I pionieri del petrolio e la "regola della cattura"

di Benito Li Vigni

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Indice di storia della chimica

 

Nel 1853 George Bissell, mentre attraversava la Pennsylvania occidentale, ebbe modo di

osservare i metodi primitivi con cui veniva estratto il petrolio. In quei luoghi sperduti, l'olio

minerale, si sprigionava da sorgenti attraverso crepe del terreno o si raccoglieva in

pozzanghere oleose miste ad acqua salata. Vide che gli abitanti raccoglievano barili della

sostanza scura e puzzolente, o schiumandola dalla superficie della fonte o strizzando spugne

e stracci intrisi delle acque oleose. Bissell sapeva che quell'olio veniva usato per preparare

farmaci curativi del mal di testa e di denti, dei disturbi dello stomaco, dei reumatismi,

dell'idropsia e persino delle malattie della pelle. Sapeva che quel liquido viscido era

infiammabile e da uomo astuto quale egli era ebbe l'intuizione che si potesse usarlo non

come farmaco bensí come olio illuminante.

George Bissell era un legale di New York, e insieme a James Townsend, presidente di una

banca di New Haven ed altri, aveva costituito un gruppo d’imprenditori e d’affari. Obiettivo del

gruppo diventò quello di trasformare l’olio minerale in un fluido utilizzabile per alimentare le

lampadine. Ciò nella certezza che la nuova sostanza sarebbe stata altamente competitiva

rispetto al sistema vigente che utilizzava gli olii ricavati dal carbone, che intorno al 1850

stavano conquistando i mercati. Se, com’era prevedibile, si poteva disporre di grandi quantità

di olii minerali, si sarebbe ottenuto un basso costo del prodotto che avrebbe permesso di

illuminare tutte le città del Nordamerica e dell’Europa. Senza contare che lo stesso olio

minerale adeguatamente lavorato poteva essere impiegato per lubrificare le parti mobili dei

nuovi macchinari.

La sfida era aperta, ma prima bisognava verificare scientificamente la fattibilità di quella che

era una semplice intuizione. A tale scopo, alla fine del 1854, Bissell incaricò il professor

Benjamin Silliman, uno dei piú eminenti scienziati di quel tempo, a predisporre uno studio

che analizzasse le proprietà dell’olio, sia come illuminante sia come lubrificante. E, cosa

ancor piú importante volle che Silliman firmasse in proprio il progetto con il suo stimato nome,

in modo da facilitare la vendita di azioni e la raccolta di capitali.

Silliman accettò. La sua tendenza alla praticità lo spinse a farsi coinvolgere nell’iniziativa alla

quale credeva fermamente. Già all’inizio della ricerca si dimostrò entusiasta parlando di un

sicuro successo nell’uso del distillato del Rock Oil (olio di pietra) quale sostanza illuminante.

Inoltre dichiarò che il risultato dei suoi studi avrebbe corrisposto alle aspettative del

rivoluzionario progetto. L’attesa degli investitori si faceva spasmodica, mentre la ricerca si

dimostrava talmente costosa da prosciugare le risorse finanziarie raccolte fino a quel

momento.

A quel punto, il superamento del budget previsto per lo studio di fattibilità, provocò non poche

preoccupazioni per il prosieguo dell’iniziativa. A fugare ogni dubbio fu la relazione consegnata

da Silliman il 16 aprile 1855 che dimostrava le ampie potenzialità di utilizzazione dell’olio

minerale. Lo studio, che per gli storici rappresenta una pietra miliare dell’industria petrolifera,

accertava che il prodotto poteva essere portato a vari gradi di ebollizione e distillato poi in

varie frazioni, tutti composti del carbonio e dell’idrogeno. Uno di questi era olio illuminante di

altissima qualità.

Per Silliman, dunque, lo studio forniva una risposta concreta a una pura necessità di mercato.

L’incremento demografico e lo sviluppo economico conseguente alla rivoluzione industriale

avevano fatto aumentare la richiesta di una illuminazione artificiale che non fosse quella

prodotta da uno stoppino immerso in qualche grasso animale o vegetale; sistema alquanto

primitivo e diffuso nel corso dei tempi e non sempre disponibile per la gente comune. Chi

disponeva di denaro aveva trovato, per anni e anni, nell’olio di capodoglio una sostanza

illuminante di alta qualità e di costo elevato, la cui diffusione avrebbe messo in pericolo

l’esistenza di quei cetacei. C’era poi il "gas di città", distillato dal carbone, che alimentava,

mediante apposite condutture, i lampioni stradali e le abitazioni di un numero sempre

crescente di famiglie di ceto medio e alto.

Ma il "gas di città" era costoso e si faceva perciò sempre piú pressante l’esigenza, anche di

tipo sociale, di una sostanza illuminante a prezzo contenuto. Nel presentare il suo studio ai

committenti il professor Silliman era stato esplicito nell’evidenziare la grande prospettiva

dell’affare. "Signori", aveva scritto a conclusione della sua relazione, "senza ombra di dubbio

vi sono fondati motivi per ritenere che la vostra società sia assolutamente in grado di

trasformare il materiale grezzo di cui dispone, mediante procedimenti semplici e poco

costosi, in prodotti di grande validità nel settore dell’illuminazione e della lubrificazione. Sono

certo che la vostra società abbia grandi possibilità di fare affari".

A seguito di questo discorso dimostratosi altamente persuasivo, Bissell e soci non ebbero

difficoltà a trovare nuovi finanziamenti da altre fonti. Lo stesso Silliman acquistò un certo

numero di azioni, conferendo maggior lustro all’impresa che divenne nota come Pennsylvania

Rock Oil Company. Passerà un anno e mezzo prima che la società intraprenderà il

successivo, rischioso passo. Quello della estrazione dell’olio minerale. Prima di entrare nel

mercato con un prodotto rivoluzionario, era necessario accertare se le riserve di olio

sarebbero state sufficienti ed estraibili a costi contenuti.

Di certo non si poteva impiantare un’industria spurgando le superfici dei torrenti della

sostanza oleosa o strizzando spugne e stracci. Lo scopo dell’impresa era di dimostrare

l’esistenza di una riserva sufficiente e sfruttabile di olio minerale e tale da giustificare una

proposta credibile e del tutto interessante. Solo disponendo di quantitativi elevati di materia

prima si sarebbe potuto vendere il prodotto a buon prezzo, togliendo il mercato degli olii

illuminanti a prodotti piú costosi e meno validi.

Scavare in superficie o raccogliere gli affioramenti oleosi non avrebbe assicurato sufficienti

quantitativi d’olio minerale, ma forse c’era un’alternativa: la perforazione. C’era l’esperienza

delle cave di sale in Cina dove da piú di millecinquecento anni si scavavano pozzi profondi

anche mille metri. Verso il 1830 il metodo cinese d’estrazione era stato importato in Europa e

negli Stati Uniti dov’era stata introdotta la perforazione dei pozzi di salgemma. Quella tecnica

di perforazione poteva essere applicata anche al petrolio? Se lo chiese George Bissell che

considerava l’eventuale risposta positiva a tale domanda il tassello mancante per avviare la

sua iniziativa. Era trascorso un anno da quando Silliman aveva presentato la sua relazione e

gli investitori non erano piú disposti ad aspettare.

A convincere Bissell che la tecnica della trivellazione delle cave di sale si potesse adattare

direttamente al petrolio, fu un cartello pubblicitario che egli vide nella vetrina di un farmacista

in una calda giornata estiva del 1856. Aveva trovato rifugio dal sole cocente sotto la tenda

d’una farmacia quando una pubblicità accese il suo intuito. La figura mostrava varie torri di

trivellazione del tipo usato per estrarre il sale per propagandare un farmaco a base di petrolio.

Chiese notizie e seppe che l’olio minerale della medicina era ottenuto come sottoprodotto

dell’estrazione del sale, cioè le sonde per estrarre il sale attraversavano gli strati del petrolio.

L’episodio forní a Bissell il tassello mancante.

Discusse il progetto di perforazione con il banchiere James Townsend il quale lo illustrò agli

altri soci; molti a New Haven lo derisero sostenendo che fosse una pazzia pompare il petrolio

dal sottosuolo come fosse acqua. Non c’era piú tempo da perdere. Bisognava proseguire a

tutti i costi, affidando a qualcuno la trivellazione del primo pozzo e soprattutto la ricerca del

terreno da trivellare. La scelta cadde sul trentottenne Edwin L. Drake, vecchia conoscenza di

Townsend, personaggio non particolarmente qualificato, ma dotato di fascino e

immaginazione.

Era un ex macchinista delle ferrovie da tempo disoccupato, che viveva a New Haven dove

aveva acquisito la fama di uomo "tuttofare". Entusiasta della idea della ricerca del petrolio

s’era convinto ad acquistare alcune azioni della Pennsylvania Rock Oil Company. Townsend

lo assunse e lo mandò nel piccolo e povero villaggio di Titusville, in Pennsylvania,

presentandolo come il "colonnello" E. L. Drake, allo scopo di impressionare gli umili e

sprovveduti "villici". Lo stratagemma funzionò e a Drake non fu difficile perfezionare, nel

dicembre del 1857, l’acquisto di un terreno che si pensava ricco di petrolio.

Tornato a New Haven per organizzare la fase successiva, cioè l’impianto della sonda di

trivellazione per dare inizio alla ricerca del petrolio, parlò prima dell’area prescelta e disse che

si potevano ricavare grandi quantità di petrolio perforando il terreno come si usava nelle cave

di sale. Ebbe però la sgradita sorpresa di constatare personalmente che alla iniziale

perplessità sulla tecnica di escavazione, s’era aggiunta in molti soci la sfiducia di trovare il

petrolio proprio in quell’area. Anche Bissell sembrava titubante. Ma Drake non si arrese.

Incoraggiato da James Townsend, dichiaratosi disposto ad accollarsi il maggior rischio

finanziario, ritornò a Titusville per iniziare il lavoro. Era la primavera del 1858. Con una parte

dei soci aveva fondato una nuova società, la Seneca Oil Company, divenendone

amministratore delegato. Scelse un altro terreno, questa volta a valle di Titusville dove già

c’era una sorgente di petrolio da cui si estraevano da 3 a 8 galloni al giorno con i metodi

tradizionali.

Per vari mesi continuò a scavare con tali metodi, anche perché i fondi di cui disponeva non gli

permettevano di utilizzare una trivella. A quel punto scrisse a Townsend di inviargli altri

quattrini precisandogli, a ragion veduta, che il sistema della perforazione era il piú economico.

Ricevuto nuovo denaro, all’incirca mille dollari di quei tempi, assoldò una squadra di

"trivellatori di sale" che, poco tempo dopo l’inizio dei lavori, si rifiutarono di continuare. In

verità il motivo della defezione era dovuto al fatto che quei trivellatori abituati a cercare sale e

non petrolio pensavano che Drake fosse pazzo. Ma Drake, dopo un anno trascorso a

Titusville senza ottenere nulla di concreto che potesse soddisfare i finanziatori, stava vivendo

un momento drammatico, tanto piú che si stava avvicinando l’inverno. Decise dunque di

impegnarsi con tutte le sue forze anche lavorando con le sue mani.

Montò pezzo dopo pezzo il compressore che avrebbe spinto la trivella. Poi, nella primavera

del 1859, trovò il trivellatore che faceva al caso suo, di nome William A. Smith, detto "zio Bill"

il quale aiutato dai suoi due figli montò il cantiere di perforazione. Eresse il "derrick", o torre

di trivellazione, e montò le apparecchiature necessarie: una pesante asta metallica con un

maglio fissato ad una estremità, collegata a una fune d’acciaio manovrata da una carrucola

che ne permettesse la percussione sul terreno, in modo da frantumarlo, avanzando in

profondità. Si presumeva che la sonda avrebbe dovuto penetrare per piú di cento metri, ma il

lavoro era lento e i finanziatori sempre piú impazienti. Si era verso la fine di agosto 1859 e

non c’era segnale che incoraggiasse il proseguimento dei lavori.

Intanto Townsend, l’unico a credere ancora nel progetto e a finanziarlo di tasca propria, preso

dallo scoraggiamento ordinò di chiudere i lavori e di tornare a New Haven. Ma il pomeriggio

del 27 agosto, quando Drake non aveva ancora ricevuto il messaggio, accadde l’evento: alla

profondità di ventuno metri la trivella entrò in un crepaccio. Il lavoro fu sospeso ma, il giorno

dopo dal tubo collegato al foro già scavato fuoriuscí un fluido scuro che galleggiava sull’acqua.

Drake installò subito una normale pompa a mano e pompò il liquido. Lo esaminò con grande

eccitazione annusandolo e sfregandolo tra le dita.

Alzò poi le braccia verso il cielo e con tutta la forza che aveva nei polmoni gridò: è petrolio! È

petrolio! Mentre "zio Billy" e i ragazzi riempivano, anch’essi eccitati, catini, vasche e barili,

non mancando di immergervi le braccia fino ai gomiti. La notizia si sparse in un baleno e

iniziò una folle corsa all’accaparramento di terreni da trivellare. Anche George Bissell,

promotore originario del progetto, fu tra coloro che si precipitarono a Titusville acquistando

terreni contigui a quello interessato dal ritrovamento. L’intera popolazione era quasi

impazzita. Mai visto niente di simile.

La corsa al petrolio fu spinta dalla frenesia di produrne la massima quantità nel minor tempo

possibile. I pozzi si moltiplicarono a dismisura e la Guerra di Secessione quasi non incise sul

frenetico boom del petrolio; al contrario, diede addirittura maggiore stimolo allo sviluppo degli

affari. Ma il fattore piú importante che contribuí a definire il contesto legale della produzione

petrolifera americana e, nello stesso tempo, il suo considerevole sviluppo, fu costituito dalla

"regola della cattura". Una dottrina basata sul diritto consuetudinario inglese, in base alla

quale il proprietario di una tenuta aveva il diritto di uccidere un animale non domestico che

proveniente da un’altra tenuta fosse entrato nella sua proprietà.

Applicata al petrolio, la regola della cattura specificava che i vari proprietari delle aree

sovrastanti una falda petrolifera comune potevano estrarre tutto il petrolio che volevano, anche

a rischio di esaurirla o di ridurre conseguentemente la produzione dei pozzi vicini appartenenti

ad altri. Alla regola della cattura, ovvero dell’accaparramento egemonico del petrolio nel

mondo, si uniformerà il modus operandi delle grandi compagnie petrolifere americane e

inglesi, protagoniste del "grande gioco".

Il "grande gioco" del petrolio ebbe inizio con John D. Rockefeller (...)

 

Tratto da: Le guerre del petrolio, Strategie, Potere, Nuovo Ordine Mondiale, Editori Riuniti