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Primo Levi. La memoria storica di un uomo: "tenace povero seme umano" sopravvissuto all'orrore del Lager

Articolo di Massimo Barile

Testo tratto dalla Rivista Club degli autori n° 139-140, Marzo-Aprile 2004. Per scandire la lettura in rete la redazione di Minerva ha inserito nel testo alcuni titoli


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Quell'anno ad Auschwitz

«Si immagini ora un uomo a cui, insieme con le persone amate, vengano tolti la sua casa, le sue abitudini, i suoi abiti, tutto infine, letteralmente tutto quanto possiede: sarà un uomo vuoto, ridotto a sofferenza e bisogno, dimentico di dignità e discernimento, poiché accade facilmente, a chi ha perso tutto, di perdere se stesso... si potrà a cuor leggero decidere della sua vita o morte al di fuori di ogni affinità umana... si comprenderà allora il duplice significato del termine "campo di annientamento" e sarà chiaro che cosa intendiamo esprimere con questa frase: giacere sul fondo».

Se questo è un uomo è un libro che si può definire pedagogico perché Primo Levi non fa altro che condurre il lettore per mano all'interno di un campo di sterminio, come a fargli sentire sul volto il vento gelido del mattino, il rancido della zuppa nella gamella, il freddo assassino sempre in agguato, l'orrore per l'odore di morte che c'è nell'aria, la putredine della carne, i cumuli di cadaveri, la negazione dell'uomo. E lui è lì a sopravvivere solo per raccontare e far conoscere.

Eppure Levi non emette nessuna condanna e non esprime alcun giudizio quasi se chiedesse allo stesso lettore di cercare di capire, di comprendere e agire di conseguenza in futuro: questa sua esigenza di neutralità, questa sorta di sospensione del giudizio, questo suo porsi piuttosto come accusatore che giudice spietato, induce il lettore ad avere una reazione, a pronunciare egli stesso una condanna.

E quell'anno ad Auschwitz fu tremendo perché Primo Levi trovò nel lager la "schiuma della terra", degli infelici che avevano alle spalle cinque anni di persecuzioni, persone scappate dalla Germania nazista in Polonia dove erano state raggiunte, poi scappate a Parigi e raggiunte anche lì per finire infine ad Auschwitz oppure poveri uomini della Bielorussia o dell'Ucraina assai lontani dalla civiltà occidentale e gettati in una condizione che non potevano capire. I compagni di viaggio di Levi, nel tragitto dall'Italia in Germania, speravano di trovare dei compagni ma trovarono dei "nemici". E il trauma iniziale fu la mancanza di solidarietà, il trovarsi a scontare come ebrei la colpa di essere nati, la percezione di avere a che fare con la follia, e la mancanza di comunicazione e l'isolamento linguistico in quel luogo erano quasi sempre mortali «sono morti quasi tutti gli italiani per questo»: perché non capivano gli ordini e non potevano dirlo, sentivano le urla, perché i militari tedeschi urlano sempre «per dar vento a una rabbia vecchia di secoli», e loro non capivano. Quel non riconoscersi come compagni fu la fine per molti.

«Non martiri» scrive Primo Levi ma la sua vicenda umana induce a riflessioni che si bagnano nel sangue di tanti esseri umani testimoni di quella inevitabile negazione dell'uomo, di quella persecuzione, di quello smaltimento di ossa. Eppure non è insignificante che la parola "martirio" ricalchi la parola greca "martùrion" che significa "testimonianza".

Dopo una simile tragica esperienza il bisogno primario era quello di scrivere a scopo di liberazione interiore «Io non ero convinto che Se questo è un uomo sarebbe stato pubblicato. Volevo farne quattro o cinque copie per fidanzata ed amici. Il mio scrivere era dunque un modo di raccontare a loro». Scrivere per ritornare a vivere in modo sereno e dissolvere i gemiti dei "fantasmi dolenti" durante i sogni.

La sua parola è stata quindi una "necessità vitale" di far riemergere una libertà interiore e spirituale dopo la disumana privazione: «Il bisogno di raccontare agli "altri", di fare gli "altri" partecipi... un impulso immediato e violento, tanto da rivaleggiare con gli altri bisogni elementari... il libro (Se questo è un uomo) è stato scritto per soddisfare questo bisogno; in primo luogo quindi a scopo di liberazione interiore».

Non vi troveremo "nuovi capi d'accusa" ma documenti di un periodo della storia, uno strumento per cercare di capire determinati aspetti dell'animo umano. Ma una accusa universale c'è. L'accusa viene rivolta a tutti quegli uomini che ritengono "ogni straniero un nemico", "convinzione che giace in fondo agli animi come una infezione latente" e quando si propaga, al vertice della piramide sta il Lager: «La storia dei campi di distruzione dovrebbe venire intesa da tutti come un sinistro segnale di pericolo» e la minaccia di questa concezione del mondo può essere allontanata solo con le parole che uomini come Primo Levi hanno lasciato come testimonianza, a quasi sessanta anni da quel '44, anno in cui fu deportato ad Auschwitz.

Per ricordare gli ultimi dieci giorni nel lager ecco cosa scrive di quel 26 gennaio del 1945: «Noi giacevamo in un mondo di morti e di larve. L'ultima traccia di civiltà era sparita intorno a noi e dentro di noi. L'opera di bestializzazione, intrapresa dai tedeschi trionfanti, era stata portata a compimento dai tedeschi disfatti. È uomo chi uccide, è uomo chi fa o subisce ingiustizia; non è uomo chi, perso ogni ritegno, divide il letto con un cadavere. Chi ha atteso che il suo vicino finisse di morire per togliergli un quarto di pane, è, pur senza sua colpa, più lontano dal modello dell'uomo pensante, che il più rozzo pigmeo e il sadico più atroce. Parte del nostro esistere ha sede nelle anime di chi ci accosta: ecco perché è non-umana l'esperienza di chi ha vissuto giorni in cui l'uomo è stato una cosa agli occhi dell'uomo».

«Oh poter piangere! Oh poter affrontare il vento come un tempo facevamo, da pari a pari, e non come vermi vuoti di anima!»: ecco il pensiero pieno di speranza che assediava la mente nei rari momenti di riposo, accovacciati nelle baracche. Ma la realtà era la polvere della morte nella gola, le schiere di schiavi capaci di qualunque cosa per un pezzo di pane, i ritmi brutali che scandivano i passi stanchi ogni mattina e ogni sera, le miserande spoglie di cadaveri a pezzi trasportate nei forni crematori. «L'umano come valore può andare perduto, si salva solo se viene coraggiosamente e tenacemente difeso contro le forze che minacciano di opprimerlo e distruggerlo».

Possiamo chiamare disumano ogni tentativo di adoperare l'uomo come una cosa, rendendolo servo di una situazione che egli non può controllare e modificare attraverso la propria libertà: l'unica speranza è che il ventre che partorì la cosa immonda non sia più fecondo smentendo inesorabilmente Brecht.

"C'è Auschwitz, quindi non può esserci Dio"

Quando Primo Levi ritornò finalmente a Torino il 19 ottobre del 1945, dopo un lunghissimo e terrificante viaggio attraverso mezza Europa: la casa era in piedi, tutti i familiari vivi, nessuno mi aspettava. Gonfio, barbuto e lacero da essere quasi irriconoscibile e poi gli amici, il calore della casa, un letto comodo, pulito e morbido, la gioia liberatrice del raccontare. «Ma solo dopo molti mesi svanì in me l'abitudine di camminare con lo sguardo fisso al suolo, come per cercarvi qualcosa da mangiare o da intascare presto e vendere per pane; e non ha cessato di visitarmi, ad intervalli ora fitti, ora radi, un sogno pieno di spavento... Sono a tavola con la famiglia o con gli amici in un ambiente placido e disteso...eppure provo un'angoscia sottile e profonda... sono solo al centro di un nulla grigio e torbido, ed ecco, io SO che cosa questo significa, ed anche so di averlo sempre saputo: sono di nuovo in Lager, e nulla era vero all'infuori del Lager».

Aveva urgenza di raccontare e poi ancora raccontare senza mai saziarsi e Levi era un meraviglioso conversatore, preciso e scrupoloso, sempre attento alle parole giuste e calibrate per esprimere quel tormento che lentamente, troppo lentamente andava scomparendo, capace di numerose associazioni di memoria e di ricordi dettagliati e precisi di quell'atroce esperienza che lo aveva segnato nell'anima (Levi scriverà in diverse occasioni "rotto": e tale parola rende meglio di qualunque altra il suo stato d'animo). Primo Levi aveva un grande rispetto dell'uomo: era gentile, mite e di una dolcezza estrema. La sua sofferenza e la sua testimonianza sono diventate patrimonio comune, e la sua parola, sempre sobria e di un'efficacia spoglia, è ancora fondamentale antidoto contro l'odio e il sopruso dell'uomo sull'uomo.

Parlava sempre a voce bassa. Senza rancore.

«Levi non gridava, non insultava, non accusava, perché non voleva gridare, voleva molto di più: far gridare» così scriverà Ferdinando Camon.

E, alla fine di una serie di memorabili interviste sempre con Camon, ecco cosa Primo Levi aggiunse a matita sul foglio: «C'è Auschwitz, quindi non può esserci Dio. (Non trovo una soluzione al dilemma. La cerco, ma non la trovo)».


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