I CHIMICI NELL'ITALIA LIBERALE

 

 

 

 

All'indomani della breccia di Porta Pia gli intellettuali borghesi - che erano stati fra gli artefici più convinti dell'Unità - si trovarono di fronte a scelte difficili, e talvolta drammatiche. La vicenda appassionante del Risorgimento era approdata all'annessione alla corona dei Savoia di stati con tradizioni culturali e civili assai diverse da quelle del periferico Piemonte, e tuttavia, con un automatismo accettato come ovvio, le leggi del regno di Sardegna erano state messe in vigore da Palermo a Padova, a Bologna, a Pisa. A dire il vero la legge Casati del 1859 era di indirizzo assai liberale per quanto riguardava l'ordinamento degli studi uni­versitari, perché garantiva un'amplissima libertà di scelta agli studenti, manteneva ad un minimo gli esami "speciali" e valorizzava al massimo l'esame finale di laurea. Però già nel 1862 il cattolico Matteucci, nel breve periodo in cui era stato ministro della pubblica istruzione, aveva introdotto nuove, rigide regole. In un discorso al Senato, tenuto nel 1873, Cannizzaro espresse su questa ' riforma' un giudizio molto duro: "si soppresse ogni libertà agli studenti di ordinare i loro studi e si andò all'antico sistema [...] che determinava ora per ora quali dovevano essere le sue occupazioni". Apparentemente il nostro grande chimico non si rendeva conto che egli stesso, appoggiando una politica di concentrazione delle risorse culturali e scientifiche a Roma, era stato più coerente con Matteucci che con Casati.

Con la presa di Roma non erano stati proponibili obbiettivi plausibili di un'ulteriore, immedia­ta estensione territoriale, e nella stessa conquista della Città Eterna aveva caricato di immenso valore simbolico le decisioni politiche della classe dirigente risorgimentale. Così non c'è da stupirsi se Camera e Senato (qui senza discussione alcuna) approvarono lo stan­ziamento dell'ingente somma di mezzo milione di lire per "Lavori di stabilimento dei laborato-ri di chimica, di fisiologia e di fisica nella regia Università di Roma". Era una scelta fortemen­te accentratrice , il cui senso diventa ancora più chiaro quando ricordiamo che Cannizzaro aveva posto come condizione per il suo trasferimento da Palermo a Roma proprio la possi­bilità di costituirvi un centro di ricerca di livello europeo; per altro Cannizzaro controllò accu­ratamente la qualità dei colleghi chiamati con lui nella capitale, indicandovi - ad esempio - il nome del trentaseienne fisico di Palermo Pietro Blaserna, da lui definito in una lettera perso­nale a Quintino Sella "capace di governare la scuola pratica che sarà la prima in Italia". Nel 1876 un secondo stanziamento di 700.000 lire permise di portare a compimento t'impresa di dotare Roma di Istituti scientifici moderni.

Cannizzaro non fu solo l'animatore dell'acculturazione scientifica della capitale, ma coadiu­vato con crescente autorità da Paterno 'colonizzò' l'intera Italia con chimici provenienti da Roma e da Palermo. Se accettiamo in prima approssimazione che allora la ricerca fosse in massima parte concentrata nell'Università possiamo valutare con cifre complessive lo sforzo compiuto, fra la presa di Roma e la prima guerra mondiale, dalla classe dirigente liberale per modernizzare il nostro Paese. Nel 1871 il personale universitario impegnato nelle scienze di base assommava a 333 unità; nel 1913 questo numero era salito a 611. In questo contesto i chimici erano saliti da un quarto del totale (87 unità) ad un terzo (167 unità), non solo con­fermandosi come la comunità scientifica più numerosa , ma anche 'lasciando indietro' i matematici che all'inizio del periodo considerato erano nel computo complessivo equivalenti ai chimici (84 unità nel 1871 e 139 unità nel 1913). In realtà i matematici avevano mantenuto invariato il loro numero altissimo di cattedre (72), simile a quello dei chimici (48 cattedre) e dei fisici (25 cattedre) sommati insieme, per cui nelle Facoltà di scienze le gerarchie di pote­re non erano granché mutate. Ad un livello più generale ancora i medici avevano addirittura surclassato gli'scientifici'.  

Mentre le scienze biomediche si erano sviluppate a livello accademico, s'intende, con un ritmo inferiore alla media (114 vs.174) le scienze mediche erano letteralmente esplose, in particolare con la creazione di un piccolo esercito di assistenti (101 vs. 563) e il manteni­mento di un numero elevatissimo di cattedre (163 nel 1871, 253 nel 1913). Se includiamo nel computo anche le 61 cattedre delle scienze biomediche di base, vediamo che i medici detenevano nel 1913 quasi il cinquanta per cento delle cattedre nelle discipline scientifiche e tecniche (637 in tutto, compresi i politecnici ); Se poi ricordiamo il ruolo fondamentale svolto da Cannizzaro nel promuovere la grande riforma sanitaria del 1888, e se consideriamo il signi­ficato assunto dalla chimica del tempo nello sviluppo delle conoscenze mediche, possiamo supporre che la crescita accademica della medicina abbia favorito anche quella della chimica.

Da questo quadro generale di progresso non dobbiamo però dedurre che esso si sia realiz­zato con facilità. Il 14 Marzo 1883 Cannizzaro commemorava a Torino il suo Maestro Raffaele Piria, e auspicava la costruzione nella capitale subalpina di moderni istituti scientifi­ci, sul modello di quanto si era ormai compiuto nella capitale nazionale.

La chimica torinese era particolarmente sinistrata: nei sedici anni accademici trascorsi dalla morte di Piria (1865) all'arrivo del palermitano Fileti (1881) si erano succeduti, a vario titolo, ben otto docenti. Il laboratorio attrezzato all'inizio del secolo da Gioberti nell'ex convento di Via S. Francesco da Paola aveva ricevuto poche modifiche, ed infelicissima era risultata ia sistemazione del laboratorio degli studenti voluto da Piria, quale primo esempio italiano di una regolare scuòla pratica di analisi chimica. Gli intenti di Cannizzaro a Roma e di Fileti a Torino fecero si che nel Dicembre 1884 il comune e la provincia di Torino decidessero di par­tecipare per il 50% alle spese di costruzione dei nuovi istituti scientìfici al Valentino, e che un Regio Decreto del 28 giugno 1885 avviasse effettivamente l'impresa. E di lunga impresa si trattò: il progetto dei nuovi istituti di chimica e di chimica farmaceutica fu approvato nell'anno accademico '87-88, nel 1890 la costruzione era pressoché ultimata, ma a questo punto cominciarono interminabili ritardi, burocratici e finanziari. Gli edifici furono consegnati solo nell'anno accademico'94-95, e mentre a Farmacia cominciarono subito le lezioni e l'arreda­mento era completato nel 1898, il trasferimento dei laboratori chimici iniziò solo nel 1899 e si compì nel Dicembre 1900. Più di quindici anni erano passati fra la messa in moto della mac­china amministrativa e l'apertura dei laboratori di corso Massimo d'Azeglio. Da questo punto di vista l'Italia liberale non era molto diversa dalla nostra Italia,

< precedente | seguente >

Torna alla home page   

Usate il motore di ricerca!