Il caso Tiberio

Ritorna all'indice

 

Gli antibiotici hanno certamente rappresentato il giro di boa che, dalle precedenti non sempre efficaci terapie antimicrobiche, ha portato alla più moderna e sicura terapia delle infezioni batteriche.

Il concetto di "antibiosi" era già stato messo a fuoco a cavallo del 1900 da un ufficiale medico della Regia Marina Italiana, Vincenzo Tiberio, il quale si era avvicinato al traguardo finale tagliato, dopo quarantanni da Alexander Fleming.

Nel 1895, Tiberio medico di seconda Classe del Corpo Sanitario Militare marittimo, risiedeva a Napoli ed in quel medesimo anno pubblicò i risultati di una serie di ricerche condotte nel segreto del suo laboratorio: poche pagine corredate di schemi e tabelle. Aveva messo in evidenza il potere battericida delle muffe del genere Penicillium su vari batteri (stafilococchi, streptococchi, bacilli del tifo , vibrione del colera ecc.), concludendo che "le proprietà di queste muffe sono di forte ostacolo per la vita e la propagazione dei batteri patogeni"e confermando le sue affermazioni anche con esperimenti su animali.

Purtroppo la relazione di Vincenzo Tiberio comparve su Annali che avevano scarsa diffusione, specie all'estero, quindi la notizia non potè uscire dal ristretto ambito dei laboratori italiani.

Egli ne parlò con i superiori, ma le loro priorità erano di altro genere: in quel periodo l'Italia era impegnata nella Campagna d'Africa, voluta dalla politica colonialista del governo Crispi, e Tiberio fu imbarcato su una nave da guerra alla volta del Nord-Africa. Al suo rientro a Napoli, sperando di ottenere risultati più consistenti, riprese gli esperimenti, ma un infarto lo stroncò mentre era intento a lavorare con le sue muffe.