Una vita concreta

Materia, materiali e lavoro umano in Primo Levi

 

Luigi Cerruti

 

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La materialità del mondo

Spaghetti crudi, spaghetti cotti, bottone, carro armato, maionese, uranio arricchito, qualsiasi oggetto o materiale commerciabile, è un mondo ridotto a scambio di merci quello che Levi presenta con "La misura di tutte le cose". Eppure materia e materiali hanno per l'Autore valori indipendenti dalla riduzione a merci, in quanto essi sono pur sempre ciò che l'uomo operoso incontra nel mondo del lavoro. È in laboratorio che per la prima volta le mani di Levi interagiscono con strumenti e materiali. Un'esperienza indimenticabile, stranamente dolorosa:

“Le nostre mani erano rozze e deboli ad un tempo, regredite, insensibili: [...] ignoravano il peso solenne e bilanciato del martello, la forza concentrata delle lame [...] la tessitura sapiente del legno, la cedevolezza simile e diversa del ferro, del piombo e del rame. Se l’uomo è artefice, non eravamo uomini: lo sapevamo e ne soffrivamo”.[1]

Questo passo è tratto dalla pagina successiva a quella già citata dei 'sogni conoscitivi' sui banchi del liceo. Ancora una volta sono presenti i tre regni della natura, mani, legno, ferro, ma a mediare, a orientare il rapporto fra Levi e i materiali vi sono gli strumenti, martello e lame. Straordinario è il contatto intimo con il vetro: 

“Il vetro del laboratorio ci incantava e ci intimidiva: il vetro, per noi, era ciò che non si deve toccare perché si rompe, e invece, ad un contatto più intimo, si rivelava una materia diversa da tutte, di suo genere, piena di mistero e di capriccio”.[2]

In questo contesto, mentre impara i primi rudimenti del tedesco, Levi incontra l'Urstoff, parola curiosa e affascinante: "Incominciavo allora a compitare il tedesco, e mi incantava il termine Urstoff (che vale Elemento: letteralmente Sostanza primigenia)".[3] Era ancora un incanto puramente mentale, ma con la guida dell'amico e compagno di corso Sandro Delmastro non tardò la scoperta di un'altra materialità del mondo, una materialità muscolare e pericolosa:

“Lui [Sandro] aveva un’altra materia a cui condurmi, un’altra educatrice: non le polverine di Qualitativa, ma quella vera, l’autentica Urstoff senza tempo, la pietra e il ghiaccio delle montagne vicine. Mi dimostrò senza fatica che non avevo le carte in regola per parlare di materia. Quale commercio, quale confidenza avevo io avuto, fino allora, coi quattro elementi di Empedocle? Sapevo accendere una stufa? Guadare un torrente? Conoscevo la tormenta in quota? Il germogliare dei semi? No, e dunque anche lui aveva qualcosa di vitale da insegnarmi”.[4]

Ecco i quattro elementi della cultura classica trasformati in vita vissuta: il fuoco della stufa, l'acqua del torrente, l'aria della tormenta in quota, la terra feconda del germogliare dei semi. Gli antichi pensavano che gli elementi si potessero trasformare l'uno nell'altro, e così ancora nel Seicento il grande Boyle, che invocava all'uopo un 'principio plastico', residente nelle viscere della Terra. Da questo punto di vista si potrebbe leggere con un certo interesse epistemologico questa affermazione di Levi: “La materia è materia, né nobile né vile, infinitamente trasformabile, e non importa affatto quale sia la sua origine prossima”.[5] Nelle operazioni di laboratorio e nei processi industriali la metamorfosi riguarda le sostanze e non la 'materia', nel significato fisico del termine. Il chimico-scrittore lo sa benissimo, e se ha scelto il termine 'materia' è per sottolineare il carattere fondante e pubblico di quanto sta dicendo. La frase è più comprensibile, più convincente, più importante così com'è.

            D'altra parte Levi sta raccontando il suo tentativo di preparare l'allossana, utile nella formulazione dei rossetti per labbra, e a questo scopo intende procurarsi il prodotto di partenza per la sua sintesi, l'acido urico presente in abbondanza negli escrementi di uccelli e serpenti. Conoscendo la totale ignoranza chimica dei suoi lettori, Levi si sofferma sul rapporto fra la 'materia prima'[6] e il prodotto finale: "Che poi l'allossana, destinata ad abbellire le labbra delle dame, scaturisse dagli escrementi delle galline o dei pitoni, era un pensiero che non mi turbava neanche un poco":

“Dirò di più: lungi da scandalizzarmi, l’idea di ricavare un cosmetico da un escremento, ossia aurum de stercore, mi divertiva e mi riscaldava il cuore come un ritorno alle origini, quando gli alchimisti ricavavano il fosforo dall’urina”.[7]

Anche qui Levi si diverte, prendendo le distanze a modo suo dalla cultura classica. La citazione latina originale si trova in Cassiodoro, dove è attribuita a Virgilio, ed essa piacque moltissimo a San Girolamo, che la usò più volte: aurum in stercore quaero. Il chimico-scrittore stravolge il detto di poeti e santi; non si tratta più di piluccare pagliuzze linguistiche, rilucenti in mezzo allo sterco di un scritto altrui, come diceva di aver fatto Virgilio leggendo Ennio, ma di passare dalle parole ai fatti, di ottenere effettivamente una sostanza di valore, l'acido urico, da materiali di poco conto. Vedremo più oltre un altro caso in cui Levi attacca la cultura e la società classica.

 



[1] SP, p. 25.

[2] Loc. cit.

[3] SP, p. 40; Levi non usa il corsivo per sottolineare la presenza di parole che, evidentemente, non ritiene 'straniere'. Debbo confessare che alla stessa età di Levi, e nelle stesse circostanze - studente alle prese con il tedesco - anche io ho subìto la seduzione di quella stessa parola. Probabilmente molti chimici hanno seguito lo stesso percorso.

[4] SP, pp. 44-45. Entrato nella Resistenza Sandro Delmastro fece parte del Comando Militare Piemontese del Partito d'Azione. Fu ucciso dai fascisti nell'aprile del 1944.  A conclusione del capitolo "Ferro", dedicato all'amico caduto, Levi scrive: "stava tutto nelle azioni, e, finite quelle, di lui non resta nulla; nulla se non parole, appunto", SP, p. 51.

[5] SP, p. 184.

[6] Anche in questo modo si usa il termine 'materia'.

[7] SP, pp. 184-185.

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