Una vita concreta
Materia, materiali e lavoro umano in
Primo Levi
Luigi Cerruti
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Nelle pagine precedenti ho
parlato abbastanza a lungo del Gran Curvo, ma non ho ricordato che il Curvo era
un troll, sia pure di specie molto particolare. Nella mitologia nordica i
troll erano esseri spiacevoli e pericolosi, spesso potenti, ma sempre a
modo loro stupidi. Con questa annotazione diventa ancora più chiaro il rapporto
fra il Gran Curvo e la materia, la grande avversaria del chimico:
“L’avversario era ancora quello,
il non-io, il Gran Curvo, la Hyle: la materia stupida, neghittosamente nemica
come è nemica la stupidità umana, e come quella forte della sua ottusità
passiva. Il nostro mestiere è condurre e vincere questa interminabile
battaglia”.
Materia stupida e stupidità
umana, entrambe indolenti, nemiche, ottuse, passive. Allora il nostro
mestiere si complica, perché palesemente l'interminabile battaglia riguarda
la materia e l'umanità, il mestiere di chimico e il mestiere di uomo. Levi è
rimasto al lavoro come chimico perché quello era il suo posto: "io ho
fatto sempre vernici" diceva nel 1986. Era il posto che gli era stato
assegnato dalla sorte. Levi non era un fatalista - è chiaro. Sorte
è una parola misteriosa e complessa, la leggiamo nella prefazione alla Ricerca
delle radici:
“Quanto delle nostre radici viene
dai libri che abbiamo letti? Tutto, molto, poco o niente: a seconda
dell’ambiente in cui siamo nati, della temperatura del nostro sangue, del
labirinto che la sorte ci ha assegnato”.[1]
Levi ha definito la sua scrittura
un costruire lucido, e qui delinea con tre soli riferimenti
il luogo particolare, unico che ciascuno di noi è chiamato ad abitare:
ambiente, temperamento, e sorte. Per Levi la vita di ognuno è raccontata
direttamente, senza mediazioni, da ciò che ha fatto nel labirinto avuto in
sorte: "è un’autobiografia ogni
scritto, anzi, ogni opera umana".[2]
[1] OPII, p. 1361.
[2] SP, p. 229.
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