Una vita concreta

Materia, materiali e lavoro umano in Primo Levi

 

Luigi Cerruti

 

< precedente | pagina 4 di 7 | seguente >

 < Vai all'indice della sezione su Primo Levi >

 

 

Il lavoro come condizione umana

Poco sopra ho parlato di strumenti e apparati come mediatori del rapporto fra il chimico e i materiali, però gli strumenti, anche i più 'sofisticati', sono oggetti inerti senza il lavoro umano, ed è sul tema ricorrente del lavoro che ora interroghiamo gli scritti di Levi, per metter in evidenza le radici filosofiche, etiche ed esistenziali che legavano lo scrittore al suo lavoro di chimico industriale.

Il primo lavoro di Levi, accettato per necessità, fu un'esperienza deprimente: “il lavoro nella fabbrica di Milano [...] era un falso lavoro, in cui non credevo; [...] un lavoro fittizio e scientificamente insensato”.[1] Falso, fittizio, insensato: il primo incontro di Levi con il lavoro salariato non è certo come il lavoro-primo amore celebrato dal nostro scrittore sotto le spoglie del montatore Libertino Faussone: "Io l’anima ce la metto in tutti i lavori. Per me, ogni lavoro che incammino è come un primo amore".[2] La faccenda del primo amore è ben nota a tutti i chimici (che possono fare i chimici), e - aggiungo - anche a tutti gli storici. Ogni nuova sintesi, ogni nuovo processo (ed ogni nuovo documento) si offre al ricercatore come un nuovo, inedito affare di cuore, profondamente coinvolgente; su questo Levi non lascia dubbi: “Nel mio caso, e in quello del mio alter ego Faussone, il lavoro si identifica con il problem solving, il risolvere problemi”.[3] Certo, nel nuovo affair vi è passione, ma vi è anche un interesse tangibile, perché come ci ha già detto Levi "ho fatto sempre vernici, sono abituato ad una vita concreta, in cui un problema si risolve o si butta". Il nostro chimico-scrittore sente però che il lavoro è per lui una necessità biologica, ed estende la sua percezione intima a tutti gli uomini:

“Il lavoro, anzi, i miei due lavori (la chimica e lo scrivere) hanno avuto, e tuttora hanno, un’importanza fondamentale nella mia vita. Sono convinto che l’uomo normale è biologicamente costruito per un’attività diretta ad un fine”.[4]

Levi riporta a fondamenti biologici la necessità di operare nel mondo perseguendo un fine, e questo è una presa di posizione filosofica definitiva, perché una identica necessità è presente in tutti gli esseri viventi. Probabilmente abbiamo qui anche una possibile spiegazione delle molte dolenti notazioni dedicate da Levi alla vita e alla morte degli animali. 

            Più di una volta lo scrittore torinese chiarisce che l'importanza esistenziale del lavoro non riguarda soltanto i privilegiati come il chimico Levi o il montatore Faussone. Durante una intervista del 1986 sul tema della dignità e indegnità dell'uomo, Levi affermò: "Ho del lavoro una concezione molto diversa da quella dei sindacalisti o per lo meno diversa da quella dei sindacalisti stupidi per i quali il lavoro è un peso che degrada l'uomo". L'intervistatrice Barbara Kleiner chiese allora a Levi: "Per lei invece il lavoro rappresenta il nucleo fondamentale dell’esperienza?". La risposta taglia corto con la questione dei sindacalisti stupidi, e rimette lo scrittore nei panni vestiti a lungo di dirigente industriale:  

“Non è solo una mia impressione. Avevo molti operai sotto di me con i quali avevo un ottimo rapporto. Per essi il lavoro non era solo il mezzo per guadagnarsi lo stipendio ma qualcosa di molto importante. E si trattava di una fabbrica di vernici, nulla di speciale dunque, certamente non era un’attività tecnologica di punta”.[5]

Il tema del lavoro è al centro di una importante intervista rilasciata da Primo Levi a Giuseppe Grassano; il tema è centrale anche perché  era stato pubblicato da poco La chiave a stella. In riferimento a questa opera e al precedente Sistema periodico Levi afferma: “I miei due ultimi libri [...] contengono una certa carica polemica contro chi nega questo potere, come dire, salvatorio del lavoro. Che fa parte della civiltà umana, secondo me” e aggiunge subito dopo: “Chi fa un lavoro in cui non si sbaglia mai è fuori della condizione umana. Chi fa un lavoro ripetitivo, meccanico, si pone fuori. Chiaro, capita a molti”.[6] Potere salvatorio del lavoro, un'espressione notevole, e non tanto per salvatorio, parola coniata per l'occasione, quanto per il carattere aleatorio e imperscrutabile del potere che concede un certo lavoro, non un lavoro ripetitivo e meccanico, ad una minoranza 'eletta'. L'intero passo è eticamente difficile, perché secondo Levi chi fa un lavoro ripetitivo, meccanico, si pone fuori della condizione umana, non è posto fuori. Ma come meritarsi la grazia di un lavoro non ripetitivo, non meccanico? Potere salvatorio sembra un suggerimento beffardo che riecheggia e distorce il 'potere salvifico' così abilmente gestito da chiese di ogni denominazione. Mentre non è affatto detto che un lavoro-sfida sia sempre a lieto fine, Levi è ora in vena ottimista, e riammette subito all'interno della condizione umana anche chi è costretto ad un lavoro alla catena. Dopo quattro righe di testo, pochi secondi di intervista, leggiamo:

“Volevo descrivere una condizione umana che non è quella, pure assai diffusa nel mondo di oggi, di chi è costretto ad un lavoro ripetitivo, ma di chi segue il destino antico, il destino di sempre, di colui il quale si misura con il mondo esterno attraverso il proprio lavoro, ed è esposto a sbagliare, a ripetere una prova infinite volte, finché poi l’imbrocca, trova, coglie il segno. Appunto, è un lavoro destino il mio, è un lavoro condizione umana”.[7]

L'essere pienamente nel mondo, secondo un destino antico, si realizza attraverso il proprio lavoro. È non comune la forza di espressioni come lavoro destino, lavoro condizione umana.[8] Nel brano citato vi è anche il richiamo alla possibilità del fallimento, se il ripetere una prova infinite volte non si interrompesse quando si trova. Questa drammatica ripetizione, infinite volte, merita di essere trattata a parte.

 



[1] CI, pp. 84-85; è l'intervista rilasciata a Philip Roth, e pubblicata su La Stampa nel 1986 con il titolo "L'uomo salvato dal suo mestiere".

[2] P. Levi, La chiave a stella, Torino: Einaudi, p. COMPL; questo volume sarà indicato come CS.

[3] CI, p. 85.

[4] Loc. cit.

[5] CI, pp. 78-79; il titolo assegnato all'intervista è "Ritratto della dignità e della sua mancanza negli uomini". Barbara Kleiner  era la traduttrice in tedesco dei libri di Levi. L'intervista fu pubblicata su una rivista tedesca con il titolo "Bild der Unwürde und Würde des Menchen"; il titolo tedesco è più duro di quello italiano perché Unwürde corrisponde a indegnità, qualcosa di più attivo della 'mancanza di dignità'. Uno dei racconti più noti di Brecht ha come titolo Die unwürdige Greisin, di solito tradotto "La vecchia indegna"; ma in questo caso si tratta di una anziana signora 'indegna' soltanto nel giudizio dei bigotti.

[6] CI, p. 169; l'intervista, pubblicata nel 1981, ha per titolo "Conversazione con Primo Levi".

[7] CI, pp. 169-170. Nella conversazione con Grassano Levi chiarisce una volta per tutte cosa fosse il 'lavoro' nei campi di sterminio nazisti: "Io taglierei fuori l'«Arbeit Macht Frei», perché veramente quello non era un lavoro. [...] Quello non era un lavoro, era come prendere frustate. [...] taglierei fuori il lavoro del  Lager", CI, pp. 168-169.

[8] La condition humaine, il romanzo di André Malraux, fu pubblicato nel 1933.

 

< precedente | pagina 4 di 7 | seguente >