Un vero Maestro: A.J.P. Martin  

 

 

 

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Nella sezione precedente abbiamo visto il contributo di Martin e Synge alla cromatografia di partizione e su carta, e ci siamo arrestati all'assegnazione del premio Nobel nel 1952. A quella data, però, il percorso professionale dei due scienziati si era differenziato, e Martin era impegnato in una nuova eccitantissima impresa: la messa a punto con A.T. James - già collaboratore dello stesso Synge - di una nuova, fondamentale tecnica. Nel 1950 Martin, che lavorava al National Institute for Medical Research, era stato incaricato di trovare un metodo capace di separare miscele di acidi grassi più efficacemente di quanto fosse allora possibile con la cromatografia su carta. Dopo qualche mese di tentativi con la cristallizzazione su colonna i due ricercatori erano consci che con un paio di becher ottenevano risultati migliori che con i complicati apparati che avevano costruito. A questo punto Martin ("per titar su il morale di James") suggerì di realizzare una proposta avanzata molti anni prima, proprio nel lavoro di fondazione della cromatografia di partizione, quando insieme a Synge aveva scritto: "Separazioni molto accurate di sostanze volatili dovrebbero essere possibili in una colonna in cui un gas permanente è fatto fluire su gel impregnato con un solvente non volatile" (1941). La prima colonna utilizzata  aveva un diametro di un quarto di pollice ed una lunghezza di circa 15; la separazione era estremamente rapida, al punto che passò qualche tempo prima che i due si accorgessero che ciò che aspettavano era già 'passato'. D'altra parte i primi cromatogrammi furono ottenuti mediante titolazione acido/base con un indicatore (Martin) e con la registrazione su carta millimetrata dei tempi e del numero di gocce impiegate (James). Con loro grande sollievo riuscirono rapidamente ad automatizzare la procedura di titolazione, e il 5 giugno 1951 potevano inviare al Biochemical Journal una prima nota con i risultati dell'analisi sugli acidi grassi.

 

L'interesse per la nuova tecnica fu subito vivissimo. Nel 1952 si tenne a Oxford una conferenza di chimica analitica; fu in quella occasione che Greult Dijkstra, l'olandese che sviluppò i primi apparati per la gascromatografia ad alte temperature,  incontrò Martin. A dire il vero lo scienziato inglese era di cattivo umore, e chiese in modo perentorio al collega 'continentale': "Puoi suggerirmi un metodo per rilevare tracce di composti organici in una corrente di gas?". Al suggerimento un po' impacciato di Dijkstra (conducibilità del calore o infrarossi) Martin rispose amichevolmente, con lo sguardo fisso su un obbiettivo lontano: "Voglio qualcosa di molto più sensibile; dovremo essere in grado di rilevare frazioni di microgrammo". E' evidente che i suoi  obbiettivi furono fin dall'inizio assai ambiziosi, resi plausibili però dalla dinamica collettiva che vivificò i primi dieci anni della gascromatografia.

              

In realtà molti dei primi proseliti furono folgorati dall'efficacia del metodo e, allo stesso tempo, affascinati dalla personalità di Martin. Giulio R. Primavesi, che lavorava in un   laboratorio di ricerca industriale avanzata, nell'autunno del 1952 vide per la prima volta "la piccola macchina costruita da James e Martin, rozza ma efficiente". Al ritorno nel proprio laboratorio si diede da fare (doveva separare miscele di acidi organici), ed ecco il suo racconto: "Entro una settimana avevo prodotto il mio primo gascromatogramma. Io stesso ero il rilevatore e il registratore, ed ottenni una risposta migliore di quanto avessi mai avuto, in un quarto del tempo". Due anni più tardi R.F.W. Scott, mentre  assisteva ad una conferenza di Martin, alla vista di una certa diapositiva ebbe un sobbalzo: "In quella diapositiva [Martin] dimostrava che sulle miscele di benzoli sapeva di più della mia ditta, che aveva condotto ampie ricerche su questi materiali per più di venti anni". Nel pomeriggio dello stesso giorno Martin e James insegnarono a Scott come costruire un rilevatore a bilanciamento di densità, come riempire una colonna e come assemblare un cromatografo.

 

I ricordi di Scott - i cui lavori portarono ai rivelatori a ionizzazione di fiamma - ci introducono ad un altro punto, in un certo senso più importante della stessa maestria tecnica di Martin: la sua apertura mentale e personale, la sua figura di scienziato capace di favorire la circolazione delle idee con una velocità vertiginosa, senza riserve mentali o eccessi di competizione. Dennis Desty aveva proposto la costituzione di un gruppo informale di discussione sulla gascromatografia. Fin dalla prima riunione ad Ardeer in Scozia, i membri del Gruppo adottarono l'atteggiamento di Martin, che avvalorava il suo comportamento con tutto il prestigio del Nobel."In questo gruppo era quasi inutile leggere la letteratura perché ciascuno era in contatto con quasi tutti gli altri" (Scott). "Per questo libero scambio di idee e di punti di vista credo che lo stesso A.J.P. Martin sia responsabile più di chiunque altro. Egli avviò la cooperazione e favorì il cameratismo fra di noi. Egli era accessibile a chiunque e trattava chiunque come se fosse in gamba come lui" (Primavesi). Ma è stato Dijkstra a lasciarci la testimonianza più precisa su quel periodo entusiasmante, perché colloca la figura di Martin come Maestro in un contesto più ampio: "Credo che lo sviluppo estremamente veloce e l'impiego della gascromatografia sia stati fortemente influenzati da (a) la combinazione, presente in Martin, di senso pratico ed intuizione  teorica, e la sua volontà che chiunque potesse condividerli; (b) il clima di confidenza nella scienza; e (c) il fatto che per nessuna delle organizzazioni coinvolte in prima persona il metodo della gascromatografia era di interesse primario. L'informazione fluiva liberamente e nessuno si preoccupava dei brevetti. Quasi".

 

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