Una vita concreta
Materia, materiali e lavoro umano in
Primo Levi
Luigi Cerruti
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La vocazione
per una vita concreta
Il lavoro come condizione umana
I due incontri e il Gran Curvo
È per motivi profondi che Primo Levi continuò a lavorare in una fabbrica di vernici anche dopo essere diventato uno scrittore famoso. Si trattò di una scelta di vita, meditata e perseguita a lungo, resa evidente dalle innumerevoli tracce che il chimico-scrittore torinese ha impresso nei suoi scritti. D’altra parte Levi fu uno straordinario comunicatore scientifico, tanto che su iniziativa della prestigiosa Royal Institution di Londra lo scrittore torinese è stato recentemente indicato come il più grande ‘scrittore di scienza’ di ogni tempo. Da questo punto di vista, ricercando le tracce lasciate da Levi sulla vocazione e sulla professione si possono ricostruire non solo le ragioni delle scelte ‘professionali’, ma anche alcune argomentazioni che hanno una diretta pertinenza con la sua visione del mondo. Le funzioni di Levi in fabbrica furono di chimico e (poi) di dirigente industriale, ed è da qui, dalla attività pratica, che nascevano le riflessioni sulla materia, sui materiali e sul lavoro umano. Ma è ovvio che l’impegno etico di Levi non poteva non riverberarsi su questi stessi temi, dandoci così un insegnamento particolarmente ricco di umanità e non privo di durezza.
In verità, fra gli elementi di
durezza del pensiero di Levi vi è un’autentica repulsione verso chiunque
proclami con voce troppo alta la propria verità. In una intervista concessa nel
1986 si espresse molto recisamente, leggendo una frase messa a stampa "un
paio di mesi" prima:
“Prego il lettore di non andare
in cerca di messaggi. E’ un termine che detesto perché mi mette in crisi,
perché mi pone indosso panni che non sono
miei, che anzi appartengono ad un tipo umano di cui diffido: il profeta,
il vate, il veggente”.[1]
Strana cosa leggere un proprio
scritto durante un'intervista, ma il senso della 'manovra' retorica è chiaro:
ormai l'ho stampato, non sono parole al vento. A sottolineare la severità del
giudizio, Levi afferma: "Sono la peste dei nostri giorni i profeti.[2] O forse sono la peste di sempre". Ora Roberto Di Caro, l'intervistatore, incalza
lo scrittore e gli chiede: "Perché il futuro non va indagato?". La
risposta di Levi mira al cuore del problema della comunicazione: “E’ quasi impossibile
distinguere un vero profeta dal falso. Il linguaggio è lo stesso”. Subito dopo, ad un'altra battuta del nostro
scrittore l'intervistatore contrappone un'ultima domanda: "l’ha detto col
tono di chi diffida dei filosofi. E’ così?".
“Be’, sì.
Sarà per ignoranza. Sa, io ho fatto sempre vernici, sono abituato ad una vita
concreta, in cui un problema si risolve o si butta. Invece i problemi
filosofici sono sempre quelli dei presocratici, ci si gira intorno, ci si
ritorna sopra ... E poi ogni filosofo ha il vizio di inventarsi un suo
linguaggio, che bisogna sforzarsi di penetrare prima di capire
cosa vuole dire. No, non fa per me ...”.[3]
Nella prossime pagine metterò al
centro della nostra lettura il tema della vita concreta così come si
trova espresso in molte pagine di Levi, cercando di metterne in luce tre
aspetti: la vocazione alla concretezza e la sua permanente conferma, il nesso
fra questa concretezza e la materialità del mondo, e infine il lavoro,
l'attività umana in quanto vissuto esistenziale della materialità. In
riferimento agli scritti di Levi ho parlato di 'lettura' perché darò il massimo
spazio possibile alle citazioni delle sue parole.
[1] P. Levi, Conversazioni e interviste, 1963-1987,
Torino: Einaudi, 1997, p. 203; questa raccolta, curata da Marco Belpoliti sarà
indicata come CI. Ho utilizzato le sigle proposte da Ernesto Ferrero in Primo
Levi: un'antologia della critica, Torino: Einaudi, 1997, p. XXV.
[3] CI, p. 204; i puntini di sospensione sono nel testo a stampa.
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