Una vita concreta

Materia, materiali e lavoro umano in Primo Levi

 

Luigi Cerruti

 

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I due incontri e il Gran Curvo

Nel gennaio del 1946 Levi viveva in un'Italia pesantemente segnata dall'ultima guerra del duce, che dopo averla già persa aveva consegnato il Paese ai nazisti - e con il Paese gli italiani di origine ebraica. Levi era uno di questi italiani. Secondo le sue parole "mai in Italia si era respirata tanta speranza e tanta libertà", ma il ventiseienne chimico era tornato dalla prigionia soltanto da tre mesi ed era in uno stato di convulsa sofferenza: "Le cose viste e sofferte mi bruciavano dentro, mi sentivo più vicino ai morti che ai vivi", "Scrivevo poesie concise e sanguinose, raccontavo con vertigine, a voce e per iscritto".[1] Questa situazione esistenziale si prolunga anche quando Levi trova lavoro, anche perché nulla gli viene dato da fare, e così si trova chino su "una scrivania zoppa in laboratorio": "scrivevo disordinatamente pagine su pagine dei ricordi che mi avvelenavano, ed i colleghi mi guardavano di sottecchi come uno squilibrato innocuo". Ora avvenne che un certo sabato, dopo numerose richieste da parte di Levi, il direttore gli assegnasse un compito da vero chimico industriale. Il problema, "mezzo chimico e mezzo poliziesco", attirava il giovane chimico; in fin dei conti era il primo incontro con un autentico lavoro da chimico. La domenica seguente Levi avrebbe avuto un altro incontro, quello decisivo con la sua compagna, però prima di riportare quanto l'Autore ci dice dei due appuntamenti con il suo destino, voglio commentare la descrizione che quasi vent'anni dopo il nostro Autore ci ha dato dello stato d'animo con cui il lunedì tornò in laboratorio: "Mi buttai nel lavoro con lo stesso animo con cui, in un tempo non lontano, attaccavamo[2] una parete di roccia;":

“e l’avversario era ancora quello, il non-io, il Gran Curvo, la Hyle: la materia stupida, neghittosamente nemica come è nemica la stupidità umana, e come quella forte della sua ottusità passiva”.[3]

Qui, mentre cerchiamo di capire il valore esistenziale dei due incontri di Primo Levi è il Gran Curvo che ci interessa.[4] Il giovane Peer Gynt, il protagonista del dramma di Henrik Ibsen, incontra il Gran Curvo (Den store Bøjgen[5]) mentre sta cercando di proseguire il cammino immerso in un'oscurità totale. Peer batte qua e là un bastone, come un cieco, ma subito percepisce una presenza a cui intima: "Chi sei?", e una voce risponde "Io stesso". Inizia così un dialogo-duello che potrebbe portare Peer alla perdizione, fisica e mentale. Peer cerca una via d'uscita, urta contro 'qualcosa' e chiede ancora "Chi sei?", e questa volta la risposta della voce è ancora più enigmatica: "Io stesso. Puoi dire lo stesso?". Infuriato, il giovane estrae la spada, vantando stragi inaudite, e menando inutili fendenti; poi la solita domanda e la solita risposta. Solo alla quarta volta la voce si presenta: "Il grande Curvo". Rinfrancato - si fa per dire - per aver 'saputo' con chi ha a che fare Peer Gynt chiede ancora di passare, e la voce gli intima di girare in tondo. "No, attraverso!", e giù altri fendenti ...  La voce si prende gioco di Peer, "Curvo è vivo, Curvo è morto", e il giovane combatte contro l'oscurità senza posa, inutilmente (gli spettatori non dovrebbero vedere nulla, ma solo udire l'eco dello scontro). Peer giunge alla disperazione: "Non ho fatto un passo avanti. Da qualunque parte mi giri, è sempre la stessa cosa. È qui, è là! è intorno a me da ogni parte! Mi illudo di uscire da questo cerchio, e ci sono dentro sempre più! Dì il tuo nome! Fatti vedere! Chi sei?".[6] Disperato, impazzito, Peer giunge a mordersi a sangue mani e braccia, poi, mentre sta per soccombere all'assalto di uno stormo di uccelli, ode un lontano suono di campane e il canto di un salmo. A questo punto Peer evidentemente riesce a ritrovare la giusta via, perché il Gran Curvo, il Bøjgen, si arrende ed esclama: "Era troppo forte. C'erano delle donne dietro di lui".

            L'andamento scenico e il dialogo fra Peer Gynt e il Gran Curvo hanno attirato l'attenzione di molti studiosi, e non vi è dubbio che la domanda cruciale è quella posta dal Bøjgen al giovane: Io sono io stesso. Puoi dire lo stesso? Levi era alla ricerca di se stesso, e doveva lottare con il suo Curvo, con il non-io, con l'angoscia di essere più vicino ai morti che ai vivi.  Come il giovane norvegese Levi è salvato da un richiamo lontano, estraneo ai suoi tormenti, e ritrova se stesso nell'incontro con una giovane donna. Abbiamo lasciato Levi al sabato della proposta del direttore: "Ora avvenne che il giorno seguente il destino mi riserbasse un dono diverso e unico: l'incontro con una donna, giovane e di carne e d'ossa, calda contro il mio fianco attraverso i cappotti, allegra in mezzo alla nebbia umida dei viali, paziente sapiente e sicura".[7] L'effetto dell'incontro è prodigioso, Levi è "pieno di potenze nuove, lavato e guarito da lungo male":

“Lo stesso mio scrivere diventò un’avventura diversa, non più l'itinerario doloroso di un convalescente, [...] ma un costruire lucido, ormai non più solitario: un’opera di chimico che pesa e divide, misura e giudica su prove certe, e s’industria di rispondere ai perché”.[8]

Opera di chimico è quanto attende Levi il lunedì dopo l'incontro con la donna che il destino gli ha riserbato. Levi incontrò la materialità del suo problema chimico nel cortile della fabbrica dove lavorava, in una montagna di vernice impolmonita, guasta, invendibile:

“Ammonticchiati alla rinfusa, i più bassi schiacciati dai più alti, c’erano migliaia di blocchi squadrati, di un vivace color arancio. Me li fece toccare: erano gelatinosi e mollicci, avevano una sgradevole consistenza di visceri macellati”.[9]

Qui, in fabbrica, il Bøjgen era visibile e chimicamente affrontabile. Nelle pagine del Sistema periodico il chimico-scrittore dipana il filo del suo ragionamento, dalla biblioteca al laboratorio:

“[La terapia] fu trovata abbastanza presto, attingendo alla buona chimica inorganica, lontana isola cartesiana, paradiso perduto per noi pasticcioni organisti e macromolecolisti: occorreva neutralizzare in qualche modo, entro il corpo malato di quella vernice, l’eccesso di basicità dovuto all’ossido di piombo libero”.[10]

L'umore di Levi è ottimo, in biblioteca ha dismesso la veste professionale degli organisti e macromolecolisti e si è mosso liberamente verso una lontana isola cartesiana, paradiso di un altro sapere - in questo caso sicuro. Altro che girare in tondo. Per verificare che la cura funzioni Levi deve curare la vernice impolmonita facendola reagire con cloruro d'ammonio all'interno di un piccolo mulino a palle, in modo da ottenere l'impasto continuo dei materiali. "Il mulino, di solito così fragoroso, si mise in moto quasi malvolentieri, in un silenzio di cattivo augurio, inceppato dalla massa gelatinosa che impastava le palle".[11] Era nuovamente sabato, e non rimaneva che aspettare, "raccontando vorticosamente alla paziente ragazza" tutto quanto aveva fatto:

"Il lunedì seguente il mulino aveva ritrovato la sua voce: scrosciava anzi allegramente, con un tono pieno e continuo, senza quel franare ritmico che in un mulino a palle denuncia cattiva manutenzione o cattiva salute".[12]

Così la voce di un mulino a palle conclude allegramente il racconto di come Levi affrontò il suo Gran Curvo. Lo scroscio del mulino a palle corrispose laicamente alle campane e al salmo che salvarono Peer Gynt.

 



[1] SP, p. 155.

[2] Attaccavamo: il noi del verbo chiama per la nuova battaglia Sandro Delmastro, l'amico perduto.

[3] SP, p. 158.

[4] Discuterò ancora questo passo nelle conclusioni.

[5] Il nome del Curvo deriva dal verbo norvegese bøye, usato sia in senso transitivo che in senso intransitivo per 'piegare', 'curvare', 'flettere'.

[6] Qui ho utilizzato la traduzione riportata da Sergio Benvenuto alla pagina http://mondodomani.org/dialegesthai/ sb01.htm.

[7] SP, p. 157.

[8] Loc. cit.

[9] SP, p. 156.

[10] SP, p. 162.

[11] Loc. cit.

[12] SP, p. 163.

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