I chimici italiani e il potere politico, 1830-1940

 

 


 

Indice

Introduzione

I chimici italiani e il Risorgimento

I chimici nell'Italia liberale

Gli sconvolgimenti della prima guerra mondiale

I chimici e il regime fascista

 



 

Introduzione

Fra il 1830 e il 1940 il popolo italiano ha vissuto almeno quattro stagioni di moti insurrezionali (1831, 1848, 1860, 1922), tre guerre risorgimentali, una guerra mondiale ed un numero cospicuo di guerre esterne che possiamo scandire con i nomi dei Paesi dove mandammo i nostri soldati: Etiopia, Libia, ancora Etiopia, Spagna, Albania. Non v'è dubbio che si è trattato di un interminabile periodo di instabilità che non ha certo favorito il processo di formazione di uno Stato che non fosse unito solo nella geografia, ma anche nella cultura e nella società. Le vicende dei chimici italiani sono state condizionate volta a volta dall'ansia di unificazione, dalla pratica annessionista e centralista dei Savoia, dalle incertezze dei Governi liberali, dalle necessità inderogabili della Grande Guerra, dall'autoritarismo del regime fascista. Tutto questo è ovvio. In quanto italiani i chimici non potevano sottrarsi al destino del loro Paese, eppure i comportamenti dei chimici più eminenti, quelli di cui si ha un'immediata evidenza storica, furono così italiani da apparire agli occhi dello storico come eccessivamente stereotipati.

Di una cosa sono sicuro - per quanto possa essere sicuro della propria conoscenza uno storico. I chimici italiani hanno avuto sempre una forte vocazione politica. Essi hanno sempre ritenuto che il rapporto con il potere politico (e industriale) fosse un fattore cruciale per il pieno dispiegarsi della loro attività professionale. Piria, Cannizzaro, Nasini, Cambi:  ecco quattro chimici eccellenti appartenenti a quattro generazioni diverse, tutti e quattro fortemente coinvolti nel dialogo politico con i più diversi governi. Spesso, come nei casi di Cannizzaro e di Cambi, furono impegnati per decenni nell'orientamento della comunità professionale e nella gestione della cosa pubblica. Già questo fatto lascia intendere che non si trattò solamente di un interesse personale, ma che in modo complesso e contraddittorio essi cercarono di dar voce alle necessità della comunità scientifica cui appartenevano.

 

I chimici italiani e il Risorgimento

 

Parlare di una comunità dei chimici italiani prima dell'Unità è certamente difficile, forse addirittura scorretto dal punto di vista storiografico. D'altra parte non si possono comprendere molte delle vicende successive al 1870, ed in particolare le tensioni interne al mondo universitario e la partecipazione alla vita pubblica del Paese, senza considerare il rapporto fra i chimici e il Risorgimento. Il tema che si viene a porre è duplice: in primo luogo ci si chiede in quale misura i chimici abbiano partecipato alle lotte che portarono all'Unità d'Italia sotto la corona dei Savoia; in secondo luogo nasce il quesito della possibile influenza delle passioni politiche sulle vicende accademiche di quanti si professavano chimici.

Per quanto riguarda il primo punto la risposta accomuna i chimici ai molti scienziati che, dopo la Restaurazione, si mossero insieme ad altri strati della borghesia in favore dell'unificazione dell'Italia. Fra quanti parteciparono ai moti del 1831 il più compromesso fu Faustino Malaguti (1802-1878), che dovette lasciare Bologna insieme ad altri patrioti per rifiugiarsi in Francia. A Parigi entra nel laboratorio di T.Pelouze, da dove partecipa con lavori sperimentali al dibattito europeo sulle reazioni di sostituzione dell'idrogeno con il cloro. Per essersi schierato al fianco degli 'eretici' Laurent e Gerhardt contro il caposcuola Dumas si ritrova 'esiliato' anche nella nuova patria; dopo aver ottenuto una cattedra a Reims non riuscirà a tornare a Parigi, malgrado la pubblicazione di una ricerca memorabile sull'azione di massa. 

La rivoluzione del '48 ebbe effetti più ampi: Stanislao Cannizzaro andò esule a Parigi, dove fra il '49 e il '51 lavorò nel laboratorio di Chevreul; ancora a Parigi giunse nel '49 Sebastiano De Luca che vi iniziò una duratura collaborazione con Berthelot, l'astro nascente della chimica francese. In Italia fra chi pagò di persona il suo appoggio agli ideali unitari vi fù Gioacchino Taddei (1792-1860); operosissimo chimico toscano, noto in tutto il mondo scientifico per le sue ricerche sul glutine di frumento e sugli avvelenamenti da mercurio, con il ritorno dell'ordine perse la sua cattedra. Il Governo Provvisorio toscano aveva chiamato alla cattedra di chimica farmaceutica di Firenze Giuseppe Orosi (1816-1875), va da sè che nel '49 seguì il destino di Taddei: entrambi furono reintegrati nel loro ruolo accademico con l'arrivo dei piemontesi nel 1860, ma per Taddei - che aveva continuato ad insegnare privatamente - era troppo tardi. Raffaele Piria (1814-1865) invece riuscì a rimanere sulla sua cattedra di Pisa, malgrado la partecipazione all'assedio di Peschiera come ufficiale della Legione Universitaria degli studenti pisani.

Meno edificanti furono le vicende istituzionali che precedettero e seguirono l'Unità. Il numero esiguo dei chimici di allora non impedì lotte asprissime, quale quella che nel 1855 contrappose per la cattedra di  chimica di Torino il conservatore cattolico Ascanio Sobrero (1812-1888) al rivoluzionario anticlericale Piria. Vinse Piria, e ne seguì un bel giro di cattedre con la duplice chiamata a Genova di Cannizzaro  (allievo di Piria)  e a Pisa  di Cesare Bertagnini (anch'egli allievo di Piria, e volontario nel battaglione pisano). Fin qui poco di male, in quanto Cannizzaro e Bertagnini erano uomini di alto valore scientifico. Ma alla morte prematura di Bertagnini seguì la 'presa' della cattedra da parte del ben più modesto De Luca (altro allievo di Piria), che trasferitosi a Napoli nel 1862 ebbe come successore Paolo Tassinari (ennesimo allievo di Piria), buon didatta ma uomo insensibile al fascino rischioso della ricerca. Eppure la situazione della ricerca in Italia richiedava ben altro che le 'successioni' per meriti di famiglia.

Pochi anni prima il cattolico Carlo Matteucci - scienziato di prima grandezza - così aveva scritto: "A Roma l'imbroglio, la confusione e l'ignoranza sono grandi e perniciose [...]. Malissimo vanno le Università di Roma e Bologna; malissimo tutte le scuole comunali e di provincia". E proprio a Bologna fu chiamato già nell'agosto del '60 un inetto di nome Pietro Piazza, il cui unico merito scientifico era quello di essere stato allievo di Piria. D'altra parte lo stesso Piria, in altro affacendato, non aveva fatto più nessuna ricerca sperimentale dopo il suo arrivo a Torino. Malgrado la scarsezza dei dati a disposizione si può dire con qualche sicurezza che quello che era stato uno dei migliori chimici d'Europa era essenzialmente impegnato a far politica, universitaria e non. Subito dopo l'arrivo di Garibaldi a Napoli era stato ministro dell'istruzione nel Governo provvisorio, ma forse la sua maggiore cura fu nell'occupazione delle cattedre, talvolta per esclusivi meriti politici. Fu questo il caso di Annibale Vecchi (1819-1880): dopo un rapido, immancabile passaggio nel laboratorio di Piria a Torino (1860) e dopo l'annessione dell'Umbria al regno dei Savoia, gli fu data la cattedra di farmacia a Perugia, sua città natale e sua sede privilegiata di agitazioni politiche. Prima e dopo la cattedra non vi è traccia sostanziale di attività scientifica. Sotto questa luce, piuttosto equivoca, una certa parte della storia della comunità chimica italiana è da riscrivere, proprio a partire dal carattere collettivo e pubblico di una simile storia, che non andrebbe più limitata alle vicende di chi ha 'illustrato la Patria', come si è fatto finora.          

Non si deve comunque credere che fossero sufficienti meriti politici 'generici' ovvero 'patriottici'. Il caso dell'emiliano Francesco Selmi (1817-1881) meriterebbe una trattazione a parte. Già nel '48 si era immerso nell'ondata rivoluzionaria e a Reggio aveva sostenuto apertamente l'unione dei Ducati al Piemonte; dopo Custoza era riparato a Torino, dove si era legato d'amicizia con Sobrero. Nel '59 aveva rivestito i panni del rivoluzionario e aveva preparato l'annessione di Parma e Modena. Selmi era un ottimo scienziato (fu uno dei fondatori, con l'inglese Graham della chimica colloidale), ma ebbe la sua prima  cattedra solo nel 1867, a Bologna, accanto all'ineffabile Piazza: eppure nel 1862 gli era stata offerta la cattedra di Pisa; malgrado la sua accettazione essa andò, come abbiamo visto a Tassinari. Nel '65 fu invitato ad assumerà la cattedra di Torino, vacante per la morte di Piria: pressioni politiche affatto chiare fecero si che non avesse nemmeno quella, aprendo per la sede di Torino un lunghissimo periodo di incertezza che si chiuse solo con l'arrivo di Michele Fileti nel 1882. Questi 'infortuni' accademici colpirono un ricercatore di grande valore: appena giunto nella sua nuova sede bolognese Selmi - a cinquanta anni - iniziò a lavorare nel campo a lui prima sconosciuto della chimica tossicologica ottenendo eccellenti risultati, culminati nella monografia sulle ptomaine del 1878. Selmi però era cattolico ed era stato per troppo tempo accanto al 'perdente' Sobrero, e questo era sufficiente per renderlo alquanto indigesto alla classe dirigente liberale, letteralmente tormentata dalla questione romana

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