Il meriggio della chimica classica, 1920-1960

 

Torna alla home page   

 

 

 

Usate il motore di ricerca!

Credo che l'assunzione di una continuità fra prima e dopo la seconda guerra inondiate possa stupire qualsiasi lettore, e non solo quelli storiograficamente smaliziati, tuttavia vedre­mo che gli argomenti a favore di una continuità nello sviluppo della chimica sono piuttosto significativi. Molto meno fondata è invece la scelta degli anni con cui concludere la scansio­ne dei grandi periodi storici della chimica classica Qui infatti lo Storico incontra parecchie difficoltà, prima fra tutte il fatto che appare improbabile che la situazione presente - cioè quella che sta vivendo - debba essere di per sé un'epoca di rottura rispetto al passato. Una seconda difficoltà nasce da ciò che correntemente viene chiamata mancanza di prospettiva.

Immerso nel flusso continuo degli eventi e partecipe della medesima cultura degli altri parte­cipanti al dramma della storia, lo storico non può fruire del processo di decantazione attuato dal semplice susseguirsi delle generazioni. D'altra parte lo stesso storico sa di dover essere sempre disponibile a riscrivere la storia perché altri, successivi eventi possono presentare tali novità da imporre una diversa interpretazione degli sviluppi precedenti. Un poeta con­temporaneo ha scritto che ogni grande poesia, quando viene pubblicata, cambia l'intera pro­spettiva storica della poesia. Nel caso delle discipline scientifiche non ci troviamo in una posizione molto diversa se pensiamo agli scritti di Dalton e di Berzelius all'inizio del secolo XIX o a quelli di Planck e di Bohr all'inizio del secolo XX, In definitiva per il 'terminus ad quem' possiamo tranquillamente ammettere un certo grado di arbitrarietà.

Nell'ultima sezione avevo rinviato qualche considerazione sui mutamenti intervenuti dopo la prima guerra mondiale nell'organizzazione della ricerca e nella sua distribuzione a livello internazionale. Per quanto riguarda l'organizzazione della ricerca si entra decisamente nel­l'epoca dei grandi progetti, in cui il singolo ricercatore creativo e innovativo ha sempre più bisogno di collaboratori in grado di eseguire segmenti separati di indagine e di una coorte di specialisti, ben addentro nelle nuove e costose tecniche chimico-fisiche. Un caso tipico, veramente emblematico, è quello della nascita della chimica macromolecolare: i due fonda­tori, il tedesco Staudinger e lo statunitense Carothers, possono svolgere un ruolo dominan­te solo grazie alla loro collocazione professionale. Il primo è in grado di mobilitare le forti risorse del sistema universitario tedesco - un flusso continuo di 'allievi' del dottorato - e del sistema industriale che andava sotto il nome di IG Farben - finanziamenti, materiali, misure da tutti i principali centri del Koncern. Il secondo ha a sua disposizione le strutture del labo­ratorio di chimica organica della Du Pont, lanciata a testa bassa nella competizione per la sintesi industriale del caucciù. Per quanto riguarda la situazione internazionale i centri di ricerca americani, pubblici e privati, sembrano calamitare i ricercatori europei, sempre più disponibili ad emigrare in America sotto la spinta di motivi gravi e diversi, dal contrarsi delle disponibilità finanziarie per il permanere della crisi del'29, alle repressioni politiche e antie-braiche scatenate dai regimi totalitari dilagati in Europa. Nel campo delta chimica macromole­colare basta ricordare il nome di un profugo d'eccezione, Herman Mark.

E' proprio questo processo di dislocazione della massima concentrazione di risorse che rap­presenta uno degli elementi di continuità fra il periodo prebellico e quello dopo il '45. Si potrebbe anzi dire senz'altro che il consolidarsi di una supremazia americana in molti settori della chimica è uno dei tratti caratteristici del periodo, insieme al secondo, in parte connes­so, e cioè la comparsa in ogni settore chimico di strumentazioni chimico-fisiche dagli esiti formidabili.Qualche tecnica è del tutto nuova, come la microscopia elettronica e le risonanze di spin, altre come la spettroscopia infrarossa 'esplodono' per la commercializzazione di strumentazioni adeguate e a prezzo contenuto, altre ancora, come le cromatografie, vivono decenni di continuo sviluppo, scientifico e tecnologico. I laboratori americani impiegano i migliori ricercatori e i migliori strumenti sono americani. Tuttavia proprio la supremazia ame­ricana e la nuova strumentazione chimico-fisica possono essere assunti come termini di confronto per giustificare l'assunzione degli anni '60 come decennio limite di un'epoca della storia della chimica. Dal punto di vista dell'organizzazione della ricerca e del valore dei suoi risultati, l'Europa si è rapidamente ripresa dalle distruzioni belliche, la concorrenza industria­le e scientifica con i colossi americani è di nuovo aperta. Dal punto di vista delle tecniche sperimentali i nuovi strumenti messi a punto dalla ricerca 'chimico-fisica' (in senso molto lato) hanno talmente alterato le procedure conoscitive da far pensare ad un vero e proprio tramonto della chimica classica, come si è andata sviluppando negli ultimi due secoli.

Per questi motivi non è forse dei tutto arbitrario parlare nella storia della chimica classica di un periodo 1920-1960. Nel chiudere queste osservazioni sulla periodizzazione della chimica vorrei proporre una riflessione sul concetto stesso di 'classico' quando viene applicato ad una disciplina scientifica. Forse solo nel caso della fisica il termine ha una connotazione pre­cisa perché si tratta della contrapposizione fra la fisica basata sulla meccanica newtoniana e la fisica nata dalla doppia rivoluzione relativistica e quantistica. Forse una contrapposizione epistemologicamente simile si ha in biologia fra genetica classica e genetica molecolare in quanto si fa riferimento ad un apparato teorico-sperimentale assai diverso, dalle leggi di Mendel alle mutazioni della Drosophila per la prima, dalle sequenze del DNA alle manipolazioni con i plasmidi per la seconda. Per altro non si può certo forzare un'opposizione fra 'quantistico' e 'classico' che sia sufficientemente ampia da inglobare le innumerevoli specialità disciplinari che vanno sotto il nome di 'chimica'. Personalmente ritengo che si possa parlare di chimica classica, nel senso di conforme ai modelli più perfetti  (dal Grande Dizionario della Lingua Italiana). Qui il 'modello più perfetto' e quello posto dai grandi maestri, esploratori del mondo microscopico mediante la trasformazione delle sostanze macroscopiche, ponderabili sulle bilance, in altre sostanze macroscopiche, egualmente ponderabili. Ogni congettura sul livello microscopico era basata su una mole di lavoro sperimentale in cui non avevano ancora trovato posto informazioni provenienti direttamente dal livello microscopico, come avviene ora con l'uso delle innumerevoli spettroscopie. La chimica a noi contemporanea non è meno chimica di quella dei periodi precedenti, per il fatto che studia, utilizza e trasforma innumerevoli sostanze, e tuttavia non si può più dire 'classica' per la sua sempre crescente dipendente da una strumentazione chimico-fisica che troppo spesso condiziona (censura) la stessa audacia innovatrice del ricercatore.