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Primo Levi
Carbonio |
Testo a stampa pubblicato in Primo Levi, Il Sistema Periodico, Torino: Einaudi, 1975
Testo elettronico tratto dal sito di Marco Bianchetti
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Il lettore, a questo punto, si sarà accorto da un pezzo che questo non
è un trattato di chimica: la mia presunzione non giunge a tanto, ma voix est foibe,
et même un peu profane. Non è neppure un autobiografia, se non nei punti parziali
e simbolici in cui è unautobiografia ogni scritto, anzi, ogni opera umana: ma
storia in qualche modo è pure. E, o avrebbe voluto essere, una microstoria, la
storia di un mestiere e delle sue sconfitte, vittorie e miserie, quale ognuno desidera
raccontare quando sente prossimo a conchiudersi larco della propria carriera, e
larte cessa di essere lunga. Giunto a questo punto della vita, quale chimico,
davanti alla tabella del Sistema Periodico, o agli indici monumentali del Beilstein o del
Landolt, non vi ravvisa sparsi i tristi brandelli, o i trofei del propri passato
professionale ? Non ha che da sfogliare un qualsiasi trattato, e le memorie sorgono a
grappoli: cè fra noi chi ha legato il suo destino, indelebilmente al bromo, o al
propilene, o al gruppo NCO o allacido glutammico; ed ogni studente in chimica,
davanti a un qualsiasi trattato, dovrebbe essere consapevole che in una di quelle pagine,
forse in una sola riga, o formula o parola, sta scritto il suo avvenire, in caratteri
indecifrabili, ma che diverranno chiari poi: dopo il successo o lerrore
o la colpa, la vittoria o la disfatta. Ogni chimico non più giovane, riaprendo alla
pagina verhängnisvoll quel medesimo trattato è percorso da amore o disgusto,
si rallegra o dispera.
Così avviene, dunque,
che ogni elemento dica qualcosa a qualcuno (a ciascuno una cosa diversa), come le valli o
le spiagge visitate in giovinezza: si deve forse fare uneccezione per il carbonio,
perché dice tutto a tutti, e cioè non è specifico, allo stesso modo che Adamo non è
specifico come antenato; a meno che non si trovi oggi (perché no?) il chimico-stilita che
ha dedicato la sua vita alla grafite o al diamante. Eppure, proprio verso il carbonio ho
un vecchio debito, contratto in giorni per me risolutivi. Al carbonio, elemento della
vita, era rivolto il mio primo sogno letterario, insistentemente sognato in unora e
in un luogo nei quali la mia vita non valeva molto: ecco, volevo raccontare la storia di
un atomo di carbonio.
E lecito parlare di un certo atomo di carbonio? Per il chimico esiste
qualche dubbio, perché non si conoscono fino ad oggi (1970) tecniche che consentano di
vedere, o comunque isolare, un singolo atomo; nessun dubbio esiste per il narratore, il
quale pertanto si dispone a narrare.
Il nostro personaggio
giace dunque da centinaia di milioni di anni, legato a tre atomi dossigeno e a uno
di calcio, sotto forma di roccia calcarea: ha già una lunghissima storia cosmica alle
spalle ma la ignoreremo. Per lui il tempo non esiste, o esiste solo sotto forma di pigre
variazioni di temperatura, giornaliere e stagionali, se, per la fortuna di questo
racconto, la sua giacitura non è troppo lontana dalla superficie del suolo. La sua
esistenza, alla cui monotonia non si può pensare senza orrore, è unalternanza
spietata di caldi e di freddi, e cioè di oscillazioni (sempre di ugual frequenza) un
po più strette o un po più ampie: una prigionia, per lui potenzialmente
vivo, degna dellinferno cattolico. A lui, fino a questo momento, si addice il tempo
presente, che è quello della descrizione, anziché uno dei passati, che sono i tempi di
chi racconta: è congelato in un eterno presente, appena scalfito dai fremiti moderati
dellagitazione termica.
Ma appunto per la fortuna di chi racconta, che in caso diverso avrebbe finito di
raccontare, il banco calcareo di cui latomo fa parte giace in superficie. Giace alla
portata delluomo e del suo piccone (onore al piccone e ai suoi più moderni
equivalenti: essi sono tuttora i più importanti intermediari nel millenario dialogo
fra gli elementi e luomo): in un qualsiasi momento, che io narratore decido per puro
arbitrio essere nellanno 1840, un colpo di piccone lo staccò e gli diede
lavvio verso il forno a calce, precipitandolo nel mondo delle cose che mutano. Venne
arrostito affinché si separasse dal calcio, il quale rimase per così dire con i piedi
per terra e andò incontro a un destino meno brillante che non narreremo; lui, tuttora
fermamente abbarbicato a due dei tre suoi compagni ossigeni di prima, uscì per il camino
e prese la via dellaria. La sua storia, da immobile, si fece tumultuosa.
Fu colto dal vento,
abbattuto al suolo, sollevato a dieci chilometri. Fu respirato da un falco, discese nei
suoi polmoni precipitosi, ma non penetrò nel suo sangue ricco, e fu espulso. Si scolse
per tre volte nellacqua del mare, una volta nellacqua di un torrente in
cascata, e ancora fu espulso. Viaggiò col vento per otto anni, ora alto, ora basso, sul
mare e fra le nubi, sopra foreste, deserti e smisurate distese di ghiaccio; poi incappò
nella cattura e nellavventura organica.
Il carbonio, infatti,
è un elemento singolare: è il solo che sappia legarsi con se stesso in lunghe catene
stabili senza grande spesa di energia, ed alla vita sulla terra (la sola che finora
conosciamo) occorrono appunto lunghe catene. Perciò il carbonio è lelemento chiave
della sostanza vivente: ma la sua promozione, il suo ingresso nel mondo vivo, non è
agevole, e deve seguire un cammino obbligato, intricato, chiarito (e non ancora
definitivamente) solo in questi ultimi anni. Se lorganicazione del carbonio non si
svolgesse quotidianamente intorno a noi, sulla scala dei miliardi di tonnellate alla
settimana, dovunque affiori il verde di una foglia le spetterebbe a pieno diritto il nome
di miracolo. Latomo di cui parliamo, accompagnato dai suoi due satelliti che lo
mantenevano allo stato di gas, fu dunque condotto dal vento, nellanno 1848, lungo un
filare di viti. Ebbe la fortuna di rasentare una foglia, di penetrarvi, e di essere
inchiodato da un raggio di sole. Se qui il mio linguaggio si fa impreciso ed allusivo, non
è solo per mia ignoranza: questo avvenimento decisivo, questo fulmineo lavoro a tre,
dellanidride carbonica, della luce e del verde vegetale, non è stato ancora
descritto in termini definitivi, e forse non lo sarà per molto tempo ancora, tanto esso
è diverso da quellaltra chimica organica che è opera ingombrante,
lenta e ponderosa delluomo: eppure questa chimica fine e svelta è stata
inventata due o tre miliardi danni addietro dalle nostre sorelle
silenziose, le piante, che non sperimentano e non discutono, e la cui temperatura è
identica a quella dellambiente in cui vivono. Se comprendere vale farsi
unimmagine, non ci faremo mai unimmagine di uno happening la cui scala è il
milionesimo di millimetro, il cui ritmo è il milionesimo di secondo, ed i cui attori sono
per loro essenza invisibili. Ogni descrizione verbale sarà mancante, ed una varrà
laltra: valga quindi la seguente.
Entra nella foglia,
collidendo con altre innumerevoli (ma qui inutili) molecole di azoto e ossigeno. Aderisce
a una grossa e complicata molecola che lo attiva, e simultaneamente riceve il decisivo
messaggio dal cielo sotto la forma folgorante di un pacchetto di luce solare: in un
istante, come un insetto preda del ragno, viene separato dal suo ossigeno, combinato con
idrogeno e (si crede) fosforo, ed infine inserito in una catena, lunga o breve non
importa, ma è la catena della vita. Tutto questo avviene rapidamente, in silenzio, alla
temperatura e pressione dellatmosfera, e gratis: cari colleghi, quando impareremo a
fare altrettanto saremo sicut Deus, ed avremo anche risolto il problema della
fame nel mondo.
Ma cè di più e
di peggio, a scorno nostro e della nostra arte. Lanidride carbonica, e cioè la
forma aerea del carbonio, di cui abbiamo finora parlato: questo gas che costituisce la
materia prima della vitala scorta permanente a cui tutto ciò che cresce attinge, e il
destino ultimo di ogni carne, non è uno dei componenti principali dellaria, bensì
un rimasuglio ridicolo, unimpurezza trenta volte meno abbondante
dellargon di cui nessuno si accorge. Laria ne contiene il 0,03 per cento: se
lItalia fosse laria, i soli italiani abilitati ad edificare la vita sarebbero
ad esempio i 15000 abitanti di Milazzo, in provincia di Messina. Questo, in scala umana,
è unacrobazia ironica, uno scherzo da giocoliere, una incomprensibile ostentazione
di onnipotenza-prepotenza, poiché da questa sempre rinnovata impurezza dellaria
veniamo noi: noi animali e noi piante, e noi specie umana, coi nostri quattro miliardi di
opinioni discordi, i nostri millenni di storia, le nostre guerre e vergogne e nobiltà e
orgoglio. Del resto, la nostra stessa presenza sul pianeta diventa risibile in termini
geometrici: se lintera umanità, circa 250 milioni di tonnellate, venisse ripartita
come un rivestimento di spessore omogeneo su tutte le terre emerse, la statura
delluomo non sarebbe visibile a occhio nudo; lo spessore che si otterrebbe
sarebbe di circa sedici millesimi di millimetro.
Ora il nostro atomo è
inserito: fa parte di una struttura, nel senso degli architetti; si è imparentato e
legato con cinque compagni, talmente identici a lui che solo la finzione del racconto mi
permette di distinguerli. E una bella struttura ad anello, un esagono quasi
regolare, che però va soggetto a complicati scambi ed equilibri con lacqua in cui
sta sciolto; perché ormai sta sciolto in acqua, anzi, nella linfa della vita, e questo,
di stare sciolti, è obbligo e privilegio di tutte le sostanza che sono destinate a (stavo
per dire desiderano) trasformarsi. Se poi qualcuno volesse proprio sapere
perché un anello, e perché esagonale, e perché solubile in acqua, ebbene, si dia pace:
queste sono fra le non molte domande a cui la nostra dottrina sa rispondere con un
discorso persuasivo, accessibile a tutti, ma fuori luogo qui.
E entrato a far parte di una molecola di glucosio, tanto per dirla chiara: un
destino ne carne ne pesce, mediano, che lo prepara ad un primo contatto con il mondo
animale, ma non lo autorizza alla responsabilità più alta, che è quella di far parte di
un edificio proteico. Viaggiò dunque, col lento passo dei succhi vegetali, dalla foglia
per il picciolo e per il tralcio fino al tronco, e di qui discese fino a un grappolo quasi
maturo. Quello che seguì è di pertinenza dei vinai: a noi interessa solo precisare che
sfuggì (con nostro vantaggio, perché non lo sapremmo ridurre in parole) alla
fermentazione alcoolica, e giunse al vino senza mutare natura.
E destino del
vino essere bevuto, ed è destino del glucosio essere ossidato. Ma non fu ossidato subito:
il suo bevitore se lo tenne nel fegato per più di una settimana, bene aggomitolato e
tranquillo, come alimento di riserva per uno sforzo improvviso; sforzo che fu costretto a
fare la domenica seguente, inseguendo un cavallo che si era adombrato. Addio alla
struttura esagonale: nel giro di pochi istanti il gomitolo fu dipanato e ridivenne
glucosio, questo venne trascinato dalla corrente del sangue fino ad una fibrilla muscolare
di una coscia, e qui brutalmente spaccato in due molecole di acido lattico, il tristo
araldo della fatica: solo più tardi, qualche minuto dopo, lansito dei polmoni poté
procurare lossigeno necessario ad ossidare con calma questultimo. Così una
nuova molecola di anidride carbonica ritornò allatmosfera, ed una parcella
dellenergia che il sole aveva ceduta al tralcio passò dallo stato di energia
chimica a quello di energia meccanica e quindi si adagiò nellignava condizione di
calore, riscaldando impercettibilmente laria smossa dalla corsa e il sangue del
corridore. così è la vita, benché raramente essa venga così descritta: un
inserirsi, un derivare a suo vantaggio, un parassitare il cammino in giù
dellenergia dalla sua nobile forma solare a quella degradata di calore a bassa
temperatura. Su questo cammino allingiù, che conduce allequilibrio e cioè
alla morte, la vita disegna unansa e ci si annida.
Siamo di nuovo anidride
carbonica, del che ci scusiamo: è un passaggio obbligato, anche questo: se ne possono
immaginare o inventare altri, ma sulla terra è così. Di nuovo vento, che questa volta
porta lontano: supera gli Appennini e lAdriatico, la Grecia lEgeo e Cipro:
siamo sul Libano e la danza si ripete. Latomo di cui ci occupiamo è ora
intrappolato in una struttura che promette di durare a lungo: è il tronco venerabile di
un cedro, uno degli ultimi; è ripassato per gli stadi che abbiamo già descritti, ed il
glucosio di cui fa parte appartiene, come il grano di un rosario, ad una lunga catena di
cellulosa. Non è più la fissità allucinante e geologica della roccia, non sono più i
milioni di anni, ma possiamo bene parlare di secoli, perché il cedro è un albero
longevo. E in nostro arbitrio abbandonarvelo per un anno o per cinquecento: diremo
che dopo ventanni (siamo nel 1868) se ne occupa un tarlo. Ha scavato la sua galleria
fra il tronco e la corteccia, con la voracità cieca e ostinata della sua razza;
trapanando è cresciuto, il suo cunicolo è andato ingrossando. Ecco, ha ingoiato e
incastonato in se stesso il soggetto di questa storia; poi si è impupato, ed è uscito in
primavera sotto forma di brutta farfalla grigia che ora si sta asciugando al sole,
frastornata e abbagliata dallo splendore del giorno: lui è là , in uno dei mille occhi
dellinsetto, e contribuisce alla visione sommaria e rozza con cui esso si orienta
nello spazio. Linsetto viene fecondato, depone le uova e muore: il piccolo cadavere
giace nel sottobosco, si svuota dei suoi umori, ma la corazza di chitina resiste a lungo,
quasi indistruttibile. La neve e il sole ritornano sopra di lei senza intaccarla: è
sepolta dalle foglie morte e dal terriccio, è diventata una spoglia, una
cosa, ma la morte degli atomi, a differenza della nostra, non è mai
irrevocabile. Ecco al lavoro gli onnipresenti, gli instancabili e invisibili becchini del
sottobosco, i microrganismi dellhumus. La corazza, con i suoi occhi ormai ciechi, è
lentamente disintegrata, e lex bevitore, lex cedro, ex tarlo, ha nuovamente
preso il volo.
Lo lasceremo volare per
tre volte intorno al mondo, fino al 1960, ed a giustificazione di questo intervallo così
lungo rispetto alla misura umana faremo notare che esso è assai più breve della media:
questa, ci si assicura, è di duecento anni. Ogni duecento anni, ogni atomo di carbonio
che non sia congelato in materiali ormai stabili (come appunto il calcare, o il carbon
fossile, o il diamante, o certe materie plastiche) entra e rientra nel ciclo della vita,
attraverso la porta stretta della fotosintesi. Esistono alte porte? Sì, alcune sintesi
create dalluomo; sono un titolo di nobiltà per luomo-fabbro, ma finora la
loro importanza quantitativa è trascurabile. Sono porte ancora molto più strette di
quella del verde vegetale: consapevolmente o no, luomo non ha cercato finora di
competere con la natura su questo terreno, e cioè non si è sforzato di attingere
dallanidride carbonica dellaria il carbonio che gli è necessario per
nutrirsi, per vestirsi, per riscaldarsi, e per i cento altri bisogni più sofisticati
della vita moderna. Non lo ha fatto perché non ne ha avuto bisogno: ha trovato, e tuttora
trova (ma per quanti decenni ancora?) gigantesche riserve di carbonio già organicato, o
almeno ridotto. Oltre al mondo vegetale ed animale, queste riserve sono costituite dai
giacimenti di carbon fossile e di petrolio: ma anche questi sono eredità di attività
fotosintetiche compiute in epoche lontane, per cui si può bene affermare che la
fotosintesi non è solo lunica via per cui il carbonio si fa vivente, ma anche al
sola per cui lenergia del sole si fa utilizzabile chimicamente.
Si può dimostrare che
questa storia, del tutto arbitraria, è tuttavia vera. Potrei raccontare innumerevoli
storie diverse, e sarebbero tutte vere: tutte letteralmente vere, nella natura dei
trapassi, nel loro ordine e nella loro data. Il numero degli atomi è tanto grande che se
ne troverebbe sempre uno la cui storia coincida con una qualsiasi storia inventata a
capriccio. Potrei raccontare storie a non finire, di atomi di carbonio che si fanno colore
o profumo nei fiori; di altri che da alghe minute a piccoli crostacei, a pesci via via
più grossi, ritornano anidride carbonica nelle acque del mare, in un perpetuo spaventoso
girotondo di vita e di morte, in cui ogni divoratore è immediatamente divorato; di altri
che raggiungono invece una decorosa semi-eternità nelle pagine ingiallite di qualche
documento darchivio, o nella tela di un pittore famoso; di quelli a cui toccò il
privilegio di far parte di un granello di polline, e lasciarono la loro impronta fossile
nelle rocce per la nostra curiosità; di altri ancora che discesero a far parte dei
misteriosi messaggeri di forma del genere umano, e parteciparono al sottile processo di
scissione duplicazione e fusione da cui ognuno di noi è nato. Ne racconterò invece
soltanto ancora una, la più segreta, e la racconterò con lumiltà e il ritegno di
chi sa fin dallinizio che il suo tema è disperato, i mezzi fievoli, e il mestiere
di rivestire i fatti con parole fallimentare per sua profonda essenza.
E di nuovo tra
noi, in un bicchiere di latte. E inserito in una lunga catena, molto complessa,
tuttavia tale che quasi tutti i suoi anelli sono accetti al corpo umano. Viene ingoiato: e
poiché ogni struttura vivente alberga una selvaggia diffidenza verso ogni apporto di
altro materiale di origine vivente, la catena viene meticolosamente frantumata, e i
frantumi, uno per uno, accettati o respinti. Uno, quello che ci sta a cuore, varca la
soglia intestinale ed entra nel torrente sanguigno: migra, bussa alla porta di una cellula
nervosa, entra e soppianta un altro carbonio che ne faceva parte. Questa cellula
appartiene a un cervello, e questo è il mio cervello, di me che scrivo, e la cellula in
questione, ed in essa latomo in questione, è addetta al mio scrivere, in un
gigantesco minuscolo gioco che nessuno ha ancora descritto. E quella che in questo
istante, fuori da un labirintico intreccio di sì e di no, fa sì che la mia mano corra in
un certo cammino sulla carta, la segni di queste volute che sono segni; un doppio scatto,
in su e in giù, fra due livelli denergia guida questa mia mano ad imprimere sulla
carta questo punto: questo.
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