Enrico Mansueti: La comunicazione scientifica nell’opera di Primo Levi

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Conclusioni


Le riflessioni sulla figura di Primo Levi sono importanti e pertinenti perché in tempi di forte discussione, di ricerche e novità nel campo dell’educazione (e della didattica delle discipline scientifiche in particolare) l’opera di Levi, se studiata con occhio attento agli aspetti comunicativo-scientifici, acquista valenze che è difficile cogliere ad una prima lettura (per complessità e difficile distacco emotivo). Da scritti “minori” si può capire come nutrisse profonda avversione verso didattiche “pedanti” e come riconoscesse il ruolo che su di lui avevano avuto insegnanti “di talento” ma è possibile forse anche immaginare quello che era il suo pensiero globale sull’educazione. Nell’analizzare la storia dell’Ebraismo orientale e gli enormi influssi avuti da questo sulla storia europea (in margine a un convegno del 1984 a Torino) riconosceva come fondamentale l’enorme importanza data all’educazione nella cultura ebraica

“...l’istruzione era considerata il valore supremo della vita: la “miglior merce”, come si diceva proverbialmente…”

Descrivendo i metodi educativi e riconoscendone la lacunosità dei curricula (in particolare nelle Jeschives, le scuole rabbiniche corrispondenti alle nostre università, dove si studiavano soprattutto testi religiosi) descrive come

”...l’insegnamento era gravoso e ossessivo…occupava tutta la giornata, ma non era dogmatico. Il maestro accennava a una certa interpretazione di un passo talmudico, o faceva notare una qualche contraddizione, o proponeva un quesito: ne nasceva una discussione libera, fervida, sofistica, a volte arguta, sempre ostinata: talora il tema centrale veniva dimenticato, e ci si inoltrava in divagazioni fantastiche in cui l’eleganza formale o l’audacia dell’argomentazione prevaleva sulla pertinenza e sul rigore…” (“La miglior merce”, “L’altrui mestiere”).

Levi tornando tra i banchi a sessant’anni (in mezzo a studenti ventenni) per imparare una lingua straniera, si interroga sul fenomeno dell’apprendimento

...nel processo dell’apprendere si possono distinguere tre fasi: imprimere il ricordo, mantenerlo, e richiamarlo quando occorre...le due ultime si conservano abbastanza bene…ma incidere il ricordo diventa sempre piu’ difficile…”

e sull’insegnamento, dimostrando idee molto chiare

“…l’insegnamento dovrebbe essere fatto su misura, modellato sulle aspirazioni, sulle capacità e sulle conoscenze previe di ogni singolo allievo…” (“Tornare a scuola”, “L’altrui mestiere”).

La lettura dell’opera di Primo Levi, l’analisi delle modalità di comunicazione scientifica e delle sue riflessioni sull’educazione in generale, paiono pertinenti soprattutto oggi, in considerazione del fatto che spesso una trasmissione passiva in forma “schematica e dogmatica”, non lasciando alcuna libertà di scelta è ben lontana dal carattere costruttivista, relativista e pluralista da dare all’educazione-formazione. Questo aspetto non è estraneo al calo di interesse verso una disciplina (la chimica) che negli ultimi anni soffre degli stessi mali di altre materie scientifiche (diffidenza, incomprensibilità, calo degli iscritti nelle università), aggravati da una conoscenza storiografica troppo spesso “parziale”; ci si ricorda di Bhopal o di Seveso, di Chernobyl o dei disastri dell’Enichem di Priolo (recentemente) ma non di tutti i benefici che la chimica ha portato all’umanità. In questo contesto non giova l’apparire sulla scena nazionale di manager sempre piu’ finanzieri e con sempre meno dignità scientifica (a chi altri attribuire lo smantellamento e la svendita dell’industria chimica italiana?). Troppo spesso ci si dimentica (o si accetta passivamente) il fatto che la tanto sottolineata mancanza di modelli etico-ideologici in campo sociale non è altro che parte di un progetto di omologazione riduzionista che non ci vuole piu’ donne, uomini, genitori, insegnanti, cittadini, ma solo consumatori soggetti all’ultima delle ideologie, quella economica. La figura di Levi si inserisce bene in questo contesto poiché la sua doppia natura (anfibia, ibrida, da centauro) provvede a saldare nei suoi racconti (soprattutto quelli autobiografici ne “Il sistema periodico”) la vecchia e mai risolta frattura tra due culture (quella umanistica e quella scientifica) ma soprattutto è attuale perchè mai dimentica di interrogarsi sul valore etico della scienza( anzi, l’appartenenza al mondo scientifico gli permette di metterne a fuoco le deviazioni e i possibili rischi per l’umanità intera) fornendo al contempo spunti di valore didattico.

Primo Levi da giovane desiderava fare lo “scienziato”; probabilmente poteva essere anche un buon insegnante, se i casi della vita non lo avessero portato su altre strade. Il modo di comunicare evidenzia affabilità e gusto per la spiegazione; il personaggio denuncia sicuramente timidezza (in una intervista televisiva dichiara che per lui ”scrivere è un modo di parlare” e qualche dubbio sorge anche davanti alle interviste tv quando si vede che nel parlare di sé a tratti abbassa lo sguardo o addirittura lo allontana. Ma quanti, tra studenti e insegnanti che vi hanno partecipato, possono negare la disponibilità con cui si prestava agli incontri con le scuole (toccante il ritorno in lager dopo 40 anni con una scolaresca di Firenze, quando le emozioni maggiori si risvegliano grazie all’olfatto “...l’odore di Polonia…” (intervista Rai)? Quanti riescono a immaginare quella lacerazione interiore che pur ripetendosi ogni volta non riusciva a vincere il desiderio di spiegare, di capire egli stesso? Quanti possono negare che forse avrebbe desiderato parlare anche di scienza, di una poesia nell’Autenrieth, come invece ci lascia intendere nelle pagine dei suoi libri?

Nelle ultime interviste sembrava aver perso un po’ del suo ottimismo. In materiale video Rai del 1986 è spaventato dal sorgere di nuove Auschwitz in luoghi diversi e in scala piu’ piccola e sembra rinnegare la sua vecchia idea del “decalogo per un’etica della scienza” dichiarando che

...in un mondo in estrema frammentazione come quello attuale verrebbe disatteso, soprattutto nel terzo mondo, e deterrenti non servirebbero, perché la paura non ha mai creato cose positive…”.

Era consapevole degli enormi balzi fatti dalla scienza negli ultimi anni

…se tornassi in laboratorio sarei un animale preistorico…”

e nell’ultima intervista televisiva del novembre 1986 (cinque mesi prima della scomparsa) davanti all’interlocutore che chiedendogli il suo parere sulla clonazione non perde l’occasione retorica di rimarcare che “la clonazione era un vecchio sogno dei nazisti” Primo Levi risponde come un anziano insegnante paziente dicendo:

“...Prima di tutto spieghiamo che la clonazione consiste nel prelievo di un frammento da un’individuo eccezionale(o anche per niente eccezionale) e nel farne delle fotocopie, anzi delle copie, ma è un’idea irrealizzabile…”.


Bibliografia


Opere di Primo Levi in edizione Einaudi:

-Il sistema periodico

-L’altrui mestiere

-Se questo è un uomo

-La tregua

-La chiave a stella

-Racconti e saggi

-Se non ora, quando?

Materiale custodito nella Biblioteca dell’Istituto Chimico di Torino, via P.Giuria,7:

-Fascicolo contenente atti della carriera universitaria, materiali del convegno di Torino del 1997, corrispondenze con I.Calvino, testimonianze di compagni di studi.

-Materiale Rai

-Video BBC

-Video Tv giapponese

Luigi Cerruti:

“L’educazione ai valori della scienza come pratica ermeneutica” (atti dell XI congresso di didattica chimica,Bari 12-16 Dicembre 1999).

Appunti dalle lezioni Sis di Storia ed epistemologia della scienza A.A. 2002-2003


“Scrivo proprio perché sono un chimico, si può dire che il mio vecchio mestiere si è largamente trasfuso nel nuovo”, Primo Levi


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