QUALCHE CONSIDERAZIONE CONCLUSIVA

 

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La Buna è silenziosa adesso, e quando il vento è propizio, se si tende l'orecchio si sente un continuo sordo fremito sotterraneo, il quale è il fronte che si avvicina.

                                                                                                                                                   Primo Levi, Se questo è un uomo

 

Abbiamo seguito le principali vicende dell'industria chimica dalla metà del Settecento fino alle soglie della crisi energetica degli anni 1970, quando inizia una difficile presa di coscienza dei costi sociali e ambientali di due secoli di sviluppo tecnico e di crescita produttiva. Anche ciò che al momento del suo sorgere era apparso una grande conquista divenne altro nel suo permanere. E' esemplare il caso dei prodotti farmaceutici in cui le pressioni dell'industria, le ambizioni dei medici, e le ossessioni dei pazienti sono riuscite a far "dimenticare" che sulfamidici e antibiotici hanno salvato (e salvano) da morte sicura milioni di malati. Analoghi sintomi di rigetto si sono manifestati verso altre classi di prodotti chimici, dagli antiparassitari ai nuovi materiali plastici. Di fronte a tutto questo, compito dello storico non è ne il rassicurare sul presente ne il raccomandare per il futuro, ma, semplicemente, il raccontare il passato. E il racconto del passato dell'industria chimica ci invita a un paio di considerazioni, che nella loro generalità possono servire a una riflessione critica sul destino di questa stessa industria.

La prima considerazione riguarda il rapporto fra conoscenza scientifico-tecnica e produzione materiale. L'epoca dei tecnici imprenditori si è chiusa da tempo; il suo massimo fiorire fu nella seconda metà dell'Ottocento, quando figure come Perkin, Solvay, Nobel, Castner, Chardonnet, Baekeland, poterono fondare intere nuove industrie a partire da modesti capitali iniziali. Già negli anni fra le due guerre mondiali questo modello era in piena crisi: Casale affermò il suo processo morendo a 45 anni, stroncato dal superlavoro; Bergius preferì cedere i suoi brevetti alla basf, e Houdry non riuscì a mantenersi indipendente nemmeno dando fondo al suo ingente patrimonio personale. I due modi con cui i produttori di conoscenza, scienziati e tecnici, si rapportano attualmente con la produzione materiale, furono messi a punto nella cultura industriale tedesca nei decenni a cavallo fra il secolo scorso e il nostro. Il modello "perfetto" si realizzò con la sintesi dell'ammoniaca, quando due grandi scienziati, Nernst e Haber, re-inventarono il problema, uno di essi (Haber) lo risolse in laboratorio, un tecnico-scienziato (Mittasch) lo rielaborò nella basf, e un imprenditore (Bosch) ne curò la realizzazione ingegneristica su scala gigantesca. Più in generale la conoscenza giunge all'impresa sia dall'esterno del processo di produzione materiale, sia dall'interno: nel primo caso i risultati della ricerca acquistano il carattere esplicito di mercé, nel secondo essi svolgono il ruolo diretto di fattori di produzione. Questa situazione ormai consolidata delega il massimo di responsabilità all'imprenditore, nelle cui mani viene accentrato un potere di orientamento della ricerca e della produzione non sempre bilanciato da opportuni strumenti di controllo sociale.

La necessità di un'attenzione viva e razionale sugli sviluppi dell'industria chimica è acuita da una seconda tendenza di lungo periodo che affiora dalle pagine precedenti. L'approfondirsi delle conoscenze chimiche ha seguito una direzione precisa: dall'inorganico all'organico, al biologico. Nello stesso tempo la produzione materiale ha cominciato a duplicare i prodotti "naturali" più necessari per l'industria: la soda, l'acido solforico, l'acido nitrico. La duplicazione si è estesa a molecole più complesse e - appunto - organiche: prima i coloranti, poi via via molti composti di interesse direttamente fisiologico quali vitamine, ormoni, antibiotici. Ma fin dalla fine del secolo scorso l'industria chimica ha cominciato a sostituire una parte cospicua del nostro mondo materiale, a partire dalle fibre tessili per giungere a parti del nostro corpo come le valvole cardiache. Duplicazione e sostituzione sono ora impegnate sul confine fra organico e vivente. E un confine eticamente troppo esposto e socialmente troppo critico per non porsi nel pieno dell'impegno collettivo, ben al di là della meditazione storiografica.

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

Gli studi di storia dell'industria chimica sono numerosissimi, spesso di ardua lettura per l'eccessivo tecnicismo, e talvolta completamente acritici. Una bibliografìa generale è data da R.P. Multhauf, The History of Chemical Technology. An Annotated Bibliography, New York 1984; una buona bibliografia orientativa può essere trovata in A.J. Ihde, Thè Development of Modern Chemistry, New York 1984, i cui capitoli dedicati all'industria chimica sono assai leggibili e interessanti.

Le opere fondamentali, per chiarezza, documentazione e apertura storiografica sono quelle di L.F. Haber, The Chemical Industry during thè Nineteenth Century, Oxford 1958, e The Chemical Industry, 1900-1930. International Growth and Technological Change, Oxford 1971. In questi due lavori viene anche trattato il tema cruciale delle condizioni di lavoro nelle fabbriche chimiche. Una ricerca pioneristica sul rapporto fra scienze chimiche e industria è nel libro, ancora leggibile con profitto, di P. Sherwood Taylor, A History of Industrial Chemistry, London 1957. Sugli aspetti più strettamente tecnologici insistono gli articoli che possono essere letti in C. Singer (a cura di), A History of Technology, voli. iv e v, Oxford 1958; T.I. Williams (a cura di), A History of Technology, voi. vi, parte i, Oxford 1978.

La letteratura secondaria si frammenta poi in una miriade di studi organizzati a seconda delle aree geografìche, dei periodi storici, dei settori industriali o delle singole (grandi) industrie. Opere esemplari nei rispettivi campi sono: W. Haynes, American Chemical ìndustry, 6 voli., New York 1945-1954; P.M. Hohenberg, Chemicais in Western Europe, 1850-1914. An economie study of technical change, Chicago 1967; J.J. Beer, The Emergence of thè German Dye ìndustry. Urbana 1959; M. Moore Trescott, The Rise of thè American Electrochemicais ìndustry, i88o-ic)io. Studies in the American Technological Environment, Westport 1981; P.H. Spitz, Petrochemicals. The Rise of an ìndustry, New York 1988; F. ter Meer, Die I.G. Farben Industrie Gesellschaft, Düsseldorf 1953; W.J. Reader, Imperial Chemical Industry. A History, 2 voll., London 1970. Particolarmente interessante per il lettore italiano è il libro di F.M. McMillan, The Chain Straighteners, London 1981, che tratta in modo brillante e documentato la vicenda Ziegler/Natta.

Vanno ancora segnalate due opere preziose per chi volesse veramente entrare nel merito dei problemi dell'innovazione nell'industria chimica: B.G. Reuben, M.L. Burstall, The Chemical Economy. A Guide to the Technology and Economics of thè Chemical ìndustry, London 1973; C. Freeman, The Economics of Industriai Innovation, Harmondsworth 1974. Il fronte più vivace dello sviluppo tecnologico, quello dell'utilizzazione dei prodotti vegetali e delle biotecnologie, è approfondito in tutti i suoi aspetti da I. Pasquon, L. Zanderighi, La chimica verde, Milano 1987; infine sulla permanente ambiguità del rapporto chimica-industria-società si invita alla lettura di L. Caglioti, 1 due volti della chimica. Benefici e rischi, Milano 1979.

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