Primo Levi

La memoria storica di un uomo: "tenace povero seme umano" sopravvissuto all'orrore del Lager

 

Massimo Barile

Articolo tratto dalla Rivista Club degli autori n° 139-140, Marzo-Aprile 2004. Per scandire la lettura in rete la redazione di Minerva ha inserito nel testo alcuni titoli


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Indice

La liberazione del lager di Buna Monowitz

"Auschwitz è esistito"

Il fascismo e le leggi razziali

L'impegno di Levi nella Resistenza

La deportazione al Lager di Auschwitz

La soluzione finale del problema ebraico e il sistema dei Lager

"Mi sembrava di adempiere ad un debito"

Quell'anno ad Auschwitz

"C'è Auschwitz, quindi non può esserci Dio"


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Di Primo Levi è consigliabile leggere ogni opera perché i suoi libri sono come i cerchi concentrici sulla superficie dell'acqua che riconducono al lancio del sasso che ha provocato tale fenomeno.

L'evento è stata la deportazione come ebreo ad Auschwitz, la dolorosa esperienza del campo di sterminio, l'impulso a testimoniare come sopravvissuto la resistenza alla negazione della dignità umana, il resoconto della spietata chirurgia nella persecuzione e nella eliminizzazione di un "problema biologico": dopo il ritorno da Auschwitz diventa insopprimibile il bisogno di scrivere e in breve tempo prende vita Se questo è un uomo a cui seguirà La tregua e poi, tempo dopo, Se non ora, quando? fino ad arrivare a Il sistema periodico del 1975 e a L'asimmetria e la vita, pubblicato solo un anno fa, che comprende un'ampia scelta di articoli e saggi comparsi su giornali e riviste.

E se quel primo libro era stato scritto da Levi come necessità vitale e improrogabile di testimonianza per far sapere agli altri cosa era successo e come era potuto accadere un tale orrore nonché per assolvere come ad un personale dovere morale nei confronti dei tanti compagni morti in lager, posso confermare a pieno diritto che il suo intento e il suo impegno «di raccontare agli altri, di fare gli altri partecipi», senza lasciarsi mai prendere la mano da una facile condanna o da una falsa retorica, ha avuto in me il più sincero e partecipe fratello.

La dignità di un uomo, la coerenza morale, la chiarezza delle idee, la sua propensione a parlare a voce bassa, la totale mancanza di odio e di rancore verso i carnefici, sono già un lascito ben più prezioso del più grande tesoro: la testimonianza di ciò che deve essere un Uomo per dirsi tale.

La liberazione del lager di Buna Monowitz

Per una sorta di pudore personale la mia fedeltà alle parole di Primo Levi sarà totale: è una scelta alla quale non posso sfuggire, una sorta di rispetto e poi sono parole alle quali non si può aggiungere nient'altro.

E voglio iniziare con il resoconto della liberazione del lager di Buna Monowitz, dove era prigioniero anche Primo Levi insieme a tanti altri, quando quel mezzogiorno del 27 gennaio del 1945 giunse la prima pattuglia russa. È il momento della liberazione nella quale l'uomo ritorna ad essere uomo ma come leggerete, se non l'avete già fatto, non vi saranno canti di gioia per la ritrovata libertà, non si assisterà a festeggiamenti o balletti di gruppo. Tutt'altro.

Già nei primi giorni di gennaio i tedeschi avevano evacuato e distrutto i lager ma per Auschwitz vi fu l'ordine di recuperare ogni uomo abile al lavoro mentre i malati furono abbandonati alla loro sorte.

Nell'infermeria del lager di Monowitz erano rimasti in ottocento: cinquecento morirono quasi subito a causa delle malattie, del freddo e della fame prima che arrivassero i russi e altri duecento nonostante i soccorsi morirono nei giorni successivi.

Lui ed il compagno Charles stavano trasportando nella fossa comune il corpo dell'ultimo sfortunato: «fra il grigio della neve e il grigio del cielo, immobili sotto le folate di vento umido minaccioso di disgelo».

Quattro giovani soldati a cavallo procedevano guardinghi al limitar del campo e una volta giunti ai reticolati, mitragliatori in spalla, sostarono a guardare, poche timide parole, lo sguardo impietrito sui cadaveri scomposti, sulle baracche distrutte e su quei pochi sopravvissuti che parevano appena usciti dalle fauci della morte.

«Non salutavano, non sorridevano; apparivano oppressi, oltre che da pietà, da un confuso ritegno, che sigillava le loro bocche, e avvinceva i loro occhi allo scenario funereo»: era la stessa vergogna della "selezione" che portava alla camera a gas o al campo di lavoro forzato, dell'oltraggio e dell'annientamento di esseri umani.

Così scrive il "tatuato" Levi in una delle pagine più intense: «Così per noi anche l'ora della libertà suonò grave e chiusa, e ci riempì gli animi, ad un tempo, di gioia e di un doloroso senso di pudore, per cui avremmo voluto lavare le nostre coscienze e le nostre memorie della bruttura che vi giaceva: e di pena, perché sentivamo che questo non poteva avvenire, che nulla mai più sarebbe potuto avvenire di così buono e puro da cancellare il nostro passato, e che i segni dell'offesa sarebbero rimasti in noi per sempre, e nei ricordi di chi vi ha assistito, e nei luoghi ove avvenne, e nei racconti che ne avremmo fatti. Poiché, ed è questo il tremendo privilegio della nostra generazione e del mio popolo, nessuno mai ha potuto meglio di noi cogliere la natura insanabile dell'offesa, che dilaga come un contagio. È stolto pensare che la giustizia umana la estingua. Essa è una inesauribile fonte di male: spezza il corpo e l'anima dei sommersi, li spegne e li rende abietti; risale come infamia sugli oppressori, si perpetua come odio nei superstiti, e pullula in mille modi, contro la stessa volontà di tutti, come sete di vendetta, come cedimento morale, come negazione, come stanchezza, come rinuncia».

Pochi corsero incontro ai salvatori, pochi caddero in preghiera: Levi ed il suo compagno Charles rimasero in piedi presso la buca ricolma di membra livide.

E anche per tutto il resto del giorno avevano inconsciamente cercato di fare qualunque cosa per non avere il tempo di pensare perché di fronte alla libertà ci sentivamo smarriti, svuotati, atrofizzati, disadatti alla nostra parte.

Durante l'anno trascorso nel lager, il "tenebroso edificio di potenze malvage" era sempre stato al di sopra delle vittime con la sua complessa struttura gerarchica, mentre lo sguardo dei "segnati" era sempre rivolto al suolo: avevo visto sparire i quattro quinti dei miei compagni e proprio nel momento della liberazione tutto sembrava sprofondare nei più funesti pensieri e un dolore nuovo sembrava impossessarsi delle membra indolenzite; non era il dolore dell'esilio, della solitudine, degli amici perduti, della giovinezza perduta, della massa di cadaveri intorno ma un dolore nuovo che faceva sentire ora per la prima volta l'assedio della morte, il suo fiato sordido nelle mie stesse vene.

Solo il mattino dopo vi furono i primi segni di libertà. I russi precettarono una ventina di civili polacchi per pulire le baracche e sgomberare i cadaveri e, verso mezzogiorno, inviarono un bambino con un mucca che fu macellata in pochi minuti e distribuita ai superstiti del campo. E poi il giorno dopo delle ragazze polacche, pallide di pietà e di ribrezzo, ripulirono i malati e ne curarono le piaghe. Con il disgelo il campo era diventato un acquitrino, i cadaveri e le immondizie rendevano l'aria irrespirabile e velenosa mentre la morte continuava a falcidiare i malati che morivano nel freddo delle cuccette o nelle strade fangose perché non c'erano né medici né medicine. Giacevo in un torpore febbrile, tormentato dalla sete e da acuti dolori... metà della faccia si era gonfiata e la pelle si era fatta rossa e ruvida come per un ustione...

Quando venne il turno di salire sul carro che lo avrebbe portato al lager centrale di Auschwitz, trasformato in un lazzareto, Primo Levi non era più in grado di reggersi in piedi e fu issato sul carro dai compagni Charles e Arthur: era un carico di moribondi sotto una pioggia finissima di morte. «Sfilarono per l'ultima volta sotto i miei occhi le baracche dove avevo sofferto e mi ero maturato, la piazza dell'appello su cui ancora si ergevano la forca e un gigantesco albero di Natale e la porta della schiavitù, su cui, vane ormai, ancora si leggevano le tre parole della derisione: "Arbeit Macht Frei", "Il lavoro rende liberi"».

Oltrepassata la soglia del Campo Grande di Auschwitz vi fu il bagno alla "maniera russa" e quando toccò all'ultimo del gruppo la scena fu una miscela di pietà ed orrore: «Nessuno di noi sapeva chi fosse costui, perché non era in grado di parlare. Era una larva, un ometto calvo, nodoso come una vite, scheletrico, accartocciato da una orribile contrattura di tutti i muscoli... un blocco inanimato, e ora giaceva a terra su un fianco, acciambellato e rigido, in una disperata posizione di difesa, con le ginocchia premute fin contro la fronte, i gomiti serrati ai fianchi, e le mani a cuneo con le dita puntate contro le spalle... quando... cercarono di distenderlo sul dorso, emise strida acute da topo... le sue membra cedevano elasticamente sotto lo sforzo, ma appena abbandonate scattavano indietro alla loro posizione iniziale».

Nel corso di quei pochi giorni passati in camere buie ed enormi che solo la fantasia poteva denominare infermerie, finalmente la febbre era svanita e chi era sopravvissuto iniziava a riprendere contatto con il mondo. Nonostante le prime grida allegre e le prime canzoni Primo Levi e i suoi vicini di letto non riuscivano a distogliere la loro mente dalla presenza ossessiva del più piccolo fra loro, del più innocente, di un bambino, Hurbinek.

«Hurbinek era un nulla, un figlio della morte, un figlio di Auschwitz. Dimostrava tre anni circa, nessuno sapeva niente di lui, non sapeva parlare e non aveva un nome... perché... quel curioso nome, Hurbinek, gli era stato assegnato da noi... Era paralizzato dalle reni in giù, aveva le gambe atrofiche, sottili come stecchi; ma i suoi occhi, persi nel viso triangolare e smunto, saettavano terribilmente vivi, pieni di richiesta, della volontà di scatenarsi, di rompere la tomba del mutismo... era uno sguardo selvaggio ed umano ad un un tempo, anzi maturo e giudice, che nessuno fra noi sapeva sostenere, tanto era carico di forza e di pena... Hurbinek, che aveva tre anni e forse era nato in Auschwitz e non aveva mai visto un albero; Hurbinek, che aveva combattuto come un uomo, fino all'ultimo respiro, per conquistarsi l'entrata nel mondo degli uomini, da cui una potenza bestiale lo aveva bandito; Hurbinek, il senza-nome, il cui minuscolo avambraccio era pure stato segnato col tatuaggio di Auschwitz; Hurbinek morì ai primi giorni del marzo 1945, libero ma non redento. Nulla resta di lui: egli testimonia attraverso queste mie parole».


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