa teoria, un attacco di cui in questa sede ci interessano relativamente i dettagli, mentre la direttrice fondamentale, contro il predominio epistemologico della chimica organica, è di importanza assoluta per comprendere la portata del contributo di Mendeleev alla storia delle nostre discipline. La manovra tende contestualmente a spalancare davanti agli occhi degli altri scienziati quanto lo sguardo teorico ha colto e a collocare in questo orizzonte sterminato, di tutti gli elementi, di tutta la chimica, il carbonio finalmente isolato, unico nella sua posizione preminente. La teoria della valenza è debole per almeno cinque ordini di motivi. Innanzi tutto divide i composti chimici in atomici e molecolari, senza fornire un criterio sperimentale che permetta di distinguerli nettamente (PtCÌ4 apparterrebbe ai primi, PCI5 ai secondi) (213-214); l'atomicità degli elementi è fissata rispetto all'idrogeno ma solo 17 sui 63 noti danno idruri: la stessa situazione del carbonio è ambigua, in quanto CO2 corrisponde a CH4 ma a fronte di CO non esiste nessun CH2 (270. La posizione dell'ossigeno è incerta, in quanto «come elemento bivalente può entrare in ogni molecola chiusa» (215); un corpo RM può ricevere un numero indefinito di atomi di ossigeno formando catene del tipo R—O—O"—M. A questa conseguenza, largamente accettata e debolissima, della teoria, Mendeleev contrappone un'indicazione precisa: «la legge periodica, fissando il limite per le combinazioni ossigenate elimina (aufhebt) un'importante lacuna (Mangel) della teoria dell'atomicità» (216). Al quarto punto Mendeleev sottolinea l'opacità epistemológica del concetto di valenza variabile e l'inconsistenza pratica di quello di valenza fissa. Se l'atomicità varia non si va oltre la legge delle proporzioni multiple e la variabilità degli equivalenti di un elemento; se l'atomicità è Casella di testo:   O
S
  O
fissa si deve, per esempio, supporre che SO2 sia , e allora diventa oscura l'analogia generalmente ammessa con la CO2, in quanto i due composti avrebbero una struttura (Structur) diversa (ibidem). In ultimo il chimico russo respinge decisamente la nozione di legame (Bindung, sottolineato nel testo): «Questa parte della teoria dell'atomicità non può essere messa in armonia con le concezioni molto più sicure della costituzione della materia e delle leggi dell'attrazione, essa è quindi da rigettare completamente» (277). Come è stato possibile il grande successo di una teoria così gracile? A questa domanda, rimasta silente nel testo, Mendeleev risponde insistendo sul fatto che calza a pennello per il carbonio, ma che viene già a cadere per il suo parente più prossimo, il silicio, capace di dare composti molecolari (quali SiH2F6) mentre il carbonio non da alcun composto di questo tipo. Il verdetto è reciso: «Ne segue che il carbonio nelle sue proprietà principali si distingue nettamente dagli altri elementi, e quindi molte conclusioni pienamente legittime m relazione ai composti del carbonio, non si confermano vere per gli altri elementi» (217). Il cerchio della critica si è stretto intorno al carbonio, l'elemento che aveva dominato la chimica nei cinquant'anni precedenti il lavoro di Mendeleev.

Per battere la supremazia della chimica del carbonio il teorico russo propone ai colleghi almeno due programmi di ricerca. Da una parte la legge periodica ha completamente trasformato la questione della scoperta degli elementi; prima della sua enunciazione solo il caso o l'«acume dei ricercatori» aveva permesso di scovarli; poiché la stessa scoperta era priva di particolare interesse teorico, pochi chimici volevano coltivare questo campo, ma ora «una nuova via in questa direzione è stata aperta dalla legge periodica» (196). Dall'altra parte la critica alla teoria dei composti del carbonio e lo stesso imporsi di una visione sistematica di tutti gli elementi fanno emergere nuovi oggetti di ricerca: «Molecole intere possono entrare in combinazione l'una con l'altra e costituire forme superiori: polimeri e cosiddetti composti molecolari» (226). Sono i composti molecolari a interessare Mendeleev, che si diffonde su un insieme di forme del tipo PtX4 e PtX4nA» dove A indica una molecola intera» (ibidem), «queste forme di combinazione servono a caratterizzare gli elementi e le loro forme ... quindi esse meritano uno studio comparativo altrettanto esatto di quello delle altre forme da cui non presentano nessuna differenza essenziale» (227). È evidente (per noi!) l'immensa fertilità di questa posizione teorica che pure avanza una pretesa non ancora fondata: che non vi siano «differenze essenziali» tra le forme dei composti del carbonio (governate dalla teoria della valenza) e le forme degli altri elementi (scarsamente controllate dalle proposte dello stesso Mendeleev). Lo scritto che stiamo studiando è datato agosto 1871; il 5 settembre 1874 veniva pubblicata la Voorstel (proposta!) di Jacobus Henricus van't Hoff (1852-1911) sull'estensione delle formule di struttura nello spazio e sulle relazioni fra l'attività ottica dei composti e la loro struttura. I dieci anni successivi vedranno il progressivo trionfo dei modi di pensiero della chimica strutturale classica; nello stesso periodo, lentamente, rinasceva la chimica inorganica. La ripresa di un'intera disciplina fondamentale avviene secondo complesse vicende affatto lineari, così qui seguiremo solo una traccia esemplare, strettamente legata proprio con il primo elemento di cui si era «preso cura» Mendeleev nel suo lavoro del 1871, il berillio. Il 22 febbraio 1878 Lars Fredrik Nilson (1840-1899) spediva da Uppsala alla Società Chimica tedesca un ampio rapporto redatto con Otto Pettersson sul calore specifico del berillio (14). I ricercatori svedesi affermavano che, nel corso di indagini sui metodi di purificazione dei metalli rari e sulle loro proprietà, avevano fatto delle osservazioni che non concordavano con quelle pubblicate da J. E. Reynolds (1843-1920) a proposito della capacità termica del berillio metallico. Le misure di Reynolds favorivano un peso atomico corrispondente alla formula BeO e in contrasto con il Be2O3 proposto da Berzelius, ora le misure dei chimici svedesi capovolgevano nuovamente la situazione, ed essi potevano scrivere una conclusione trionfante: «il punto di vista di Berzelius esce vittorioso da dispute annose». Rispetto al sistema periodico il silenzio di Nilson e Pettersson è totale, e anzi avevano aperto il loro articolo con una frase chiaramente «antisistematica»: «II berillio è, fra gli elementi, essenzialmente isolato». La risposta da parte degli assertori del «sistema» non si faceva attendere. Il 20 marzo partiva da Tübingen una curiosa lettera di Lothar Meyer (15). In essa il co-scopritore della legge periodica non attenuava la portata conoscitiva delle misure degli svedesi, pur mettendone in dubbio l'esattezza. Meyer è addirittura disponibile ad «aprire» un nuovo gruppo spostando il berillio fra il boro e il carbonio (peso atomico fra 11 e 11,5), non potendo collocarlo per le sue proprietà metalliche fra azoto e ossigeno (peso atomico 13,8, calcolato secondo l'equivalente accettato e la supposta trivalenza). Per avere conferma di questa «correzione» verso il basso dell'equivalente il chimico tedesco invita Nilson e Pettersson a utilizzare il loro metallo molto puro per una nuova determinazione chimica del peso atomico. Un simile discorso, piuttosto incerto, non era certo adatto a convincere ricercatori «duri» come gli svedesi, allevati nella rigorosissima disciplina della scuola di Berzelius. Dopo poche settimane era lo stesso Nilson a leggere la loro replica datata 15 aprile davanti al pubblico chimico di Berlino (16). Per Meyer, che aveva correttamente citato Mendeleev nella sua comunicazione, l'esordio del discorso di Nilson è un inaspettato (e ingiusto) schiaffo: «Quando pubblicammo il risultato delle nostre ricerche sul calore specifico del berillio non ci era sfuggito che da esso si ricavava un peso atomico del metallo, 13,8 che non si incastrava facilmente nel sistema di Mendelejeff» Inoltre questa teoria, che per gli svedesi era solo del chimico russo, come tutte le ipotesi andava sottoposta all'esigente verifica dell'esperimento. Non però nel modo provvisorio (vorläufig) di Reynolds, ma in quello dettagliato, esteso (aus-fuhrlich) della loro scuola. A queste affermazioni perentorie seguiva una minuziosa analisi delle due procedure, e un'altrettanto pesante confutazione delle annotazioni di Meyer a loro avverse. Se Nilson e Pettersson avessero avuto un po' più di (improbabile) pazienza avrebbero potuto tener conto di una seconda lettera sulla questione del berillio, inviata l'8 aprile da Praga (17). Il suo giovane Autore aveva letto solo nel 1876 l'articolo di Mendeleev, ma da allora aveva nutrito per il maestro russo un'ammirazione durata tutta la vita, e aveva addirittura riorientato la sua ricerca, spostandola dal campo organico a quello inorganico (18). Bohuslav Brauner (1855-1935) non metteva in dubbio l'esattezza delle misure degli svedesi, centrava piuttosto la sua difesa del «sistema periodico degli elementi di D. Mendelejeff e L. Meyer» sulla critica del- l'applicabilità della legge di Dulong e Petit agli elementi con basso peso atomico. Come unica via d'uscita indicava la determinazione della tensione di vapore del cloruro volatile per selezionare il termine vero dell'alternativa «Be"Cl2 oppure Be"'Cl3». Per il momento la proposta di Brauner era difficilmente praticabile dal punto di vista sperimentale perché occorreva fare misure di precisione con vapori di BeCl2 fra i 700 e gli 800 °C. Il primo a provarvisi nel 1881 fu Victor Meyer (1848-1897) con il suo metodo messo a punto fra il 1876 e il 1878. Il risultato fu deludente, in quanto Meyer dovette comunicare che il cloruro di berillio, anche se vaporizzato in atmosfera di azoto, si decomponeva, dando una certa percentuale di cloro nei vapori (19). La questione fu ripresa nel 1884 proprio da Nilson e Pettersson che, avendo preparato del berillio metallico a scopo cristallografico, si trovavano nella possibilità di preparare il cloruro purissimo necessario per le misure. I due svedesi trovarono che non si trattava di dissociazione ma di tracce di ossigeno dell'aria, che trasformava il cloruro in ossido e sviluppava cloro; a questo punto secondo le parole degli Autori «le reali difficoltà si riducevano ... a proteggere il vapore del cloruro, nella preparazione e durante la misura, da ogni contatto con vetro, aria e umidità» (20). Tante attenzioni furono premiate da dati che collimavano con un peso atomico del berillio di 9,1. Nelle loro conclusioni i due Autori dicevano di essere stati tratti in inganno nel loro precedente lavoro da un'estensione indebita della «legge di Dulong» al caso del berillio, che per questo aspetto manteneva una posizione unica fra i metalli; poi, limpidamente, dichiaravano: «riconosciamo l'esattezza della legge periodica anche in questo importante caso».

Una decina di anni più tardi molti dei protagonisti di questa vicenda (Nilson, Brauner e Victor Meyer) si ritrovarono assieme a Dmitrii Mendeleev come collaboratori della Zeitschrift für Anorganische Chemie fondata da Gerhard Krüss (1859-1895). Nella presentazione Krüss affermava a tutte lettere che gli articoli di chimica inorganica comparivano «come stranieri» sulle riviste sempre più affollate di lavori sui composti del carbonio. Questa posizione non corrispondeva più a quanto era andato realizzandosi negli ultimi decenni, da quando la chimica inorganica aveva contribuito «alla soluzione di questioni che sono del più alto significato per la chimica generale». Tutto questo aveva avuto un'origine precisa: «Dalla presentazione del sistema periodico si è schiuso per la ricerca scientifica un grande, vasto campo di lavoro» (21). Si offriva così ai chimici inorganici uno strumento di comunicazione specializzato, capace di sollecitare, convogliare e confrontare tutte le energie disponibili nel settore. Alle pagine della Zeitschrift di Krüss, ad appena un anno dalla sua fondazione, Alfred Werner (1866-1919) affidava il suo fondamentale lavoro di interpretazione della struttura dei complessi. Werner aveva tre anni quando Mendeleev aveva enunciato la sua legge periodica, ora, dopo un quarto di secolo, portava a un primo compimento l'opera di rottura del maestro russo.

 

Una traduzione completa del saggio qui discusso è stata curata dai colleghi Adele cavalli, Giulia levi, Erminio mostacci e dall'Autore di questa nota. Essa può venire richiesta, con la copertura delle spese postali e di riproduzione, alla Segreteria dell'Istituto di Chimica fisica dell'Università, c.so M. D'Azeglio 48, 10125 Torino.

Ricerca e traduzione sono state condotte con il supporto finanziario del  contributo CNR n. 84.00168.03.

 

Bibliografia e note

(1) D. Mendelejeff: «Die periodische Gesetzmässigkeit der chemischen Elemente», Ann. Supplementband 8, 133-229 (1871).

(2) L. Cerruti: «L'orizzonte conoscitivo di D. Mendeleev. I. Ambiente culturale e programmi di ricerca», Chimica e Industria 66, 789 (1984).

(3) Tutti i numeri in corsivo che compaiono in questa nota rimandano al rif. (1

(4) Rif. (2), p. 795.

(5) Sull'esattezza di queste previsioni si veda L. Malatesta: «Chimica generale», l'Editrice Scientifica, Milano 1965, p. 35.

(6) Nella terza parte di questo studio vedremo che Mendeleev ha successivamente avversato l'ipotesi di Prout con tutta l'ampiezza di una dura polemica, scientifica e culturale.

(7) J. R. Partington: «A History of chemistry», vol. IV, Macmillan, Londra 1964, p. 225- 26.

(8) L. Cerruti: «La mole. Uno studio sull'epistemologia regionale dei chimici», in «Mostra sulla metrologia», parte II, monografia n. 17, CNR, Torino 1984, p. 19-23. (9) L. Cerruti: «Ricognizione sui confini: chimica e fisica nel 'Sunto' di Cannizzaro», in «Atti del Ш Congresso Nazionale di Storia della Fisica», CNR, Palermo 1982, p. 109-116. (10) D. Mendelejeff: «Ueber die Berechnung der specifischen Wärme chemischer Verbindungen», Z. /. Chemie 6, 200-205 (1870).

(11) Si noti fin d'ora questa importantissima equivalenza fra molecole.

(12) M. E. Weeks: «Discovery of the elements», J.C.E., Easton 1976, citato a p. 640.

(13) A. Drago: «Aspetti della storia del rapporto chimica-matematica», in «Atti del I Convegno di storia della chimica», GNFSC, Torino 1985, in corso di stampa.

(14) L. F. Nilson, O. Pettersson; «Ueber die specifische Wärme des Berylliums», Ber. Il, I, 381-386 (1878).

C5) L. Meyer: «Ueber das Atomgewicht des Berylliums», Ber. 11, I, 576-579 (1878).

(16) L. F. Nilson, 0. Pettersson: «Ueber das Atomgewicht des Berylliums. Erwiderung an Hm. Lothar Meyer», Ber. li, I, 906-910 (1878).

С7) В. Brauner: «Ueber das Atomgewicht des Berylliums», Ber. Il, I. 872-874 (1878).

(18) Rif. 0, p. 906.

(19) V. Meyer: «Ueber die Dampfdichten der Halogene», Ber. 14, II, 1453-1455 (1881).

(20) L F. Nilson, O. Pettersson: «Ueber die Dampfdichte des Chlorberylliums», Ber. 17,1, 987-995 (1884); citato a p. 988.

(21) L. VOSS, G. Krüss: «Zur Einfürung», Z. Anorg. Che mie l, 1-3 (1892). Leopold Voss era l'editore di Amburgo che curava la pubblicazione della rivista.