Una vita concreta

Materia, materiali e lavoro umano in Primo Levi

 

Luigi Cerruti

 

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I materiali

Nel racconto "La sfida della molecola" troviamo le pagine più note fra quelle in cui Levi ha raccontato la sua esperienza di chimico industriale. Anche in questo caso, come con Faussone, Levi dialoga con un suo 'doppio', Rolando, operaio che fa i turni, ma anche studente universitario. Il racconto sulla 'cottura' andata male si snoda attraverso il rapporto in prima persona di Rolando e le riflessioni, ancora in prima persona, di Levi, il narratore-direttore. La 'cottura' riguarda l'operazione di polimerizzazione di otto tonnellate di miscela di reazione; "un reattore da ottomila [chili] non è un giocattolo,e sporge due metri buoni sotto il pavimento", osserva Rolando. L'evento infausto è descritto da Levi:

“Una cottura che parte, vuol dire che solidifica a metà strada: che da liquida diventa gelatinosa, o anche dura come il corno. E’ un fenomeno che viene descritto con nomi decorosi come gelazione o polimerizzazione precoce, ma è un evento traumatico, brutto da vedersi anche a parte i quattrini che fa perdere”.[1]

Il chimico-scrittore contrasta il linguaggio 'decoroso' della tecnica con ciò che succede nel reattore, brutto a vedersi. Il contrasto riguarda anche la natura stessa degli incidenti che possono avvenire in fabbrica: “Un incendio o un’esplosione possono essere incidenti molto più distruttivi, anche tragici, ma non sono turpi come una gelazione". Ci si potrebbe chiedere perché una gelazione sia addirittura turpe, e Levi ci risponde: "racchiude in sé una qualità beffarda: è un gesto di scherno, l’irrisione delle cose senz’anima che ti dovrebbero obbedire e invece insorgono, una sfida alla tua prudenza e previdenza”.[2] Un gesto di scherno ... il nostro chimico-scrittore vuole essere sicuro che la sua allegoria sia ben compresa dal lettore, e conclude il racconto con queste parole:

“La «molecola» unica, degradata ma gigantesca, che nasce-muore fra le tue mani è un messaggio e un simbolo osceno: simbolo delle altre brutture senza ritorno né rimedio che oscurano il nostro avvenire, del prevalere della confusione sull'ordine, e della morte indecente sulla vita".[3]

Levi non guarda al suo passato ma al nostro avvenire. Noi, venti anni dopo la sua morte, vediamo ancora senza ritorno né rimedio la morte violenta dei bambini israeliani e palestinesi, la non vita delle bambine vendute nei bordelli tailandesi, e tante altre brutture quante possa reggerne la nostra impotente compassione.[4]

Il nostro Autore è un maestro nel cambiare il registro del suo discorso, passando, ad esempio, dal drammatico/patetico allo scientifico/curioso. In un articolo a proposito dei "Segni sulla pietra" Levi descrive cosa si può vedere sui marciapiedi passeggiando per Torino. Dopo aver parlato dei segni causati dai bombardamenti della seconda guerra mondiale Levi inserisce un breve avvertimento ("Altri segni sono meno sinistri e più recenti"), e comincia a trattare tutt'altro, a illustrare le straordinarie proprietà di un materiale molto particolare - la gomma da masticare. Il chimico-scrittore si crea l'occasione per discutere una contraddizione,, apparentemente insanabile, presente nella nostra civiltà tecnologica. Le gomme da masticare "costituiscono un buon esempio di un fenomeno che si presenta spesso nella tecnica: lo sforzo che tende a rendere ottime le proprietà di resistenza e di solidità di un determinato materiale può condurre a gravi difficoltà quando si tratta di eliminare il materiale medesimo dopo che ha adempiuto alle sue funzioni”.[5] Tra questi materiali Levi elenca il cemento armato delle fortificazioni ereditate dalla guerra; il vetro e la ceramica "materiali nati per resistere ai secoli", quasi impossibili da distruggere; le vernici protettive che per essere rimosse richiedono “solventi e prodotti paurosamente aggressivi”. Ed ecco la sorprendente caratterizzazione delle proprietà fisiche e chimiche della gomma da masticare:

“La richiesta di una gomma che resista, deformandosi ma senza distruggersi, al tormento della masticazione, fatto di pressione, umidità, calore ed enzimi, ha condotto ad un materiale che resiste fin troppo bene al calpestio, alla pioggia, al gelo ed al sole d’estate”.[6]

Mi lascio tentare da una interpretazione zen di questo passo, e vi leggo un invito alla consapevolezza di quanto avviene nella nostra bocca quando mastichiamo. Levi descrive il cavo della bocca durante la masticazione come un reattore in funzione, vi agiscono infatti  pressione, umidità, calore ed enzimi. Rispetto a queste sollecitazioni le gomme hanno "prestazioni inutilmente buone".

Se i marciapiedi di Torino e la gomma da masticare diventano il pretesto per indicare un'acuta contraddizione della nostra civiltà, l'iniziale riflessione sulla parola 'canale' porta Levi a dipanare un discorso assai complesso che riguarda i linguaggi specialistici, la natura, le proprietà dei materiali, l'ingegno umano, la tecnica, lo sfruttamento del lavoro, la civiltà classica. L'edizione che ho fra le mani presenta un testo di appena quattro pagine, a testimonianza della 'densità' della scrittura di Primo Levi. Tuttavia è una 'densità critica', percepita cioè soltanto dal lettore professionista, perché le quattro pagine scorrono senza impacci sotto gli occhi del lettore. Tralascio con rammarico la rilettura della descrizione fatta da Levi della 'vita' del produttore della gommalacca, "un insetto dai costumi avviliti".[7] Segnalo solo che dopo aver raggiunto la maturità sessuale le femmine rimangono incapsulate in un sarcofago di resina, con solo due forellini aperti, uno per respirare, e "un secondo forellino, prolungamento del loro orifizio genitale, attraverso cui avverrà la fecondazione"; in questa fase le femmine perdono le gambe, tanto non serviranno più. La gommalacca è il vero tema conduttore del testo:

“La gommalacca è una resina nobile; è trasparente, resiste agli urti e alla luce solare, ha odore gradevole, è lucida, e presenta inoltre un’altra virtù curiosa e unica, certo utile al suo inventore-insetto: se esposta all’umidità, la sua permeabilità all’acqua diminuisce invece di aumentare come fa quella di quasi tutti gli altri materiali organici; si comporta insomma, in scala molecolare, come un ombrello che si apra spontaneamente all’inizio di un acquazzone”.[8]

Sono passi come questo che giustificano la scelta di Primo Levi come migliore scrittore di scienza di ogni tempo. Ad esempio, è attento ad interrompere l'elenco delle caratteristiche chimico-fisiche della gommalacca con un richiamo più esplicito all'osservatore umano: odore gradevole; la connessione fra proprietà macroscopiche (la permeabilità all'acqua) e struttura microscopica (in scala molecolare) è indicata, ma non approfondita, e risolta nel suo effetto con il paragone ad un oggetto banale (un ombrello). Questa gommalacca dalle virtù così particolare era prodotta era preparata nella forma commerciale di scaglie molto sottili e solubili in alcool con una procedura curiosa e unica come la virtù del materiale. Dopo semplici processi di eliminazione dei corpi estranei erano preparati "blocchi piatti di cinque o sei chili, che venivano riscaldati affinché la resina diventasse pastosa. Entravano allora in scena gli «stenditori»". In realtà:

“Per lo più erano giovanissime stenditrici: dall’alba al tramonto esse si accovacciavano a terra, afferravano il blocco in cinque punti, con le mani, i denti e le dita dei piedi, e si raddrizzavano rapide allargando le braccia; il blocco così veniva disteso in un foglio di contorno pentagonale, alto come la stenditrice, trasparente e fragile come il vetro”.[9]

Il foglio veniva poi frantumato nelle desiderate scaglie sottili, ma intanto le bambine-macchine continuavano a dare la dovuta forma ai blocchi di gommalacca, e Levi riprende la sua descrizione au ralenti, e la commenta:

“In questo gesto infinite volte ripetuto, le bambine-macchine sorgevano dalla positura chiusa del germe a quella aperta del fiore. Doveva essere un balletto comico, crudele e gentile: vi si ravvisa un ingegno cinico quanto quello che aveva privato delle gambe le femmine-insetto; un ingegno che non esitava di ridurre l’uomo a strumento, a farlo regredire all’atto animalesco in cui la bocca, officina della parola, ridiventava attrezzo per mordere”.[10]

Sembrerebbe che Levi stia studiando l'inquadratura con cui riprendere la scena, al rallentatore - come se dovesse seguire il lento sbocciare di una gemma. A seconda dell'inquadratura il balletto potrebbe sembrare  comico, crudele o gentile. Scelte diverse cambierebbero l'immagine ma non la realtà del mondo-della-vita in cui erano gettate le bambine, e allora Levi allarga il campo e accanto alle bambine-macchine colloca le femmine-insetto, ponendo il lettore davanti alle opere di un ingegno cinico, che gestisce 'alla pari' le creature della natura e dell'umanità.

Il testo che ha un finale così tragico per la condizione umana fu scritto come articolo, dal titolo Domum servavit. Mentre per il pezzo intitolato "La misura di tutte le cose" Levi non si dà la briga di commentare l'origine classica del titolo, qui, in un testo destinato ad un quotidiano, l'Autore fornisce una chiave di lettura. La femmina dell'insetto, con i due orifizi nella corazza di resina per respirare e per essere fecondata, è "Come la matrona esemplare dell'antichità, domum servavit, lanam fecit: visse in casa filando la lana; nel nostro caso, essudando resina".[11] Per quanto riguarda le matrone romane Levi si limita a paragonarle agli insetti, ma la rarità del titolo latino giustifica una riflessione ulteriore. La frase citata faceva parte di un repertorio di attributi stereotipi che venivano incisi sulle lapidi funerarie delle matrone romane, talvolta con sequenze molto lunghe, dove le virtù muliebri erano esaltate con il raddoppio di termini simili come univira (di un solo uomo) e unicuba (di un solo letto). A Levi non interessa molto la sorte personale delle matrone romane, totalmente soggette ai loro mariti, in fin dei conti stavano infinitamente meglio dei loro schiavi, ridotti a cosa e primi di qualsiasi diritto.[12] Il richiamo alla civiltà romana è semplicemente e duramente 'lapideo', 'mortuario'.

 


[1] P. Levi, Lilit e altri racconti, Torino: Einaudi, 1981; il volume è qui citato da OpII, p. 162.

[2] OpII, p. 167, cfr. Tommaso d'Aquino, Somma teologica, parte II,  II, quest. 49, art. 6: "la previdenza non sembra essere altro che la prudenza".  Mi chiedo quante citazioni (ironiche) siano nascoste nella filigrana dei testi di Levi.

[3] OpII, p. 167.

[4] "Dateci qualcosa da stuprare, / Una ragazza timida, / Un'aiuola, noi stessi. / Non disprezzateci: siamo araldi e profeti. / Dateci qualche cosa che bruci, offenda, tagli, sfondi, sporchi. / Che ci faccia sentire che esistiamo".  Sono versi di "Dateci", poesia datata 30 aprile 1984, in: P. Levi, Ad ora incerta, Milano: Garzanti, 1984, volume qui citato da OPII, p. 579.

[5] AM, in OPII, p. 687-688.

[6] OPII, p. 688.

[7] AM, in OPII, p. 695.

[8] OPII, p. 696.

[9] OPII, p. 697.

[10] OPII, p. 697-698.

[11] OPII, p. 696.

[12] Il diritto romano, così ben studiato dai nostri giuristi, sentenziava: servus nullum caput habet, ovvero: lo schiavo non è una persona. L'asino di Apuleio descrive i suoi compagni umani asserviti al lavoro nel mulino con queste parole: "Com'eran ridotti lì dentro quegli uomini: avevano la pelle tutta a chiazze livide, le spalle piagate e, sopra, soltanto l'ombra di un cencio che non le copriva neppure; anzi alcuni avevano un pezzo di straccio soltanto all'inguine; insomma tutti, per quei poveri panni che portavano, era come se fossero nudi. Avevano un marchio inciso sulla fronte, i capelli rasati e anelli ai piedi, erano sfigurati dal pallore e con le palpebre bruciate dal nerofumo e dal denso vapore che li aveva resi quasi ciechi" (Apuleio, L'asino d'oro, IX, 12).

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