Galileo Galilei (1564-1642)

 

Il testo che segue colloca l'abiura di Galileo nel contesto della sua attività scientifica. 

Il testo è tratto da un Modulo di "Istituzioni di storia della scienza" http://www.unisi.it/ricerca/philab/2001/dida10_st_sc01.html

Il copernicanesimo

   Galileo dichiara di essere diventato copernicano molti anni prima della pubblicazione del Sidereus Nuncius (1610). In una lettera a Keplero del 4 agosto 1597 confessa che “già da alcuni anni” aderiva alla dottrina di Copernico, perché “muovendo da tale posizione ho scoperto le cause di molti effetti naturali [...], inesplicabili secondo l'ipotesi corrente”. Ma Galileo è spaventato dal destino di Copernico e confessa di non aver avuto il coraggio di pubblicare le molte ragioni e confutazioni degli argomenti avversi.

   Con il Sidereus Nuncius tutto cambia. Galileo è pienamente consapevole delle novità che l'opera rappresenta sulla scena internazionale. Per la prima volta la 'verità' si può vedere, e non soltanto tentare di capire. A questo servono gli “occhiali esquisitissimi” che egli invia con il Sidereus presso le principali corti europee. Lo scopo è evidente: far sì che “più persone che sia possibile” possano vedere le novità da lui scoperte (le montagne lunari, i satelliti di Giove, la composizione stellare della Via Lattea, e poi, pochi anni più tardi, le fasi di Venere, le macchie solari). Una fase nuova si apre, che sembra lasciare definitivamente alle spalle le interminabili dispute su cui tolemaici, tychonici e copernicani si erano andati fino ad allora dividendo e lacerando.

  

La fisica e il sistema del mondo

   1632: Galileo pubblica la sua opera più famosa, il Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo. Si tratta di un “dialogo” (non di un trattato) scritto in volgare. Interlocutori: Salviati (convinto copernicano), Simplicio (aristotelico, ma non ingenuo né sprovveduto), Sagredo (giovane curioso e antidogmatico, pronto ad ascoltare e 'pesare' le ragioni dell'uno e dell'altro). Nelle quattro Giornate in cui si suddivide il Dialogo, le argomentazioni tradizionali contro il moto della Terra cadono in frantumi una dopo l'altra, così come le prove apportate da Simplicio per difendere la classica distinzione tra mondo celeste e mondo sublunare. Agli argomenti anticopernicani Galileo contrappone il “principio della relatività dei movimenti”. Qualunque moto venga attribuito alla Terra è necessario – scrive – che a noi “come abitatori di quella ed in conseguenza partecipi del medesimo ci resti del tutto impercettibile come s'e' non fusse”. L'affermazione della relatività dei movimenti ha conseguenze di grande rilievo: quiete e moto uniforme (circolare per Galileo) sono due stati. Da qui nasce il principio d'inerzia galileiano (o proto-inerziale): ogni corpo persevera nel suo stato di quiete o di moto circolare uniforme finché non intervenga una forza a modificare tale stato. L'esatta formulazione del principio d'inerzia (ogni corpo persevera nel suo stato di quiete o di moto rettilineo uniforme) verrà pronunciata da Descartes e poi da Newton.

   Nella Giornata Quarta del Dialogo Galileo individua come causa delle maree il duplice moto (rotazione annua e rotazione diurna) della Terra: la combinazione di questi due movimenti è, a suo giudizio, la causa del flusso e riflusso del mare. Rifiutando ogni dottrina degli “influssi” lunari e muovendosi sul piano del più intransigente meccanicismo, Galileo ricerca, sbagliando, una soluzione al problema delle maree esclusivamente in termine di movimenti e di composizione dei moti.

   1638: Galileo pubblica i Discorsi intorno a due nuove scienze, e cioè la statica (resistenza dei materiali) e la dinamica (moto uniformemente accelerato e moto dei proietti).

  

La condanna e l'abiura

   Il conflitto tra la nuova scienza galileiana e la Chiesa di Roma si apre all'indomani della diffusione delle Lettere copernicane, in cui Galileo si esprime a favore di una interpretazione non letterale delle Sacre Scritture. Il 20 marzo 1615 il domenicano fiorentino Tommaso Caccini si reca a Roma per denunciare Galileo di fronte al S. Uffizio. Galileo filosofo e copernicano, Galileo amico e compagno del “frate Paolo Sarpi scomunicato”, Galileo capo di una “setta” che gode di “publichissima fama”, che “in Firenze ha molti seguaci che si chiamano galileisti et questi sono quelli che vanno magnificando e lodando la sua dottrina et opinioni”: sono questi, nel 1616 (anno del primo processo a Galileo e della condanna del De revolutionibus orbium coelestium di Niccolò Copernico), gli argomenti al centro della polemica e su cui si aprì lo scontro che avrebbe condotto, un quindicennio più tardi, alla condanna e all'abiura.

   Il Dialogo, che si stampa a Firenze nel 1632, era munito del permesso ecclesiastico. Nonostante nel Proemio Galileo affermasse “di aver preso nel Discorso la parte Copernicana, procedendo in pura ipotesi matematica”, non ci volle molto a capire che le cose non stavano così. L'accusa è nota: Galileo non aveva rispettato l'ammonimento ingiuntogli sedici anni prima dal cardinale Bellarmino di non sostenere, né difendere o insegnare, a voce o per scritto, la concezione copernicana del moto della Terra. Tutti i tentativi compiuti da Galileo e dalla diplomazia fiorentina di evitare il processo furono inutili. E quale fosse lo stato d'animo dello scienziato toscano si evince dalla lettera che in data 15 gennaio 1633 scriveva a Elia Diodati: “Hora sono in procinto d'andare a Roma, chiamato dal Santo Officio, il quale ha già sospeso il mio Dialogo; e da buona parte intendo, i Padri Giesuiti haver fatto impressioni in teste principalissime che tal libro è esecrando e più pernicioso per Santa Chiesa che le scritture di Lutero e di Calvino; e per ciò tengo per fermo che sarà proibito”. In data 23 giugno 1633 Galileo fu costretto a pronunciare una pubblica abiura.