Una vita concreta

Materia, materiali e lavoro umano in Primo Levi

 

Luigi Cerruti

 

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La vocazione per una vita concreta

È nel capitolo "Idrogeno" del Sistema periodico che Levi racconta la precocità della sua vocazione verso la concretezza, e la natura di questa 'concretezza':

“Guardavo gonfiare le gemme in primavera, luccicare la mica nel granito, le mie stesse mani,  dicevo dentro di me: «Capirò anche questo, capirò tutto, ma non come loro vogliono. Troverò una scorciatoia, mi farò un grimaldello, forzerò le porte». Era snervante, nauseante, ascoltare discorsi sul problema dell’essere e del conoscere, quando tutto intorno a noi era mistero che premeva per svelarsi: il legno vetusto dei banchi, la sfera del sole di là dai vetri e dai tetti, il volo vano dei pappi nell’aria di giugno”.[1]

Il passo è ricco, ricchissimo. Gemme, mica e mani:  i tre 'regni' della natura, il vegetale, il minerale e l'animale, in cui alchimia e chimica seguendo la tradizione hanno ripartito il mondo. Il desiderio di conoscenza del giovanissimo Levi, ancora fra i banchi, è spropositato, vorrebbe capire tutto, ma - attenzione - "non come loro vogliono". Qui Levi spende uno dei suoi rari corsivi, per sottolineare un'opposizione forte fra le "tonnellate di nozioni" somministrate dai professori (loro) e quella necessità di capire a cui le nozioni non davano alcun sollievo. Levi allora era un adolescente sedicenne e sogna l'avventura, quasi un'incursione raccontata in modo concitato: una scorciatoia, un grimaldello, le porte. Lo scrittore guarda se stesso quaranta anni prima, e condivide ancora i pensieri del ragazzo che era stato. Certo ora non definirebbe direttamente nauseante il discettare sul "sul problema dell’essere e del conoscere", l'adulto con apparente maggiore prudenza, come nell'intervista con Di Caro, avrebbe detto "ci si gira intorno" (ma si veda oltre). Il mistero premeva nel ragazzo con la stessa pressione fisiologica che faceva gonfiare le gemme.  E ancora, in chiusura del passo, gli elementi del mistero, la natura e manufatti: legno e banchi, sole e vetri e tetti; infine l'enigma della vita, il volo vano dei pappi nell’aria di giugno.

Sappiamo che Levi non trovò la scorciatoia verso il sapere che lo interessava, e scelse un percorso arduo, con gli studi di chimica caratterizzati da corsi di laboratorio sempre più impegnativi.

L’apprendistato professionale è descritto su diversi registri, il primo dei quali è fortemente ironico, e quasi scaramantico: “Era scoccata l’ora dell’appuntamento con la Materia, la grande antagonista dello spirito la Hyle, che curiosamente si ritrova imbalsamata nelle desinenze dei radicali alchilici: metile, butile eccetera”.[2] La ύλη etimologica era già presente nel legno dei banchi di scuola, ora si riveste di panni maiuscoli di Aristotele, degni di una "grande antagonista dello spirito", subito però ridimensionati a minuscole code di parole chimiche. Non è la Hyle greco-filosofica a impensierire Levi, ma la più concreta Materia dei latini. Del laboratorio di analisi qualitativa che si frequentava al secondo anno del corso di chimica Levi scrive: “Qui la faccenda si faceva seria, il confronto con la Materia-Mater, con la madre nemica, era più duro e più prossimo”.[3] Questione seria, la Materia che non solo diviene secondo l'etimologia una Mater, ma che diventa una madre nemica. Madre nemica è un'espressione con dei tratti intrinsecamente contraddittori, anche se la realtà quotidiana e la letteratura non sono avare di madri umane nemiche dei loro figli. Personalmente credo che la frase di Levi abbia origine proprio dalla visione del mondo del nostro Autore.[4]  La materia non è  'altro' da noi, è noi. La materia è non solo l'antagonista del (sopra)vivere umano, è anche la nostra madre, da cui tutto ha origine. In ogni caso Levi non aveva affatto dimenticato (o tradito) l'intenzione adolescenziale di trovare una scorciatoia, un grimaldello: "C'era un metodo, uno schema ponderoso ed avito di ricerca sistematica, [...] ma io preferivo inventare volta per volta la mia strada, [....] sublimare il mercurio in goccioline, trasformare il sodio in cloruro e ravvisarlo in tavolette a tramoggia sotto il microscopio".[5] L'incontro si trasforma rapidamente in sfida, se non addirittura in duello: “Qui il rapporto con la Materia cambiava, diventava dialettico, una partita a due. Due avversari diseguali: da una parte, ad interrogare, il chimico implume, inerme [...] dall’altra, a rispondere per enigmi, la Materia, con la sua passività sorniona, vecchia come il Tutto e portentosamente ricca d’inganni, solenne e sottile come la Sfinge”.[6] Il nostro chimico-scrittore riversa sul lettore un flusso di qualificazioni che descrivono una Materia trascendente: enigmatica, passiva, sorniona, vecchia, totalizzante, portentosa, ricca, ingannevole, solenne, sottile, e ancora enigmatica. È l'aspetto dell'enigma che rende la Materia trascendente rispetto al chimico inerme. È soltanto trasformando una sostanza in un'altra sostanza che si può sciogliere una parte dell'enigma; la materia risponde solo dandoci altra materia.[7] A questa materia ordinaria, con l'iniziale minuscola, il chimico si avvicina con le pratiche di laboratorio, con una finalità essenziale:

“Vincere la materia è comprenderla, e comprendere la materia è necessario per comprendere noi stessi e l’universo”.[8]

La possibile risposta al problema dell’essere e del conoscere è qui, nascosta nella materia. Forse non si tratta di una risposta sufficiente, ma sicuramente - secondo Levi - comprendere la materia si pone come condizione necessaria.

Un aspetto cruciale per una ‘vita concreta’ è sapere ciò che si dice, il che non vuole dire soltanto conoscere gli argomenti di cui si parla e proporli con sincerità, ma implica pure l’eventualità che ciò che si intende dire non trovi nella lingua d’uso la possibilità di esprimersi. Nella storia della scienza vi sono numerosissimi casi in cui gli scienziati posti di fronte a nuovi orizzonti conoscitivi hanno dovuto ‘inventarsi’ qualche nuova sezione di dizionario. Levi ha ragionato a lungo sull'opposizione  effabile / ineffabile, giungendo a conclusioni diverse e apparentemente contraddittorie:

“L’effabile è preferibile all’ineffabile, la parola umana al mugolio animale”.[9]

Le pagine in cui compare questa frase sono intitolate “Dello scrivere oscuro”, e risalgono al 1985. Due anni dopo, nella già citata intervista rilasciata a Roberto Di Caro, Levi prendeva una posizione diversa rispetto alla totale effabilità della conoscenza umana: 

“Ineffabilità, si chiama, ed è una bellissima parola. Il nostro linguaggio è umano, è nato per descrivere cose a dimensioni umane. Crolla, si sfascia, è inadeguato (lo sono tutti i linguaggi, e lo saranno sempre) quando si tratta di raccontare cosa avviene, per esempio, in una supernova, come ho tentato una volta nel racconto Una stella tranquilla”.[10]

Il rinvio di Levi è ad un racconto brevissimo, che per altro si apre con una dichiarazione di impotenza linguistica: lontana, grande, calda, enorme non sono aggettivi in grado di descrivere lo stato reale di una stella, perché le stesse parole possono essere utilizzate in situazioni a portata d'uomo: per un uomo anche "l'Everest è enorme". "È chiaro che nel nostro lessico qualcosa non funziona".[11] Il linguaggio naturale non è adatto per descrivere situazioni ed eventi 'fuori misura'.[12] Levi accenna alla nascita nei secoli di parole che designassero grandi numeri, ma la sua vera intenzione non è di descrivere i processi fisici che scatenano l'esplosione di una stella ("non sono più gli aggettivi che falliscono, ma propriamente i fatti. Non sappiamo ancora molto della convulsa morte- resurrezione delle stelle"[13]). Lo scrittore torinese vuole narrare la rapida apocalisse che avrebbe distrutto tutto quanto si fosse trovato in prossimità della nova, compreso un eventuale osservatore, sventurato abitatore di un pianeta della stella tranquilla, "indipendentemente da qualsiasi ipotesi circa la misura e la forma di questo osservatore":

"Dopo un'ora, i mari e i ghiacci [...] sono entrati in ebollizione; dopo tre, tutte le rocce si sono fuse, e le sue montagne sono crollate a valle sotto forma di lava; dopo dieci l'intero pianeta era ridotto in polvere, insieme con tutte le opere delicate e sottili che forse la fatica congiunta del caso e delle necessità vi aveva creato attraverso innumerevoli prove ed errori, ed insieme con tutti i poeti e i sapienti che forse aveva scrutato qual cielo, e si erano domandati a che valessero tante facelle,[14] e non avevano trovato risposta. Quella era la risposta".[15]

Quella era la risposta ai poeti e ai sapienti. Secondo una struttura narrativa frequente nei suoi scritti Levi svapora immediatamente la lontana tragedia, di un'intelligenza collettiva che si estingue senza risposta, e porta il lettore ad assistere ad una commediola familiare vissuta sul nostro pianeta, nell'Osservatorio peruviano di Ramón Escojido. Escojido (il cognome è sefardita) ha notato al microscopio una nuova minuscola macchiolina nell'ultima lastra sviluppata e confrontata con quella di una settimana prima. L'effetto immediato sulla Terra della remota catastrofe stellare è che la famiglia dell'astronomo deve rinunciare ad una promessa e sospirata escursione, perché Escojido deve confermare "se si tratti di una Nova". Bisogna fare rapporto, pensa l'astronomo.  Una sventura cosmica è ridotta a misura umana.

Tutto il raccontino della Stella tranquilla gira intorno all'effettiva comprensibilità di una misura. Levi esprime i suoi dubbi su quelle espresse in linguaggio ordinario: "di quante volte una torre altissima è più alta di una torre alta?", e dalla parte della scienza "C'è sì il linguaggio delle cifre, elegante e snello, l'alfabeto delle potenze del dieci, ma questo non sarebbe un raccontare", "un rappresentare la misura", "in cui ciascuno ravvisi lontani modelli propri e del genere umano".[16] Il chimico-scrittore ha dato una sua risposta a come si possa rappresentare la misura, anzi "La misura di tutte le cose". È questo il titolo di un capitolo (meno di tre pagine) della Ricerca delle radici.

Nell'introduzione al testo Levi afferma che "le fondazioni della nostra civiltà tecnologica devono essere consolidate da misure e definizioni precise [...], c'è chi misura la resistenza alla flessione degli spaghetti crudi e la resistenza alla trazione degli spaghetti cotti". Si tratta di "verificare l'idoneità di qualsiasi oggetto o materiale commerciabile, dal bottone al carro armato e dalla maionese all'uranio arricchito".[17] Per confermare la sua affermazione e per renderla nello stesso tempo paradossale il nostro scrittore porta un esempio dell'egregio lavoro della American Society for Testing Materials (ASTM), una "Proposta di metodo per il controllo della resistenza delle pellicole di adesivo essiccate all’attacco da parte degli scarafaggi". Levi stesso tradusse la Proposta, un testo certamente singolare in quanto gli strumenti di una misura (realizzata negli Stati Uniti) di resistenza agli scarafaggi non potevano essere che gli stessi scarafaggi (americani). Infatti i protagonisti della misura sono "Dieci scarafaggi americani in buona salute (Periplaneta americana), dell’età di 5-6 mesi, tenuti a digiuno per 48 ore. Cinque devono essere maschi e cinque femmine".[18] Levi deve avere anche apprezzato il glorioso nome dato al genus delle blatte in questione: la parola Periplaneta  è una delle tante bastardine costruite in pseudogreco da περί ('intorno', il solito prefisso) e da πλανητεσ ('vagante', come i nostri pianeti) e infine latinizzata per 'significare' un qualcosa piuttosto indeterminato: 'che vaga intorno'. Ma Levi non ha soltanto voluto incuriosire il lettore, infatti ha dato a questa specificazione[19] il titolo, già citato, che dopo la lettura del testo sembra andare ben oltre l'abituale ironia dell'Autore. La misura di tutte le cose non è altro che il πάντων χρημάτων μέτρον del sofista Protagora, la cui frase completa potrebbe suonare come: "L’uomo è la misura di tutte le cose, di quelle che sono in quanto sono e di quelle che non sono in quanto non sono". La sostituzione dello scarafaggio all'uomo come misura di tutte le cose ci porta irresistibilmente a Franz Kafka e alla sua Metamorfosi, dove la metamorfosi è quella del povero Gregor Samsa che un mattino si risveglia trasformato in una mostruosa blatta (zu einem ungeheueren Ungeziefer verwandelt).[20]

            Seguendo il monito di Levi non cercheremo messaggi ulteriori nel racconto del rapporto fra misure, scarafaggi e merci.

 



[1] P. Levi, Il sistema periodico, Torino: Einaudi, 1975, pp. 23-24; questo volume sarà indicato come SP.

[2] SP, p. 34.

[3] SP, p. 39.

[4] Angier ha insistito molto sui rapporti di Primo Levi con la madre, cfr. C. Angier, The Double Bond Primo Levi: A Biography. New York: Farrar, Straus and Giraux, 2002. Ritengo storiograficamente impossibile scrivere una biografia che non sia tematizzata con qualche aggettivo (ad esempio 'letteraria', 'scientifica', ecc); questo vale ancor più nel caso di Primo Levi. Ha scritto giustamente Ruth Franklin: "Even in Levi's autobiographical writings, the carefully constructed persona acts as an invisible wall to shield the man within", ("The Experiment", The New Republic,  1 luglio 2002, letto all'indirizzo: http://www.powells.com/review/2002_06_27.html). Sull'impossibilità storiografica delle biografie rinvio a: L. Cerruti, "Aspetti filosofici e metodologici della biografia", in: P. Antoniotti, L. Cerruti (a cura di) Atti del I° Convegno di Storia della Chimica, Torino: Univercittà, 1986, pp. 75-82.

[5] SP, p. 40; debbo confessare che come chimico appartenente alla generazione successiva a quella di Levi ho dovuto controllare in letteratura se il cloruro di sodio potesse effettivamente cristallizzare in tavolette a forma di tramoggia. Ma come ho potuto dubitarne?

[6] Loc. cit.

[7] Dal punto di vista epistemologico le tecniche spettroscopiche attuali sono in grado di rispondere solo all'aspetto 'statico', ideale e potenziale delle sostanze: ci possono dire come sono costituite le molecole che le compongono. L'aspetto 'dinamico', concreto e attuale delle sostanze si svela progressivamente, e in modo inesauribile saggiando l'interazione della sostanza in esame con altre sostanze, o in modo ancora più avventuroso con esseri viventi.

[8] SP, p. 43.

[9] P. Levi, L'altrui mestiere [AM], cit. da P. Levi, Opere II, Torino: Einaudi, 1997, p.  679;  questo volume delle Opere sarà indicato come OpII.  

[10]  CI, p. 202.

[11] P. Levi, Lilit e altri racconti, qui citato da OpII, p. 77.

[12] È quanto vado predicando da anni ai miei allievi del secondo anno di fisica. Ma neppure l'inevitabile citazione di Dirac li smuove dalla convinzione che si possa parlare di molecole e di reazioni come si parla di un pallone e di una partita. La citazione inevitabile riguarda il comandamento espresso dal fisico inglese nel suo testo fondamentale di meccanica quantistica: “One must not picture this [atomic] reality”, P. A. M.  Dirac, The Principles of Quantum Mechanics, Oxford: Clarendon, 1930, p. 2.

[13] OpII, p. 79.

[14] G. Leopardi, "Canto notturno di un pastore errante dell'Asia": "e quando miro in cielo arder le stelle;/dico fra me pensando:/a che tante facelle?".

[15] OpII, p. 80.

[16] Ib., p. 78.

[17] P. Levi, La ricerca delle radici [RR], 1981, qui citato da OpII, p. 1493.

[18] Ib., p. 1494.

[19] Il tema delle specificazioni si trova anche nel Sistema periodico, e in questo caso è trattato con ironia delicata, leggera. Levi siede ad una "mensa di verniciai" e rivolgendosi al lettore esalta le antichissime origini della loro professione: "la sua testimonianza più remota è in Genesi 6.14, dove si narra come, in conformità ad una precisa specificazione dell'Altissimo, Noè abbia rivestito (verosimilmente a pennello) con pece fusa l'interno e l'esterno dell'Arca", SP, p. 151-152.

[20] Sulle difficoltà poste dalla traduzione di Ungeziefer  si veda R. H. Lawson, "Ungeheueres Ungeziefer in Kafka's «Die Verwandlung»",The German Quarterly, Vol. 33, n. 3,  pp. 216-219 (1960).  In effetti Ungeziefer corrisponde ad una infinita varietà di animaletti che riteniamo nocivi e che - comunque - troviamo repellenti. Il termine 'insetto' usato nelle traduzioni del racconto di Kafka non ci trasmette il disgusto che connota in tedesco la parola Ungeziefer.

 

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