Enrico Mansueti: La comunicazione scientifica nell’opera di Primo Levi.

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Indice dell'articolo


Epistemologia dai testi


Secondo Italo Calvino (introduzione a “L’altrui mestiere”) il successo degli scritti scientifici e di quelli piu’ propriamente “chimici” di Levi è da ascrivere alla capacità osservativa e alla trama dove “...come in una detective-story, in ogni racconto il chimico deve risolvere un caso misterioso…”.

Benchè Levi sia stato curioso e attento verso moltissimi aspetti della realtà (del resto la varietà piu’ che la vastità della sua opera è inconfutabile) gli aspetti emergenti nelle modalità di comunicazione scientifica inducono a delle riflessioni profonde riguardo al suo modo di intendere la scienza.

Analizzare la figura dell’autore in questo contesto è a un tempo facilitato dalla sua posizione di ponte tra due culture, quella umanista e quella scientifica, ma complicato certamente perché Levi va a toccare temi ancora piu’ vasti (ad esempio quello del lavoro, nei suoi aspetti tecnici ma anche morali, come ne “La chiave a stella”) e profondi ( nell’analisi delle sue opere è difficile prescindere, anche inconsciamente, dalla storia della sua vita e dal dramma umano dell’esperienza che l’ha profondamente segnata).

Per Primo Levi la chimica non è solo “…una riserva di caccia personale dove attingere storie e termini appropriati…” (Intervista Rai);

l’ analisi di alcuni aspetti della sua opera rivela aspetti diversi (e in apparenza contraddittori) che solo una grande figura umana come la sua riesce a tenere insieme. Primo Levi non è un chimico-scrittore, né uno scrittore che ha fatto anche il chimico ma un uomo di scienza profondamente convinto e sensibile, in cui tragedie umane e alienazione professionale (nelle interviste si lamentava di come solo un decimo dei laureati scientifici riuscisse a lavorare sulla ricerca, a causa del fatto che la scienza moderna troppo spesso declinava sulla tecnologia, e questa sulla burocrazia, come era stato il suo caso) non hanno intaccato la capacità di meravigliarsi davanti alla perfezione della corazza di uno scarabeo, o al blu del cielo stellato

…generazioni di amanti e di poeti avevano guardato alle stelle con confidenza, come a visi famigliari: erano simboli amici, rassicuranti, dispensatori di destini, immancabili nella poesia popolare ed in quella sublime; con la parola “stelle” Dante aveva terminato le tre cantiche del suo poema. Le stelle d’oggi, visibili ed invisibili, hanno mutato natura: sono fornaci atomiche. Non ci trasmettono messaggi di pace né di poesia, bensi’ altri messaggi, ponderosi ed inquietanti, decifrabili da pochi iniziati, controversi, alieni…non è ancora nato, e forse non nascerà mai, il poeta-scienziato capace di estrarre armonia da questo oscuro groviglio, di renderlo compatibile, confrontabile, assimilabile alla nostra cultura tradizionale ed all’esperienza dei nostri poveri cinque sensi fatti per guidarci entro gli orizzonti terrestri…” (“Notizie dal cielo”, “L’altrui mestiere”).

Nei suoi racconti Levi ci dimostra come i sui occhi siano capaci di posarsi sui colori delle ali di una farfalla dimenticando gli occhiali dello scienziato razionale; questo avviene anche per la chimica che nei suoi scritti ci appare insieme


Contemplazione


…distillare è bello. Prima di tutto, perché è un mestiere lento, filosofico e silenzioso, che ti occupa ma ti lascia tempo di pensare ad altro, un po’ come l’andare in bicicletta. Poi perché comporta una metamorfosi: da liquido a vapore (invisibile), e da questo nuovamente a liquido; ma in questo doppio cammino, all’in su ed all’in giu’, si raggiunge la purezza, condizione ambigua ed affascinante, che parte dalla chimica ed arriva molto lontano… e finalmente, quando ti accingi a distillare, acquisti la consapevolezza di ripetere un rito ormai consacrato da secoli, quasi un atto religioso, in cui da una materia imperfetta ottieni l’essenza, l’usia, lo spirito, ed in primo luogo l’alcool , che rallegra l’animo e riscalda il cuore…” (“Potassio”, “Il sistema Periodico”)


Filosofia


…sulle dispense stava scritto un dettaglio…e cioè che il cosi’ tenero e delicato zinco, cosi’ arrendevole davanti agli acidi, che ne fanno un solo boccone, si comporta invece in modo assai diverso quando è molto puro: allora resiste ostinatamente all’attacco. Se ne potevano trarre due conseguenze filosofiche tra loro contrastanti: l’elogio della purezza, che corregge dal male come un usbergo; l’elogio dell’impurezza, che dà adito ai mutamenti, cioè alla vita. Scartai la prima, disgustosamente moralistica, e mi attardai a considerare la seconda, che mi era piu’ congeniale. Perché la ruota giri, perché la vita viva, ci vogliono le impurezze, e le impurezze delle impurezze, anche nel terreno, come è noto, se ha da essere fertile. Ci vuole il dissenso, il diverso, il grano di sale e di senape: il fascismo non li vuole, li vieta, e per questo tu non sei fascista; vuole tutti uguali e tu non sei uguale. Ma neppure la virtu’ immacolata esiste, o se esiste è detestabile…”  (“Zinco” , “ Il sistema Periodico”)


Palestra di vita


…Siamo chimici, cioè cacciatori: nostre sono le due esperienze della vita adulta di cui parlava Pavese, il successo e l’insuccesso, uccidere la balena bianca o sfasciare la nave; non ci si deve arrendere alla materia incomprensibile, non ci si deve sedere. Siamo qui per questo, per sbagliare e per correggerci, per incassare colpi e renderli. Non ci si deve mai sentire disarmati. La natura è immensa e complessa, ma non è impenetrabile all’intelligenza; devi girale intorno, pungere, sondare, cercare il varco o fartelo…” (“Nichel”, “Il sistema Periodico”)

…credo che ogni chimico conservi del laboratorio universitario un ricordo dolce e pieno di nostalgia: non soltanto perché vi si nutriva una camaraderie intensa, legata al lavoro comune, ma anche perché se ne usciva, ogni sera e piu’ acutamente a fine corso, con la sensazione di avere “imparato a fare una cosa”; il che, la vita lo insegna, è diverso dall’avere “imparato una cosa… …chi aveva ”perso” un elemento in analisi qualitativa non se ne vantava mai; tanto meno si vantava chi ne aveva “inventato” uno..il primo poteva essere un distratto o un miope; il secondo, solo uno sciocco: un conto è non vedere quello che c’è, un altro vedere quello che non c’è…”

(“Il segno del chimico”, “L’altrui mestiere”).

In Primo Levi certamente il chimico fornisce allo scrittore le “parole della chimica”

“... un patrimonio immenso di metafore che lo scrittore puo’ ricavare dalla chimica di oggi e di ieri, e che chi non abbia frequentato il laboratorio e la fabbrica conosce solo approssimativamente…” (“Ex chimico”, “L’altrui mestiere”)

ma la realtà va anche ben oltre l’aspetto lessicale

…l’abitudine a penetrare la materia, a volerne sapere la composizione e la struttura, a prevederne le proprietà e il comportamento, conduce ad un insight, ad un abito mentale di concretezza e di concisione, al desiderio costante di non fermarsi alla superficie delle cose. La chimica è l’arte di separare, pesare e distinguere: sono tre esercizi utili anche a chi si accinge a descrivere fatti o a dare corpo alla propria fantasia...” (“ Ex chimico”, “L’altrui mestiere”).

Fra i molti aspetti insiti nel modo di comunicare scienza di Primo Levi secondo me uno suscita riflessioni profonde. Termini tecnici e scientifici sono spesso utilizzati anche in contesti dove l’obiettivo dichiarato della chiarezza sembra collidere con questa abitudine lessicale. In particolare il fatto di ritrovare parole tecniche e scientifiche in tutti i suoi libri, a prescindere dal tema, fanno escluderne il motivo “autobiografico”. Cioè se ne ravvisa l’uso senza una apparente necessità (ne “La tregua” si descrive un personaggio cosi’:

“… emanava astuzia come il Radio emana energia…”)

e d’altronde l’indole dell’autore ne fa escludere motivo di “esibizione” puramente accademico. E’ possibile che questo sia dovuto a qualcosa che va oltre l’abito scientifico di Levi; il legame con la sua formazione è ovvio, ma motivi ancor piu’ profondi agiscono probabilmente nella mente dell’autore. Infatti la cultura di Levi è talmente vasta, ( dai classici alla letteratura fantastica, dalle tradizioni dialettali piemontesi ai libri di teologia ebraica) che sarebbe ingiusto cercare un influsso predominante nel suo “modo” di scrivere.


Primo Levi e la scienza: poesia, etica e morale


Una possibile chiave di lettura degli aspetti della sua scrittura, che è al tempo stesso summa di considerazioni già viste ed analisi storico-bibliografica, è quella che egli stesso ci suggerisce. Se è vero che il primo libro di Levi è “Se questo è un uomo” non va dimenticato che il primo germoglio creativo è stato un’altro

...Proprio verso il carbonio ho un vecchio debito, contratto in giorni per me risolutivi. Al carbonio, elemento della vita, era rivolto il mio primo sogno letterario, insistentemente sognato in un’ora e in un luogo nei quali la mia vita non valeva molto…” (“Carbonio”, “Il sistema Periodico”).

In questo racconto, messo a chiusura del libro, insieme alla fantasia creativa è possibile ravvisare quello che l’autore aveva altrove dichiarato

“…chi ha sangue di poeta sa trovare ed esprimere poesia anche parlando di stelle, di atomi, dell’allevamento del bestiame e di apicoltura…” (“Perché si scrive?” “L’altrui mestiere”).

Tutte le righe del racconto, pur parlando di scienza, di fotosintesi e di legami chimici sono percorse da un filo di narrazione poetica

“…se l’organicazione del carbonio non si svolgesse quotidianamente intorno a noi ,sulla scala dei miliardi di tonnellate alla settimana, dovunque affiori il verde di una foglia, le spetterebbe di diritto il nome di miracolo…”.

La poesia di Levi è particolare, perché nasce da una fantasia atipica. Le sue curiosità estese ai campi piu’ estesi della vita agiscono da catalizzatori in una mente strutturata dalla formazione scientifica. In questo contesto la vastità delle sue letture (da Dante a Rabelais, da Manzoni ad Aldous Huxley) e la cultura classica fungono da substrato. La personalità di Levi è tale che anche quando veste i panni dello scienziato non dimentica mai il suo essere uomo tra gli uomini; in questo l’ atroce esperienza che gli è toccata da vivere ( e da testimoniare) gli permette di porsi interrogativi di carattere morale anche davanti ad eventi dove una mente scientifica, contaminata da facili entusiasmi, spesso rischia di abbassare la soglia. In un brano scritto nel 1969 a commento dello sbarco sulla luna Levi sembra interrogarsi sui perché della scienza, ma anche sulla consapevolezza e maturità umane

…stiamo dunque per fare un grande passo: se piu’ lungo o no delle nostre gambe, per ora ci sfugge. Sappiamo che cosa stiamo facendo? Da molti segni è lecito dubitarne…ma perché lo facciamo, non sappiamo: i motivi che si citano sono troppi, intrecciati tra loro, ed insieme mutuamente esclusivi. Sotto a tutti, alla base di tutti, si intravede un archetipo; sotto l’intrigo del calcolo, sta forse l’oscura obbedienza ad un impulso nato con la vita e ad essa necessario, lo stesso che spinge i semi dei pioppi ad avvolgersi di bambagia per volar lontani nel vento, e le rane dopo l’ultima metamorfosi a migrare ostinate di stagno in stagno, a rischio della vita: è la spinta a disseminarsi, a disperdersi su di un territorio vasto quanto è possibile, poiché, notoriamente le “aiuole” ci fanno feroci, e la vicinanza del nostro simile scatena anche in noi uomini, come in tutti gli animali, il meccanismo atavico dell’aggressione, della difesa e della fuga…”.

si rammarica del fatto che si va spegnendo la capacità di meravigliarsi

… noi molti, noi pubblico, siamo ormai assuefatti, come bambini viziati: il rapido susseguirsi dei portenti spaziali sta spegnendo in noi la facoltà di meravigliarci, che pure è propria dell’uomo, indispensabile per sentirci vivi…è peccato, ma questo nostro non è tempo di poesia, non la sappiamo piu’ creare, non la sappiamo distillare dai favolosi eventi che si svolgono al di sopra del nostro capo…” (“La luna e noi, “L’altrui mestiere”).

Resta comunque ottimista e arriva a proporre una sorta di “giuramento” per un’etica della scienza”:

…che ogni giovane che intenda dedicarsi alla fisica, alla chimica, alla biologia, giuri di non intraprendere ricerche e studi palesemente nocivi al genere umano? E’ ingenuo, e lo so; molti non giureranno, molti spergiureranno, ma qualcuno ci sarà pure che terrà fede, e il numero degli apprendisti stregoni diminuirà…” (“I padroni del destino”, “L’altrui mestiere”).

Levi incarna in pieno il ruolo di ponte tra cultura umanistica e scientifica che la critica gli attribuisce ma va anche oltre quando scrive:

… la storia della tecnologia dimostra come, davanti ai problemi nuovi, la cultura scientifica e la precisione sono necessarie ma insufficienti. Occorrono ancora due altre virtu’, che sono l’esperienza e la fantasia inventiva…” (“Trenta ore sul castoro sei”, “L’altrui mestiere”).

Partito dal presupposto dello scriver chiaro, arriva a collaborare con Calvino (lettere custodite in biblioteca) per la traduzione de “La canzone del polistirene” di Queneau, e arriverà a commentare la sua Piccola cosmogonia scrivendo:

“...la poesia risuona dappertutto intorno all’uomo attento. E non solo nella natura; c’è poesia nel ranuncolo e nella luna in primavera, ma anche nei vulcani, nel Calcio e nella funzione fenolo…la fatica epica dei Curie, che dalla pechblenda ha condotto all’isolamento del Radio, aspetta invano il poeta che la sappia narrare…non la scienza è incompatibile con la poesia, ma la didattica, cioè la cattedra sulla pedana, l’intento dogmatico-programmatico-edificante…” (“La cosmogonia di Queneau”, “L’altrui mestiere”).

Levi arriva quindi apparentemente a disconoscere quelli che erano i suoi intenti programmatici

“…ho sempre pensato che si deve scrivere con ordine e chiarezza…dopo aver letto La piccola cosmogonia portatile di Queneau mi vedo costretto a rivedere questi principi: penso che continuerò a scrivere come mi sono prescritto, ma penso anche che Queneau abbia fatto benissimo a scrivere nel suo modo, che è esattamente opposto al mio, e che mi piacerebbe scrivere come lui se ne fossi capace…”

In Levi le metafore e gli accostamenti sembrano andare oltre un desiderio di enfasi ma, al contrario, assumono un ruolo didattico-concretizzante. Nel raccontare della lettura del volume “Il libro dei dati bizzarri” di R.Houwink si spinge a riflessioni di assoluto valore conoscitivo-pedagogico:

...la nostra capacità di rappresentazione è scarsa, e chi voglia o debba farci capire quanto grandi sono le cose molto grandi, e quanto piccole le piccole, urta contro una nostra antica sordità, oltre che contro l’insufficienza del comune linguaggio. Se ne sono resi conto da sempre i divulgatori di scienze quali l’astronomia e la fisica nucleare, ed hanno cercato di compensare questa insufficienza ricorrendo al paradosso e alla proporzione: se il sole fosse ridotto alla grandezza di una mela…se un miliardo di anni fosse compresso a un giorno…ma in molti casi “capire” vuol dire invece rendersi conto che di alcuni oggetti e fenomeni non ci è concesso costruirci un’immagine…la nostra fantasia ha le nostre dimensioni, e non le possiamo imporre di superarle…” (“Il libro dei dati strani”, “L’altrui mestiere”).


“Scrivo proprio perché sono un chimico, si può dire che il mio vecchio mestiere si è largamente trasfuso nel nuovo”, Primo Levi


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