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Primo Levi. La memoria storica di un uomo: "tenace povero seme umano" sopravvissuto all'orrore del Lager

Articolo di Massimo Barile

Testo tratto dalla Rivista Club degli autori n° 139-140, Marzo-Aprile 2004. Per scandire la lettura in rete la redazione di Minerva ha inserito nel testo alcuni titoli


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"Mi sembrava di adempiere ad un debito"

Nel 1959 su La Stampa Primo Levi scriverà: "La strage nazista porta il segno della follia ma anche un altro segno. È il segno del disumano, della solidarietà umana negata, vietata, rotta; dello sfruttamento schiavistico; della spudorata instaurazione del diritto del più forte, contrabbandato sotto l'insegna dell'ordine. È il segno della sopraffazione, il segno del fascismo. È la realizzazione di un sogno demenziale, in cui uno comanda, nessuno più pensa, tutti camminano sempre in fila, tutti obbediscono fino alla morte, tutti dicono sempre di sì". Auschwitz è un ammonimento all'umanità, una testimonianza, un monito: che l'uomo è, deve essere, sacro all'uomo, dovunque e sempre.

Al suo ritorno in Italia nell'ottobre del 1945 inizia a scrivere, senza darsi preoccupazioni di stile, cercando di fissare fedelmente gli episodi che aveva più freschi nella memoria, gli avvenimenti più importanti o carichi di valori simbolici. «Non mi rendevo conto, né avevo intenzione, di scrivere un libro: mi sembrava di adempiere ad un debito verso i compagni morti, e ad un tempo di soddisfare un mio bisogno».

L'esperienza di quel mondo pieno d'orrore e disumanità di Auschwitz sembrava premere nella testa e voler uscire il più presto possibile: le parole, i gesti quotidiani, i volti dei compagni morti o sopravvissuti, l'insperata salvazione, la libertà ritrovata, il rimpatrio lunghissimo, imprevedibile, assurdo, straordinario. Raccontare era una necessità, un impulso insopprimibile, quelle vite e quelle morti non potevano rimanere sedimentate e arenate nel cuore e nella carne di un uomo, dolente e ferito; non potevano rimanere sconosciute al mondo. Se questo è un uomo racconta l'anno di prigionia nel lager di Auschwitz ed è stato scritto con la volontà di non dimenticare, di non perdere il ricordo anche del minimo gesto quotidiano o del volto più insignificante perché in verità questo è un libro che si è scritto da sé: «avevo l'impressione che quelle cose "si scrivessero da sole" e trovassero in qualche modo una via diretta dalla mia memoria alla carta». Il Lager non era un luogo dove si poteva analizzare la propria esperienza o scrivere per fissare fatti e misfatti, emozioni e dolori, anche perché era proibita qualunque forma di possesso personale eppure la "speranza di sopravvivere era legata alla speranza di vivere per raccontare". Un desiderio profondo alimentava ogni reduce ed era che quella esperienza diventasse storia: le atrocità viste dovevano essere raccontate, la vita del lager non doveva essere dimenticata, l'uomo non più uomo ma ridotto a cosa doveva essere raccontato a tutti per far capire cosa significava tale condizione: e in pochi poterono scrivere tutto ciò, quelli a cui «la fortuna concesse di sopravvivere». Ecco allora che una volta tornato a casa c'era quella voglia di raccontare da "narratore infaticabile", di ripetere le storie innumerevoli volte quasi a cercare di far ritornare alla mente qualche gesto o accadimento dimenticato e alla fine la vicenda umana si materializzava in breve tempo: «scrivevo di notte, in treno, alla mensa della fabbrica, in mezzo al frastuono dei motori. Scrivevo con fretta, senza esitazioni e senz'ordine; non avevo coscienza di scrivere un libro».

In pochi mesi scrisse i diciassette capitoli del libro partendo dall'ultimo, il ricordo più fresco, per arrivare al primo, quello più lontano nel tempo. Poi aggiunse ad epigrafe una poesia che già aveva in testa ad Auschwitz ma aveva scritto pochi giorni dopo il ritorno a casa.

«Voi che vivete sicuri

Nelle vostre tiepide case,

Voi che trovate tornando a sera

Il cibo caldo e visi amici:

Considerate se questo è un uomo

Che lavora nel fango

Che non conosce pace

Che lotta per mezzo pane

Che muore per un sì o per un no.

Considerate se questa è una donna,

Senza capelli e senza nome

Senza più forza di ricordare

Vuoti gli occhi e freddo il grembo

Come una rana d'inverno.

Meditate che questo è stato:

Vi comando queste parole.

Scolpitele nel vostro cuore

Stando in casa andando per via,

Coricandovi, alzandovi;

Ripetetele ai vostri figli.

O vi si sfaccia la casa,

La malattia vi impedisca,

I vostri nati torcano il viso da voi».

 

Alcuni amici nel leggere quelle pagine consigliarono di riunirle, ordinarle e completarle: è così che nasce Se questo è un uomo pubblicato nel 1947 da un piccolo editore: De Silva di Torino. Se questo è un uomo è oggi un classico tradotto in varie lingue, adattato per versioni radiofoniche e teatrali, inserito in numerose antologie e continuamente ristampato ma il manoscritto fu inviato a due editori che lo rifiutarono: "commercialmente i tempi non erano ancora maturi per capire il Lager" e dulcis in fundo fu rifiutato per anni anche da una personalità ebrea della letteratura italiana: un lettore disattento.

Un libro che è sì di testimonianza ma anche di domande su come era potuto avvenire un tale orrore, su come si era potuto vivere senza speranze all'ombra dei camini dei crematori, una spiegazione al perché di questa tragedia, "l'intuizione del destino deciso al di sopra dell'uomo da un Dio incomprensibile".

Dopo aver scritto e pubblicato Se questo è un uomo Primo Levi si era "sentito in pace con se stesso come chi ha compiuto il proprio dovere". La sua testimonianza, la sua parola, la sua memoria erano lì e chi lo desiderava poteva leggerla per cercare di capire cosa era successo.

A dire la verità il libro era stato accettato solo da un piccolo editore e stampato in 2500 copie. Le recensioni erano state positive ma di certo non si parlava di ristampe né di traduzioni e dopo solo due anni si può dire che era già un libro entrato nel dimenticatoio.

E poi Primo Levi si era dedicato intensamente alla sua professione di chimico e si era sposato, quasi accontentandosi di essere autore di un solo libro, un "piccolo libretto solitario" al quale non pensare più come lo stesso autore scriverà.

Dieci anni più tardi, in occasione di una mostra della deportazione tenuta a Torino, alla quale era stato chiamato per dare un suo contributo, Primo Levi fu favorevolmente stupito per l'interesse e la voglia di conoscere e sapere "come era potuto accadere" soprattutto da parte di molti giovani presenti nel pubblico e fu così che propose il libro all'editore Einaudi che lo ripubblicò nel 1958 e da quell'anno non ha mai cessato di essere ristampato ed è entrato nella storia della letteratura italiana.


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