«È ormai troppo tardi per la filosofia
ed è ancora troppo presto per la scienza», sostiene il
neurogenetista Edoardo Boncinelli. No, non è davvero facile
parlare della coscienza, la fase suprema nello sviluppo nella
mente. Ed è pressoché impossibile parlare dell’autocoscienza,
della coscienza di sé, la fase suprema della coscienza. Quella
capace di rompere finalmente le rigide catene causali che
governano gli eventi nell’universo fisico (macroscopico) e di
generare, così, il libero arbitrio: la nostra, parziale ma
reale, libertà.
Non è facile, ormai, per il filosofo
fare un discorso su questa inafferrabile eppure concreta
(concretissima) realtà – «Penso, dunque sono», diceva
saggiamente René Descartes – perché lo sviluppo continuo e,
spesso, imprevedibile delle conoscenze scientifiche sul
cervello (evolutivo) impone vincoli sempre nuovi e sempre più
stringenti alla riflessione. Ma non è facile neppure per lo
scienziato, perché queste conoscenze scientifiche sul
cervello, non hanno ancora prodotto né una teoria della mente,
né tantomeno una teoria della coscienza cosciente di
sé.
Siamo in una fase di transizione, con mille ipotesi
sul tappeto e con la possibilità di inciampare nell’errore
clamoroso a ogni pie’ sospinto. Tuttavia anche quando la
nebbia è fitta occorre accettare la sfida del rischio, uscire
di casa e cercare la strada giusta. Tanto più che lo sviluppo
delle conoscenze scientifiche forniscono alcune ipotesi,
generali ma ormai solide, sull’origine e sullo sviluppo della
mente cosciente e persino della mente dotata della coscienza
di sé.
L’uomo e lo
scimpanzé
Per semplicità (si fa per dire), d’ora
in poi parleremo proprio della mente cosciente di sé. Perché,
per forza di cose, la riflessione sull’autocoscienza contiene
in sé gran parte della riflessione sulla coscienza. Sappiamo
che il cervello degli animali è un sistema molto complesso.
Abbiamo fondate ragioni per ritenere che il cervello umano sia
il più complesso in assoluto, tra quelli animali. E, per
quanto ne sappiamo, possiamo anche dire che il cervello
dell’uomo è il sistema più complesso dell’universo conosciuto.
Sappiamo anche che questo cervello è un prodotto
dell’evoluzione biologica. Il frutto, storico, del caso e
della necessità che da circa quattro miliardi di anni
accompagnano la trasformazione incessante della materia
vivente sul pianeta Terra. Non è possibile dire nulla di
sensato sul cervello, e sul cervello dell’uomo, fuori da
questa prospettiva evolutiva. Abbiamo, inoltre, fondati
argomenti per sostenere che la mente e la mente cosciente di
sé hanno stretti legami col cervello (e col resto del corpo).
La mente e la mente autocosciente sono fenomeni emergenti
dell’evoluzione del cervello. Fenomeni emersi a un certo punto
della storia evolutiva della materia.
È davvero
difficile ormai contestare l’ipotesi che l’autocoscienza è un
fenomeno che appartiene a pieno titolo all’evoluzione della
materia biologica e non è, al contrario, una “invenzione”
dell’uomo che vive in una dimensione spirituale e nulla ha da
spartire con la materia del suo cervello. Non fosse altro
perché è ormai assodato che lo stato mentale della coscienza
l’uomo lo condivide con una svariata gamma di animali. E che
persino lo stato mentale dell’autocoscienza, l’uomo lo
condivide almeno con i suoi parenti più prossimi dal punto di
vista filogenetico, gli scimpanzé.
La condivisione con
altre specie corrobora potentemente l’idea che la coscienza e
la coscienza di sé dell’uomo siano il frutto, storico,
dell’evoluzione della materia della mente. I dualisti, se ve
ne sono ancora, che separano definitivamente la res cogitans
dalla res extensa, hanno serie difficoltà a spiegare la
diffusione in natura sia degli stati mentali coscienti sia,
addirittura, degli stati mentali autocoscienti.
Ciò non
toglie che tra l’autocoscienza di un uomo e l’autocoscienza di
uno scimpanzé esistano evidenti differenze qualitative. La
dimensione autocosciente dell’uomo è palesemente più
sviluppata di quella di uno scimpanzé. L’uomo ha una cultura
(una capacità di interagire con l’ambiente) enormemente più
complessa di quella del suo cugino prossimo. Il che dimostra
che gli stati mentali dell’autocoscienza hanno svariate
gradazioni. Ciascuna delle quali è il frutto, storico, di un
processo. Già, ma di quale processo?
Processi di
selezione
A questa domanda gli scienziati
forniscono risposte diverse. Seppure quasi tutte, ormai,
convergenti. Non abbiamo modo di passare in rassegna tutte
queste risposte. Possiamo, però, visitare la recente proposta
che Gerald M. Edelman, premio Nobel per la medicina e
direttore del Neurosciences Institute di San Diego, in
California, ha offerto, insieme al suo collaboratore Giulio
Tononi, in un libro, Un universo di coscienza, da poco
uscito per i tipi della Einaudi. Secondo Edelman e Tononi
quello stato mentale capace di rompere le catene causali che
governano l’universo fisico (macroscopico), di coniugare
l’oggettività alla soggettività, di dare consapevolezza all’io
e di generare la libertà, insomma la coscienza e la sua fase
superiore, l’autocoscienza, sono il frutto di tre diversi
processi di selezione.
Uno è quello filogenetico. È il
processo storico che, in quattro miliardi di anni, ha portato
dalla prima cellula alle grandi scimmie antropomorfe e
all’uomo. Nell’ambito di questo processo di selezione del più
adatto, sostengono molti scienziati, l’autocoscienza dell’uomo
(e, almeno, degli scimpanzé) è il frutto di almeno tre fattori
coevolutivi. Il fattore biologico con l’aumento delle
dimensioni del cervello e con l’acquisizione di una serie di
altri caratteri fisiologici (dalla posizione eretta al pollice
opponibile della mano; dalla capacità di sudare alla
conformazione della laringe); il fattore culturale, con la
crescente capacità di interagire con l’ambiente manipolandolo;
il fattore socialità, con la crescita della dimensione del
gruppo in cui il soggetto cosciente e autocosciente vive.
L’autocoscienza è il prodotto dell’intreccio storico dei tre
fattori coevolutivi che si sono rivelati più utili nella lotta
per la sopravvivenza: quello biologico, quello culturale e
quello sociale.
Il secondo processo selettivo che
consente alla coscienza primaria e, poi, alla coscienza
superiore (l’autocoscienza) di emergere è quello ontogenetico,
e riguarda lo sviluppo di ciascun individuo. Nel corso della
nostra vita, dalla fase embrionale alla fase adulta, ciascuno
di noi evolve. E con noi evolvono il nostro cervello e gli
stati mentali che il nostro cervello organizza. Questa
evoluzione è essa stessa un processo di selezione che opera a
più livelli e che, sulla base degli stimoli ambientali, crea e
rafforza alcune strutture cerebrali e ne indebolisce o ne
elimina altre; ne integra talvolta in modo stabile alcune e
talaltra in modo labile altre. Senza questi stimoli e senza la
risposta a questi stimoli, il nostro cervello resterebbe una
mera “pappa di neuroni” priva di una organizzazione
sufficientemente complessa. Da notare che ciascuno di noi
subisce stimoli diversi. E che, quindi, lo sviluppo della
coscienza e dell’autocoscienza è il risultato di un percorso
storico individuale, anche se vincolato, ovviamente, dalla
genetica.
Il terzo e ultimo processo che favorisce
l’emergere della coscienza e dell’autocoscienza è la selezione
culturale. Quel dialogo incessante con l’ambiente che porta il
nostro cervello a distinguere il “sé” dal “non sé”, a pensare
se stesso e a pensare l’altro da sé, a pensare se stesso in
relazione con gli altri, a immaginare, a creare.
La realtà
dell’emozione
Questi sono, secondo Edelman e
Tononi, i grandi processi selettivi che definiscono
l’universo, largamente inesplorato, della coscienza. E lo
legano indissolubilmente all’universo della materia. D’altra
parte, sostiene il neurologo Antonio Damasio in un altro
libro, Emozione e coscienza, appena uscito per i tipi
della Adelphi, questa fase suprema dello sviluppo della mente
non è altro che una rielaborazione di processi cerebrali più
primitivi, di processi emotivi. E così, se l’emozione è una
prima rappresentazione della realtà realizzata dalla materia
cerebrale, la coscienza è una rielaborazione dell’emozione,
una "rappresentazione della rappresentazione". Una costruzione
complessa e persino eterea, ma che ha solide le sue fondamenta
nella materia della mente. Nella sua storia.
Testo
tratto da Boiler. Giornale di scienza, innovazione e ambiente