I chimici e il regime fascista

 

 

 

 

Per ricostruire i tratti principali dei rapporti fra i chimici e il regime fascista seguirò le tracce lasciate da tre indiscussi capi-scuola dell'epoca. 

Nell'aprile 1924 si tenne presso il Politecnico di Milano un'affollato Convegno Nazionale di Chimica industriale. Il discorso inaugurale fu tenuto dall'ordinario di chimica generale del Politecnico. Giuseppe Bruni (1873-1946), allievo di Ciamician e cultore di molti temi avanzati di chimica fisica, parlò ad una settimana esatta dalle elezioni vinte da Mussolini (65% dei voti) con la violenza delle camicie nere e dell'apparato dello Stato, già piegato ad esigenze di regime. L'argomento scelto da Bruni fu "La chimica nella preparazione e nella difesa nazionale"; il discorso inizia con l'affermazione che la guerra era stata "una grande Università popolare all'aria aperta" in cui era stato insegnato "che cosa potesse la Chimica", passa attraverso un'esaltazione del pensiero "incomparabilmente chiaro e profondo" del "Capo del Governo", e si conclude con una dedica alla "difesa della patria" delle "menti" dei chimici, "ferme e unite come le verghe del fascio per operare e per servire". 

La precoce adesione al regime da parte di Bruni, come quella di altri importanti scienziati e imprenditori italiani, fu presto ricompensata con la concessione di un ruolo diretto negli organismi rappresentativi dello Stato fascista. E' noto che Mussolini mantenne la numerazione delle legislature dello statuto albertino, ma le elezioni nel 1929 si svolsero al di fuori delle regole dello Stato liberale, in quanto gli elettori furono chiamati ad esprimersi su una lista bloccata di 400 'candidati' nominati dal Gran consiglio del fascismo. Fra questi troviamo, oltre a Bruni, E.Belloni (1883-1938), chimico farmaceutico e dirigente dell'ACNA e della "Schiapparelli", e G.A.Blanc (1879-1966), un geochimico. Ancora più rilevante la presenza di Donegani e Serono. G.Donegani (1877-1947) era dal 1910 l'amministratore delegato della più grande industria chimica italiana, la Montecatini; C.Serono (1871-1952), che abbiamo già incontrato nella sezione precedente, aveva fondato nel 1906 l'istituto che tuttora porta il suo nome. Nella successiva legislatura Bruni, Donegani e Serono vennero confermati, mentre la rappresentanza degli imprenditori-tecnici veniva rafforzata con la nomina di G.Morselli (1875-1958), allora al vertice della "Carlo Erba" e della "Caffaro".

Il secondo capo-scuola che devo citare è Nicola Parravano (1883-1938). Chimico metallurgico e allievo prediletto di Paternò, la sua 'presenza' nella comunità dei chimici cresce nel tempo fino a divenire dominante alla fine degli anni '20. Egli si fece portatore di una decisa concezione della scienza come "forza sociale" e dello "scienziato fascista" come "uomo di  cultura, tecnico applicatore ed individuo etico e politico" (discorso "Il Fascismo e la Scienza", aprile 1936). Nel 1938, dopo aver assunto la presidenza dell'Associazione Italiana di Chimica, Parravano organizzò il X Congresso Internazionale di Chimica. Questo congresso fu un vero trionfo per la comunità scientifica italiana e per il regime che lo aveva finanziato. Nell'imponente scenario  dato dalla nuova sede dell'Università di Roma, 2500 intevenuti (di cui 1600 stranieri) affrontarono il tema generale "La chimica al servizio dell'uomo", articolato in 11 sezioni che toccavano tutti i temi della vita scientifica, produttiva e civile. Davanti al Re Imperatore, nel suo discorso inaugurale Parravano poteva sentenziare "Tutti guardano a noi", e sciogliere un inno alla chimica: "Scienza divina è la nostra".

Il terzo scienziato, di grande valore, da prendere in considerazione è Livio Cambi (1885-1968), allievo di Ciamician e di Angeli. Coetaneo di Parravano, giunse ad un importante ruolo politico nel 1939 quando fu nominato rappresentante del Partito nazionale fascista nella Corporazione della siderurgia e metallurgia. Il suo stile di pensiero è più sobrio di quello di Parravano, ma non meno recisamente ostile al "grigiore del regime liberale" in cui "naufragava ogni iniziativa per il disinteresse, l'assenteismo delle classi dirigenti e dei governi" (1936). Cambi sentiva l'"Era nuova" in stretto collegamento con "l'impulso di rinnovamento [della] borghesia lombarda" (1927), non c'è quindi da stupirsi che la maggiore differenza di accenti e di contenuti rispetto a Parravano si ritrovi nella sua attenzione continua ai rapporti di produzione, dalle condizioni delle classi lavoratrici alla necessità della concentrazione monopolistica per un più avanzato sviluppo tecnologico. Ancora nell'aprile del 1941 ridisegnava "il panorama della produzione metallurgica nel dominio dell'Asse" in funzione della "potenza economica del sistema italo-germanico". 

Tra le responsabilità maggiori dei chimici durante il ventennio fascista vi è certo quella di aver alimentato e giustificato in ogni modo la politica autarchica, che sembrava concepita a partire dai sogni più improbabili della grande industria chimica. Certamente i chimici non furono i soli scienziati a corteggiare il regime, né le motivazioni di chi fra loro lo fece furono  sempre le stesse. E' infatti difficile valutare l' 'adesione' di M.G. Levi, il massimo tecnico di allora dei problemi dei combustibili. Levi nel '37 era direttore dell'Istituto di chimica industriale del Politecnico di Milano  e della Sezione combustibili ad esso annessa; in questa duplice veste alla già citata riunione della SIPS garantiva :"prossimamente la Nazione sarà in grado di prodursi i 4/5 dei carburanti necessari al suo consumo attuale". L'8 giugno del 1938, un mese prima dell'inizio della campagna antisemita, facendo un resoconto del " X Congresso Internazionale e Romano" Levi esalterà "l'Italia dell'era fascista" come "Nazione proletaria". Nell'autunno Levi doveva lasciare la cattedra, colpito dalle leggi raziali, ed iniziava un lungo e tormentato esilio, prima dalla ricerca e poi dal nostro Paese.

L'adesione al fascismo fu sentita spesso come una costrizione, e molti mantennero un atteggiamento riservato, ma solo uno fra tutti i chimici accademici ebbe il coraggio di rifiutare il giuramento di fedeltà all'inizio dell'anno accademico 1931-32. Questo 'uomo solo' fu Michele Giua (1889-1966), che dovette abbandonare il posto di assistente presso l'Istituto di chimica industriale del Politecnico di Torino quando gli fu richiesta formalmente l'iscrizione al Partito Nazionale Fascista. Due righe negative, in risposta alla sollecitazione del direttore della Scuola di Ingegneria, datate 1 agosto 1933, fecero sì che Giua fosse privato dagli incarichi di insegnamento, trovando come unico rifugio la libera professione. Ma ormai Giua è impegnato nella lotta antifascista con il gruppo torinese di Giustizia e Libertà, mettendo al servizio del movimento le sue capacità tecniche e politiche. Così uno degli articoli inviati a Parigi, per essere pubblicati nella rivista del gruppo cladestino, esordisce con le parole profetiche: "Il fascismo è la guerra! questo grido di allarme è stato tante volte ripetuto invano" ("Il fascismo e le industrie di guerra", Giustizia e Libertà, n. 10, febbraio 1934). Ma per la delazione di un infiltrato il 15 maggio 1935 l'attività clandestina  del nucleo torinese viene stroncata con l'arresto dei suoi principali esponenti, fra cui Giua. Quanto il regime lo ritenesse pericoloso è testimoniato in una nota dello "Schedario degli affiliati ai partiti sovversivi" redatta subito dopo l'arresto; con una certa sopravvalutazione si affermava che: "Nel movimento antifascista di Torino, facente capo alla predetta setta [Giustizia e Libertà], il Giua continuava ad essere, unitamente all'Avv.to Foa Vittorio, cui spesso si sostituiva, la mente direttiva". Portato innanzi al Tribunale Speciale con questo 'profilo' politico G. fu condannato a 15 anni di reclusione, pena gravissima condivisa da V.Foa (destinato poi a diventare suo genero). Il lungo, terribile pellegrinaggio nelle carceri doveva durare fino all'agosto del 1943. 

Nel maggio 1995 ho  presentato una quadro esauriente dei rapporti fra la comunità dei chimici e il regime fascista in un workshop organizzato della European Science Foundation e tenuto a Delfi, in Grecia. Non ci fu bisogno dell'intervento di nessun oracolo per convincere gli altri storici del carattere opportunistico dell'adesione di massa dei chimici al regime, i fatti, diligentemente enfatizzati dalla stampa tecnica dell'epoca sono inequivocabili. Da questo generale opportunismo si differenziarono con diversi destini solo figure come Giua e Cambi, e proprio a 'costruttori' come Cambi dovrà rivolgersi in futuro l'attenzione degli storici per cogliere fino in fondo le contraddizioni fra le aspirazioni di ammodernamento sociale ed economico di una parte degli intellettuali fascisti, che pure qualcosa ottennero, e la realtà complessiva, falsa e cialtrona, che risultava dalla struttura illiberale dell'Italia di Mussolini.

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