Quattro grandi periodi per la storia della chimica classica

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Indice

Il problema della periodizzazione

Primo periodo: dall'aria fissa di Black alla pila di Volta, 1750-1800

Secondo periodo: d  

Terzo periodo: l'apogeo della chimica classica, 1860-1920

Quarto periodo: il meriggio della chimica classica, 1920-1960



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Il problema della periodizzazione

 

Fra le procedure più delicate del mestiere di storico la periodizzazione è - spesso - la più arbitraria, in quanto il flusso degli eventi è continuo, ininterrotto. Per di più anche in un campo relativamente ristretto come la storia di una disciplina scientifica il divenire complessivo risulta da una miriade di 'linee' distinte, a volte intersecantesi, a volte parallele o addirittura divergenti. Quando lo storico 'taglia' il continuum temporale a seconda delle sue necessità compie sempre un'operazione passibile di critica, così che riappare in modo ricorrente la tentazione di rifugiarsi in unità narrative 'naturali' come la biografia. Infatti questo genere storico-letterario non è mai tramontato anche nella storia della scienza. Eroi e precursori, geni e fondatori si pretano molto bene ad operazioni culturali complesse che possono andare dal puro e semplice sensazionalismo (o nazionalismo), alla drammatizzazione cattivante (per il lettore distratto), alla ricostruzione più o meno integrale di epoche, ambienti accademici, scuole di pensiero. La scelta del divenire di una vita importante come filo conduttore del racconto facilita di gran lunga il lavoro critico dello storico, in particolare per quanto riguarda il problema cruciale della pertinenza: tutto ciò che non ha riguardato in modo sensibile (documentabile) la vita del biografato può essere tralasciato come non pertinente. Un chimico organico potrebbe non aver operato se non nel campo degli eterocicli, quindi in una sua biografia si potrebbero trascurare senza rimpianti quasi tutti gli sviluppi nelle altre numerosissime specialità che caratterizzano la ricchezza disciplinare della chimica.

Tuttavia, dal punto di vista storiografico, è semplice constatare che la storia della chimica non consiste nella somma delle biografie dei grandi chimici, non solo per la miriade di contributi che sempre sono giunti da figure 'minori', ma anche perché si nasconderebbe l'enorme influenza di fattori 'globali' come l'innovazione sperimentale, il contesto economico, gli atteggiamenti ideologici. In questo stesso volume i casi della fissazione dell'azoto e delle tecniche cromatografiche rappresentano esempi di narrazione che non potrebbero essere rinchiusi in singole biografie.

E' necessario quindi che si continui a cercare criteri diversi per organizzare il racconto storico, e per dargli inevitabilmente un inizio ed una fine. Uno dei criteri possibili è di natura epistemologica, per cui il carattere di un'epoca è tratteggiato mediante i problemi, le tecniche e le teorie che maggiormente hanno coinvolto la comunità scientifica di cui si intende parlare. Sarà questo il metodo che adotterò per delimitare alcuni grandi periodi della storia della chimica. Va da sé che le prossime sezioni cercheranno di delineare uno sfondo generale su cui collocare vicende ed episodi dei successivi capitoli.

 

Primo periodo: dall'aria fissa di Black alla pila di Volta, 1750-1800

 

Il primo periodo in cui si può articolare una storia della chimica moderna si presenta in modo cronologicamente 'perfetto', esso infatti si estende con cifre 'rotonde' dal 1750 al 1800. Vediamo il senso di questi limiti, e intanto scorriamo velocemente l'indice dei grandi risultati conoscitivi di questi cinquanta anni. 

Proprio alla metà del '700 un giovane medico scozzese, J.Black, compie una serie di ricerche esemplari su sostanze che noi chiamiamo carbonato basico di magnesio, ossido di magnesio e andride carbonica. L'interesse iniziale di Black era terapeutico, e quindi pratico: si trattava di comprendere il funzionamento delle basi che venivano utilizzate nella cura dei calcoli alla vescica. Da questo punto di vista il medico-chimico non ottiene nulla di rilevante, però gli esiti di queste ricerche, apparentemente semplici ma concettualmente fondanti, sono formidabili: (a) è risolto il problema della trasformazione degli alcali deboli (carbonati) in alcali forti (ossidi) e viceversa, trasformazione spiegata attraverso la perdita e l'acquisto di anidride carbonica, chiamata da Black 'aria fissa'; (b) l'isolamento e la caratterizzazione dell'aria fissa fornisce un modello innovativo di ricerca, in cui si congiungono la determinazione quantitativa e l'osservazione qualitativa; (c) il gas isolato da Black ha proprietà così lontane da quelle dell'aria che si respira normalmente da indurre il (credibile) sospetto che non si tratti dell'aria atmosferica più o meno modificata ma di 'altra cosa'. E' proprio la definizione di questa sostanza, l'aria fissa, ad avviare un 'riarrangiamento' nel modo di pensare dei chimici. Nel corso di una generazione, attraverso i lavori di Priestley, Scheele e Cavendish i chimici si convinceranno che diventava possibile analizzare e sintetizzare le sostanze inorganiche riconducendole non più agli 'elementi' aristotelici o ai 'principi' paracelsiani, che mai si erano potuti esibire in provetta, ma a nuovi elementi, isolabili chimicamente e dotati di precise caratteristiche chimiche.

Al termine del periodo, proprio nel 1800 il nostro A.Volta comunica alla Royal Society di Londra la scoperta di un apparecchio (la famosa 'pila') che per la prima volta nella storia della scienza (occidentale) è in grado di fornire correnti elettriche durature e non semplici scariche, praticamente istantanee. La scoperta di Volta è seguita dopo pochi anni dalle congetture di J.Dalton sulla costituzione atomica della materia, così che l'intero orizzonte teorico della chimica si apre verso nuove, proficue direzioni di ricerca.

1750 e 1800 sono perciò limiti temporali molto adatti a caratterizzare un'epoca dela chimica classica che è stata detta dei chimici 'pneumatici', dediti cioè allo studio dei gas. Si tratta di una 'definizione' eccessivamente semplificatrice, perchè enormi progressi - forse i maggiori - furono fatti nel campo dell'analisi inorganica, che alla fine del periodo, nelle mani abili del tedesco M.Klaproth era in grado di ottenere risultati riproducibili e accettabili. Ma la definizione è legata alla figura di A.Lavoisier, di cui corre quest'anno il secondo centenario della morte. Indubbiamente Lavoisier fu un grande scienziato, un uomo ricco (in tutti i sensi) e complesso, però la sua appartenenza ad una cultura dominante come quella francese lo ha reso grandissimo, al punto di mettere in ombra il contributo degli altri chimici suoi contemporanei. In effetti non si tratta solo di un certo evidente predominio culturale della civiltà francese ma anche di un certo tradizionalismo storiografico che privilegia le teorie rispetto alle pratiche, restringendo l'epistemologia all'analisi di ciò che è pensato e detto. Ciò che è progettato, fatto (e rifatto), eseguito viene in gran parte trascurato, con buona pace della cosiddetta 'storia delle scienze sperimentali'. D'altra parte la lotta condotta da Lavoisier contro la teoria del flogisto non perde certo di significato se viene collocata nel contesto più ampio delle pratiche sperimentali. Prima dei contributi di Lavoisier i metalli si trasformavano in calci perché perdevano flogisto, un principio imponderabile; dopo, essi diventavano calci perché si conbinavano con l'ossigeno, un elemento ponderabile. Il concetto di elemento è caratterizzato da un particolare tipo di struttura logica, e cioè da una definizione doppiamente negativa: una sostanza materiale che non può essere de-composta. Sembra essere un chiaro invito ad insistere con ogni mezzo nel lavoro di laboratorio, per differenziare ciò che pare immutabile ... Si trattò in effetti di una svolta teorica importantissima, resa però possibile dalla messa a punto di pratiche sperimentali e di atteggiamenti mentali (sulle proprietà delle sostanze) a cui avevano contribuito chimici di tutta Europa a partire proprio dalle 'modeste' ricerche di Black.