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Primo Levi. La memoria storica di un uomo: "tenace povero seme umano" sopravvissuto all'orrore del Lager

Articolo di Massimo Barile

Testo tratto dalla Rivista Club degli autori n° 139-140, Marzo-Aprile 2004. Per scandire la lettura in rete la redazione di Minerva ha inserito nel testo alcuni titoli


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"Auschwitz è esistito"

A quasi sessant'anni da quella liberazione dei lager si fa ancora fatica a leggerne la storia con animo spassionato perché i campi di sterminio hanno provocato una somma incalcolabile di dolore e di morte.

L'organizzazione dei lager è perfettamente conosciuta anche nei più insignificanti e sordidi particolari ma poco si sa per quali ragioni e cause si sia potuta edificare una gigantesca fabbrica di morte e funzionare con atroce efficienza fino al collasso tedesco. Del resto nessun saggio o trattato storico potrebbe risolvere o comprendere un comportamento extra-umano: «Auschwitz non ha nulla a che vedere con la guerra, non ne è un episodio, non ne è una forma estrema». La guerra è un fatto doloroso e tragico che da sempre accompagna la storia dell'uomo quasi in una sorta di crudele lotta per l'esistenza ed è un germe che ci portiamo dietro, insito dentro di noi: ma Auschwitz non è in noi, è fuori dell'uomo, e i suoi autori non sono in preda al delirio perché sono diligenti e tranquilli, efficienti e compassati; sono funzionari di Stato, brutali, insensibili all'orrore quotidiano e anche le loro dichiarazioni e testimonianze postume sono fredde e vuote quasi distaccate.

«Ogni uomo civile è tenuto a sapere che Auschwitz è esistito, e che cosa vi è stato perpetrato: se comprendere è impossibile, conoscere è necessario». La sua infezione presenta segni precisi: la negazione della solidarietà umana, l'indifferenza cinica per il dolore altrui, l'abdicazione dell'intelletto e del senso morale, la viltà abissale mascherata da fedeltà a un'idea. Solo ad Auschwitz, in nome di tutto ciò, furono sterminati con meticolosità scientifica milioni di uomini, donne e bambini; e furono utilizzati non solo i loro averi e i loro abiti ma anche le loro ossa, i loro denti perfino i loro capelli. La Germania nazista e tutti i paesi da essa occupati erano un tessuto di campi di sterminio e di campi di lavoro. I lager erano strettamente collegati con l'industria bellica tedesca che si fondava su di essi ed il sistema sarebbe stato perfezionato in caso di "vittoria finale" con la creazione di un Ordine Nuovo: da un lato la classe dominante del Popolo dei Signori (cioè i tedeschi) e dall'altro una sterminata massa di schiavi a lavorare ed obbedire.

A fronte di queste considerazioni la lettura di queste pagine tragiche è un dovere per tutti perché può aiutare a vegliare continuamente sulla nostra coscienza.

È una pura illusione ritenere che tutti gli uomini abbiano un naturale amore per la libertà e per la dignità. Da sempre le mani dell'uomo sono insanguinate. Nei periodi più tragici e vergognosi pochi uomini hanno lottato e difeso i diritti inalienabili dell'uomo.

Tutti noi sappiamo che la libertà intellettuale, soprattutto in certe situazioni pericolose, è poco seducente e comporta immani fatiche nonché pochi uomini sono disposti a portare il peso gravoso di questa responsabilità. Che si tratti di lager o gulag nulla cambia. Eppure della libertà si sente spesso parlare in tono enfatico: come principio cosmico, come garanzia, come bene inalienabile, l'edificante Uomo-Libertà. Ma la strada per la libertà è avventura assai più rischiosa, è un atto di coraggio, un percorso doloroso.

L'uomo libero è tale anche in prigione, nella stanza della tortura, nella fossa comune, nella miseria, nella disperazione e anche se sottoposto alle più atroci sofferenze. Ogni limitazione, ferita, coercizione, negazione del corpo e della mente paiono messe lì apposta nella storia dell'uomo per dimostrare l'inalienabilità della libertà: proprio dove tutto sembra perduto, nelle tenebre della morte, nelle camere a gas, nello sterminio di massa, nell'uomo assassino dell'uomo. Fortunatamente le testimonianze di questa vittoria della libertà e della dignità umana sono numerose anche nelle condizioni più drammatiche e subumane. Quella di Primo Levi è una di queste.

Il fascismo e le leggi razziali

Da ragazzo aveva sognato di diventare un linguista, poi di fare l'astronomo, e infine a diciotto anni si era iscritto all'Università, corso di laurea in chimica. Una cosa era certa: non avrebbe mai pensato di diventare uno scrittore e in effetti non fu mai uno scrittore a tempo pieno dividendo tale condizione con il lavoro di chimico e diverse volte scrisse «scrittore non riesco proprio a considerarmi... sono solo soddisfatto di questa mia duplice condizione e dei suoi vantaggi». In effetti ciò gli permise di scrivere solo quando ne sentiva la necessità o lo desiderava mai attanagliato dall'obbligo di "scrivere per vivere". E poi la professione di chimico offriva insegnamenti continui che potevano essere utili anche per uno scrittore: «... quella educazione alla concretezza e alla precisione, all'abitudine di "pesare" ogni parola con lo scrupolo di chi esegue un'analisi quantitativa... quello stato d'animo che suole chiamarsi obiettività: riconoscimento della dignità intrinseca non solo delle persone ma anche delle cose, alla loro verità, che occorre riconoscere e non distorcere, se non si vuole cadere nel generico, nel vuoto e nel falso».

Nato a Torino nel 1919 (lo stesso anno in cui veniva fondato in Germania il partito nazional socialista) da una famiglia agiata di ebrei piemontesi, compì gli studi nel periodo del fascismo portando con sé una naturale avversione alla cultura fascista. Poi nel 1938 furono proclamate in Italia le leggi razziali che separavano gli ebrei dal resto della popolazione: gli ebrei diventarono anche nel nostro paese i "nemici del popolo e dello Stato", i "negatori della giustizia e della morale", i "distruttori dell'arte", i colpevoli in assoluto. Leggiamo dal testo autografo di Benito Mussolini inerente la "Dichiarazione sulla razza": «Il fascismo svolge un'attività positiva, diretta al miglioramento quantitativo e qualitativo della razza italiana, miglioramento che potrebbe essere gravemente compromesso, con conseguenze politiche incalcolabili, da incroci e imbastardimenti. Il Gran Consiglio del fascismo stabilisce: a) il divieto di matrimoni di italiani e italiane con elementi appartenenti alle razze camita, semita e altre razze non ariane; b) il divieto per i dipendenti dello Stato di contrarre matrimoni con donne straniere di qualsiasi razza; c) il matrimonio con stranieri di razze ariane dovrà avere il preventivo consenso del Ministero dell'Interno; d) dovranno essere rafforzate le sanzioni contro chi attenta al prestigio della razza nei territori dell'Impero. L'appartenenza alla razza ebraica deve essere denunziata ed annotata nei registri dello stato civile e della popolazione; divieti all'ingresso degli ebrei stranieri nel Regno, criteri per stabilire l'appartenenza alla razza ebraica, istituzione di cattedre di studi sulla razza nelle principali università, viene istituito a far data dal 5 settembre 1938, il Consiglio Superiore della Demografia e della Razza del quale faranno parte numerosi presidi di facoltà di varie università Roma, Napoli, Firenze, Bologna, Genova nonché una cerchia di senatori, consiglieri di stato, professori e avvocati».

Per quanto riguarda poi l'effettiva applicazione ed esecuzione di alcune delle disposizioni contenute nella "Dichiarazione sulla razza" si può ricordare che Himmler si lamentò con vibrate proteste del comportamento italiano perché in molte zone occupate dalle truppe italiane gli ebrei si erano potuti muovere del tutto liberamente, sussistevano continue difficoltà per la consegna degli ebrei croati destinati al trasferimento verso l'Oriente; poi riguardo la deportazione di alcuni ebrei dalle zone occupate della Grecia si lamentava che non si era giunti all'attuazione di alcun provvedimento, continue difficoltà, rinvii, mancanza di rigorose esecuzioni, sospensioni, richieste ostinate di liberazioni di donne ebree unite in matrimonio con ufficiali italiani e poi un lungo elenco di consoli e viceconsoli ebrei "efficientemente stanati dall'ambasciata tedesca" quali il console svedese Lekner, i consoli portoghesi Frankel, Coser e Dunes, il viceconsole spagnolo Garsolini Durando e il bulgaro Eliznakoff nonché il console giapponese Schnabel "per un quarto ebreo". È inutile sottolineare le differenze tra l'azione e la metodologia italiana e quella tedesca. Così si conclude la nota: «Dato l'atteggiamento italiano sulla questione ebraica, non c'è da aspettarsi che gli Italiani adottino misure per l'epurazione del corpo consolare dagli ebrei ma sarebbe gradito fosse richiamata l'attenzione del Duce».

D'altra parte le differenze c'erano e basta leggere il Mein Kampf di Hitler: «Primo compito non è quello di creare una costituzione nazionale dello Stato ma quello di eliminare gli ebrei. Come spesso avviene nella storia, la difficoltà capitale non consiste nel formare il nuovo stato di cose, ma nel fare il posto per esse».


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