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Primo Levi. La memoria storica di un uomo: "tenace povero seme umano" sopravvissuto all'orrore del Lager

Articolo di Massimo Barile

Testo tratto dalla Rivista Club degli autori n° 139-140, Marzo-Aprile 2004. Per scandire la lettura in rete la redazione di Minerva ha inserito nel testo alcuni titoli


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L'impegno di Levi nella Resistenza

Primo Levi aveva ventitrè anni quando in Germania Hitler decise la "soluzione finale". Nell'estate del 1943 cadde il fascismo, l'esercito tedesco aveva invaso l'Italia del nord, gli Alleati erano sbarcati in Italia, ma nonostante l'entusiasmo Primo Levi era spaventato al solo pensiero del periodo di lotta e combattimenti che ne sarebbe seguito. In ogni caso aderì alla resistenza antitedesca e si aggregò ad una banda partigiana del movimento "Giustizia e Libertà" in Val d'Aosta: non passarono che poche settimane e nel primo rastrellamento della milizia fascista fu catturato insieme a pochi altri. Dopo la cattura si fece riconoscere come ebreo sperando di venir rinchiuso in qualche prigione in Italia invece, nel febbraio del 1944, fu consegnato ai tedeschi: e in quegli anni significava, per qualsiasi ebreo, un "destino terribile". (Mentre scrivo leggo da un articolo di Giampaolo Pansa su l'Espresso alcuni ricordi legati al periodo delle leggi razziali: Raffaele Jaffe, preside di un istituto magistrale a Casale, catturato dai fascisti nel 1944, portato, come Primo Levi, al campo di transito di Fossoli e poi ad Auschwitz, dove fu mandato nella camera a gas, all'età di 66 anni; poi Cesare Davide Segre, 57 anni, sordo e muto, ricoverato da anni al reparto incurabili dell'ospedale e Sanson Segre, 88 anni, commerciante a riposo che aveva appena subito l'amputazione di un piede in cancrena: anche loro inviati a Fossoli e poi ad Auschwitz. E poi ancora i due fratelli ebrei Riccardo Fiz, 75 anni, e il geometra Roberto Fiz, 71 anni, anche loro uccisi ad Auschwitz).

Le responsabilità del fascismo ci furono e l'infamia di aver promulgato le leggi razziali è incancellabile dalla storia come altre responsabilità legate alle vendette che seguirono alla caduta della repubblica sociale ed è fondamentale non dimenticare gli orrori compiuti, da ogni parte politica provengano.

La deportazione al Lager di Auschwitz

La deportazione al lager di Auschwitz avvenne con uno dei famosi convogli della morte che conteneva seicentocinquanta persone: cinquecentoventicinque furono soppresse immediatamente; ventinove donne furono internate a Birkenau; novantasei uomini fra i quali Primo Levi furono inviati al campo di lavoro di una fabbrica a Monowitz-Auschwitz. Di costoro, fra uomini e donne, solo in venti sono ritornati. Egli stesso può dirsi un sopravvissuto solo grazie ad una serie di circostanze fortunate: per il fatto di non essersi mai ammalato se non alla fine ed è stata una fortuna perché ha evitato di essere rideportato verso Buchenwald e Mauthausen e costoro sono morti tutti, per l'aiuto ricevuto da un muratore italiano, per aver potuto lavorare per qualche mese come chimico in un laboratorio della fabbrica e perché conosceva un po' di tedesco che in un ambiente come quello del lager poteva salvare la vita.

Provate a immaginare di trovarvi su uno di quei treni della morte, con i vagoni piombati e chiusi dall'esterno, dentro uomini donne bambini, compressi senza pietà come la peggiore merce, le urla dei militari tedeschi, la fame, la sete, il freddo, la fatica, la disperazione, l'orrore e il terrore stampato sui volti dopo dieci giorni di viaggio in un vagone merci con tutte quelle persone accatastate una sull'altra senza neanche lo spazio per muoversi, la promiscuità immaginabile, le notti un incubo senza fine, l'inizio della brutalizzazione, il primo gradino verso quel lento processo che sarà una spietata e feroce disumanizzazione, la riduzione ad una condizione di totale abiezione e schiavitù.

La soluzione finale del problema ebraico e il sistema dei Lager

Con la fulminea occupazione della Polonia il Terzo Reich viene a trovarsi tra le mani, secondo l'espressione di Eichmann "le sorgenti biologiche del giudaismo". Le cose peggiorano ancora di più.

L'odio nei confronti degli ebrei era assoluto e l'austriaco Hitler aveva trovato nei tedeschi un popolo di obbedienti servitori: gli ebrei erano stati isolati ed espulsi dalla vita effettiva del paese, reclusi in nuovi ghetti, costretti al lavoro forzato per le industrie belliche, condotti alla fame e allo sfruttamento. Hitler era salito al potere nel gennaio del 1933 e dopo due mesi già esisteva Dachau, lager primogenito. Nel settembre del 1935 vennero emanate le "Leggi di Norimberga" e la "Legge per la difesa del sangue e dell'onore tedesco". Gli ebrei sono i distruttori dell'ordine, i "colpevoli di tutte le colpe" e l'odio viscerale condurrà alla "strage purificatrice".

Infatti già verso il '43 si era iniziato, in tutta segretezza, a mettere in atto il "programma": quello che dalle fonti ufficiali veniva sinistramente denominato "trattamento appropriato" o "soluzione finale del problema ebraico". In che cosa consisteva il trattamento appropriato? Tutti gli ebrei dovevano essere eliminati. Senza distinzione od eccezione: vecchi, donne, bambini, neonati, inabili, malati. Gli ebrei catturati in tutta l'Europa erano ormai milioni e l'operazione di eliminazione non era facile. A questo punto intervenne la "capacità organizzativa tedesca", come scrive lo stesso Levi, con la costruzione di autentiche "fabbriche della morte" capaci di sterminare migliaia di esseri umani in una sola ora con gas tossici e poi incenerirne i cadaveri.

Ecco la fedele deposizione al processo di Norimberga di Rudolf Hoss, uno dei comandanti del lager di Auschwitz: «La soluzione finale del problema ebraico significava il completo sterminio di tutti gli ebrei d'Europa. Mi fu dato l'ordine nel giugno del 1941 di creare ad Auschwitz, installazioni per lo sterminio. A quel tempo nel Governatorato della Polonia esistevano già tre altri campi di sterminio: Belzec, Treblinka e Wolzek... Feci una visita a quello di Treblinka per vedere come si procedeva allo sterminio... Egli usava monossido di carbonio. Ma io non ritenni che i suoi metodi fossero molto efficienti, per cui quando ad Auschwitz organizzai i locali per lo sterminio, usai il Zyklon B, acido prussico in cristalli che veniva fatto cadere nella camera della morte da una piccola apertura. Per uccidere coloro che vi si trovavano dentro bastavano da tre a quindici minuti, a seconda delle condizioni atmosferiche... Rispetto a Treblinka, un altro progresso fu la costruzione di camere a gas che contenevano duemila persone alla volta: mentre a Treblinka le camere a gas del campo potevano contenere solo duecento persone ognuna».

E uno dei più grandi luoghi di morte fu proprio Auschwitz dove, ogni giorno, arrivavano fino a dieci treni stipati di prigionieri di ogni parte d'Europa. Nel breve volgere di poche ore, per la maggioranza di loro, l'eliminazione era già avvenuta: sfuggivano alla morte immediata solo gli uomini e le donne più giovani e più forti per essere inviati ai campi di lavoro. La situazione non cambiava di molto ed il più delle volte era solo un protrarsi di una lenta agonia: la morte per fame, per il freddo, per la fatica, per le malattie e poi, nel momento in cui si veniva giudicati non più abili al lavoro, la destinazione era il centro di sterminio.

Primo Levi fu deportato proprio ad Auschwitz e inviato al campo di lavoro di Buna-Monowitz dove i prigionieri lavoravano nelle fabbrica di prodotti chimici IG Farbenindustrie. Ecco cosa scriverà nella relazione presentata ad un convegno sulla letteratura ebraica nel novembre del 1982: «Già durante la prigionia, a dispetto della fame, del freddo, delle percosse, della fatica, della morte progressiva dei miei compagni, della promiscuità in tutte le ore, avevo provato un bisogno intenso di raccontare quanto stavo vivendo. Sapevo che le mie speranze di salvezza erano minime, ma sapevo anche che, se fossi sopravvissuto, avrei dovuto raccontare, non ne avrei potuto fare a meno; non solo, ma che il raccontare, il portare testimonianza, era uno scopo per cui meritava di conservarsi. Non vivere e raccontare, ma vivere per raccontare. Già ad Auschwitz ero consapevole di stare vivendo l'esperienza fondamentale della mia vita».

Ad Auschwitz furono immatricolati circa quattrocentomila prigionieri e solo poche migliaia sopravvissero. Quattro milioni, leggasi quattro milioni di esseri umani inermi ed innocenti, furono eliminati dagli impianti di sterminio dei nazisti a Birkenau, a soli due chilometri da Auschwitz. Uomini e donne prelevati con l'ordine di portarsi dietro "tutto quanto occorre per un lungo viaggio": nove su dieci venivano immediatamente soppressi con gas tossico, i corpi cremati in grandi impianti costruiti dalla "onesta Ditta Topf e Figli di Erfurt", capace di costruire forni in grado di incenerire fino a ventiquattromila cadaveri al giorno. All'atto della liberazione si trovarono ad Auschwitz "sette tonnellate di capelli", magazzini stracolmi di sole scarpe, di soli occhiali, di soli vestiti.

Il lager era concepito, studiato e strutturato apposta per violentare la persona, per umiliarla, per distruggerla, per renderla una bestia immonda. La volontà di sopprimere ed eliminare un essere umano era congiunta con una forte volontà di fargli patire le più atroci sofferenze immaginabili, trattarlo come un animale, come un oggetto inanimato.

Il lager era pensato perché non si potesse sopravvivere. Come sia stato possibile arrivare al punto di stabilire di dover far espiare a una razza, nella sua totalità, la colpa di esistere, rimane un interrogativo al quale neanche Levi riesce a rispondere compiutamente. Ma a cosa serviva il lager? Quali erano gli scopi del lager? «Erano tre: terrore, sterminio, manodopera».

Monowitz Buna era nato nel 1933 con Oranienburg e Dachau, il primo dei lager nazisti. Erano una sorta di "modelli sperimentali" dove potevano essere rinchiuse dalle cinquemila alle diecimila persone e il loro scopo era principalmente quello di eliminare ogni forma di resistenza politica soprattutto quella comunista. L'ironia macabra dei tedeschi li aveva denominati Knochenmuhlen "mulini da ossa" e servivano per distruggere, macerare e macinare gli esponenti politici dai più pericolosi come quelli comunisti, a seguire quelli socialdemocratici, poi i cattolici, i protestanti e qualche ebreo: insomma quelle che erano le spine nella carne nazista.

Nel 1936-37 si ha la proliferazione e nascono Buchenwald, Ravensbruck, Mauthausen e tanti altri. Nel 1939 all'inizio della guerra i lager sono circa un centinaio ma con la fulminea occupazione della Polonia nasce un'altra tipologia di lager non più destinata a reprimere o "macinare" gli avversari politici ma a sterminare gli ebrei. Questi lager funzionarono senza sosta a partire dal '41 fino alla fine del '43: Majdanek, Treblinka, Chelmno e poi Auschwitz furono i lager del massacro puro ed integrale, non usciva nessuno e non è un caso che erano situati al di fuori dei confini tedeschi per mantenere una sorta di segretezza sullo sterminio degli ebrei. Ogni giorno entravano treni gremiti di esseri umani ed uscivano soltanto le ceneri dei loro corpi. Ma in Germania tutti sapevano che esistevano i lager perché dai lager politici come Mauthausen e Buchenwald alcuni uscivano e potevano raccontare. Anche la soppressione dei malati mentali tedeschi (poi interrotta) che si svolgeva necessariamente in Germania era a conoscenza di alcuni settori della società civile e della Chiesa. Una sorta di "volontà di non sapere" si impossessò di un popolo (Freud li definiva "battezzati male"), il problema del consenso di massa seppur in un paese poliziesco modello, una sorta di viltà che fece voltare gli occhi dall'altra parte e certamente il terrorismo di stato del regime hitleriano non dava molte possibilità di organizzare una autentica resistenza che comunque non vi fu mai neanche a nazismo galoppante. Poi alla fine del '43, la guerra falcidiava uomini su tutti i fronti, e la carenza di manodopera in Germania rendeva necessario utilizzare anche gli ebrei ed è in questi anni che si costruisce Auschwitz, "impero ibrido di lager" come lo chiamerà Levi: sterminio attraverso lo sfruttamento. Si arriva ad un compromesso: "I più validi di ogni convoglio, uomini e donne, lavoreranno fino alla morte, gli altri andranno subito per il camino".

Questo è il terzo scopo per il quale i lager sono serviti: manodopera di schiavi sostituibile in ogni momento.

Non c'era un campo di Auschwitz, ce n'erano trentanove. C'era Auschwitz città e dentro c'era un lager con quindicimila prigionieri, la capitale del sistema. A due km c'era Birkenau con ottantamila prigionieri, (Auschwitz secondo) un enorme lager, il campo di sterminio, con la camera a gas, diviso in quattro-sei lager confinanti. Più in alto c'era la fabbrica con Monowitz (Auschwitz terzo) con diecimila prigionieri dove era Primo Levi e tutt'intorno altri trenta piccoli lager di punizione con più di ventimila prigionieri che lavoravano tra la fame e il freddo in miniere, fabbriche di armi, aziende agricole.

Il sistema di Auschwitz era in definitiva "il frutto dell'esperienza di tutti gli altri lager sia di sterminio che di lavoro forzato".

Tutto era stato perfettamente calcolato dai tedeschi: un serbatoio di manodopera a prezzo nullo e si prevedeva una sopravvivenza di circa tre mesi. Di giorno in fabbrica sotto il potere dell'industria tedesca e di notte in lager sotto il dominio delle SS e in alcuni casi si creavano dei conflitti tra l'autorità politica delle SS e i tecnici dell'industria «se uno era infortunato sul lavoro, sottostava alle norme sugli infortuni (perché la fabbrica aveva le sue regole): non faceva differenza se poi, una volta ritornato nel lager, veniva mandato nella camera a gas. L'industria tedesca non voleva che la gente morisse in fabbrica, gratis». E quando occorreva costruire una baracca nuova in mattoni veniva impartito l'ordine da parte delle SS di tornare in lager con quattro mattoni a testa: diecimila prigionieri, quarantamila mattoni rubati all'industria tedesca. Ma nessuno si lamentava perché le SS erano temute.

Eppure dalla fabbrica di Buna non uscì mai un chilo di gomma perché il giorno prima dell'inizio della produzione un bombardamento colpiva la centrale elettrica e paralizzava la fabbrica.


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