La transizione del carbone al petrolio

 

 

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Come si è visto si trattò di una (costosa) vicenda interna all’industria petrolifera, e tale rimase il suo risultato tecnicamente più valido, il CRACKING CATALITICO , ancora migliorato dal punto di vista della produzione di combustibili con l’introduzione dei catalizzatori zeolitici (1965).

Il CRACKING TERMICO invece ha permesso una svolta radicale nei rifornimenti di materie prime all’industria chimica, e ha dato un impeto violento alla produzione di materie plastiche.

L’accessibilità alle materie prime è stata sempre la prima comprensibilissima preoccupazione in tutti i settori produttivi, ma in quello chimico questa preoccupazione è esasperata dal fatto che un singolo nuovo processo può esaurire (di colpo) tutte le risorse disponibili in un certo settore di "intermedi". Così la IG Farben affidò a un chimico di genio Walter Reppe il compito di sintetizzare a partire DALL’ACETILENE IL BUTADIENE necessario per il Buna. Fra il 1926 e il 1930 Reppe risolse il problema con un metodo basato su 4 reazioni successive, di cui una era un’idrogenazione da alta pressione e tre richiedevano catalizzatori specifici.

L’ACETILENE era ricavato a sua volta dal carburo di calcio, e l’intero sistema tecnico del Buna-S si basava su intermedi provenienti in modo più o meno mediato dal carbone.

Dopo la fine della seconda guerra mondiale la formazione di un nuovo mercato mondiale svaporò gli spettri dell’autarchia nelle grandi economie capitalistiche, e gli sviluppi dell’industria petrolifera che abbiamo appena descritti dettarono una nuova interpretazione del problema degli intermedi, così che, per gradi, si passò dal "TUTTO DAL CARBONE " al "TUTTO DAL PETROLIO ".Il passaggio fu anche favorito da un altro fatto: gli intermedi richiesti per le nuove sostanze plastiche erano ottenuti con forti economie di scala impiegando i procedimenti petrolchimici.

Un caso emblematico chiarirà la svolta degli anni 1950.

Quando la ICI iniziò a produrre il POLIETILENE l’impianto era progettato per una produzione annua di 50 t, e l’etilene era ricavato da alcool etilico di fermentazione. Nel 1952 la produzione di 2.000 t annue di polietilene era impiegata ancora per usi speciali; l’etilene ricavato da fermentazione portava i costi a 250 sterline per tonnellata: il passaggio dall’etilene da cracking significò una caduta dei costi a 90 sterline per tonnellata. Ulteriori vantaggi si ebbero spingendo verso l’alto la scala degli impianti; secondo calcoli del 1963 il costo per tonnellata di etilene da cracking sarebbe stato di 22 sterline per tonnellata con un impianto da 50.000 t/anno, e sarebbe sceso a 16 sterline con una produzione annua di 300.000t.

Su questa base tecnico-economica imperniata sull’ottenimento di alifatici mediante cracking, e sulla produzione di massa di materie plastiche si sarebbe stabilizzato in buona parte quel paesaggio industriale della chimica che è giunto ai giorni nostri.