Scienza e coscienza

Pietro Greco

 

Ritorna alla Home PageRitorna a Introduzione alla storia della chimica

 

 

«È ormai troppo tardi per la filosofia ed è ancora troppo presto per la scienza», sostiene il neurogenetista Edoardo Boncinelli. No, non è davvero facile parlare della coscienza, la fase suprema nello sviluppo nella mente. Ed è pressoché impossibile parlare dell’autocoscienza, della coscienza di sé, la fase suprema della coscienza. Quella capace di rompere finalmente le rigide catene causali che governano gli eventi nell’universo fisico (macroscopico) e di generare, così, il libero arbitrio: la nostra, parziale ma reale, libertà.

Non è facile, ormai, per il filosofo fare un discorso su questa inafferrabile eppure concreta (concretissima) realtà – «Penso, dunque sono», diceva saggiamente René Descartes – perché lo sviluppo continuo e, spesso, imprevedibile delle conoscenze scientifiche sul cervello (evolutivo) impone vincoli sempre nuovi e sempre più stringenti alla riflessione. Ma non è facile neppure per lo scienziato, perché queste conoscenze scientifiche sul cervello, non hanno ancora prodotto né una teoria della mente, né tantomeno una teoria della coscienza cosciente di sé.

Siamo in una fase di transizione, con mille ipotesi sul tappeto e con la possibilità di inciampare nell’errore clamoroso a ogni pie’ sospinto. Tuttavia anche quando la nebbia è fitta occorre accettare la sfida del rischio, uscire di casa e cercare la strada giusta. Tanto più che lo sviluppo delle conoscenze scientifiche forniscono alcune ipotesi, generali ma ormai solide, sull’origine e sullo sviluppo della mente cosciente e persino della mente dotata della coscienza di sé.

L’uomo e lo scimpanzé

Per semplicità (si fa per dire), d’ora in poi parleremo proprio della mente cosciente di sé. Perché, per forza di cose, la riflessione sull’autocoscienza contiene in sé gran parte della riflessione sulla coscienza. Sappiamo che il cervello degli animali è un sistema molto complesso. Abbiamo fondate ragioni per ritenere che il cervello umano sia il più complesso in assoluto, tra quelli animali. E, per quanto ne sappiamo, possiamo anche dire che il cervello dell’uomo è il sistema più complesso dell’universo conosciuto. Sappiamo anche che questo cervello è un prodotto dell’evoluzione biologica. Il frutto, storico, del caso e della necessità che da circa quattro miliardi di anni accompagnano la trasformazione incessante della materia vivente sul pianeta Terra. Non è possibile dire nulla di sensato sul cervello, e sul cervello dell’uomo, fuori da questa prospettiva evolutiva. Abbiamo, inoltre, fondati argomenti per sostenere che la mente e la mente cosciente di sé hanno stretti legami col cervello (e col resto del corpo). La mente e la mente autocosciente sono fenomeni emergenti dell’evoluzione del cervello. Fenomeni emersi a un certo punto della storia evolutiva della materia.

È davvero difficile ormai contestare l’ipotesi che l’autocoscienza è un fenomeno che appartiene a pieno titolo all’evoluzione della materia biologica e non è, al contrario, una “invenzione” dell’uomo che vive in una dimensione spirituale e nulla ha da spartire con la materia del suo cervello. Non fosse altro perché è ormai assodato che lo stato mentale della coscienza l’uomo lo condivide con una svariata gamma di animali. E che persino lo stato mentale dell’autocoscienza, l’uomo lo condivide almeno con i suoi parenti più prossimi dal punto di vista filogenetico, gli scimpanzé.

La condivisione con altre specie corrobora potentemente l’idea che la coscienza e la coscienza di sé dell’uomo siano il frutto, storico, dell’evoluzione della materia della mente. I dualisti, se ve ne sono ancora, che separano definitivamente la res cogitans dalla res extensa, hanno serie difficoltà a spiegare la diffusione in natura sia degli stati mentali coscienti sia, addirittura, degli stati mentali autocoscienti.

Ciò non toglie che tra l’autocoscienza di un uomo e l’autocoscienza di uno scimpanzé esistano evidenti differenze qualitative. La dimensione autocosciente dell’uomo è palesemente più sviluppata di quella di uno scimpanzé. L’uomo ha una cultura (una capacità di interagire con l’ambiente) enormemente più complessa di quella del suo cugino prossimo. Il che dimostra che gli stati mentali dell’autocoscienza hanno svariate gradazioni. Ciascuna delle quali è il frutto, storico, di un processo. Già, ma di quale processo?

Processi di selezione

A questa domanda gli scienziati forniscono risposte diverse. Seppure quasi tutte, ormai, convergenti. Non abbiamo modo di passare in rassegna tutte queste risposte. Possiamo, però, visitare la recente proposta che Gerald M. Edelman, premio Nobel per la medicina e direttore del Neurosciences Institute di San Diego, in California, ha offerto, insieme al suo collaboratore Giulio Tononi, in un libro, Un universo di coscienza, da poco uscito per i tipi della Einaudi. Secondo Edelman e Tononi quello stato mentale capace di rompere le catene causali che governano l’universo fisico (macroscopico), di coniugare l’oggettività alla soggettività, di dare consapevolezza all’io e di generare la libertà, insomma la coscienza e la sua fase superiore, l’autocoscienza, sono il frutto di tre diversi processi di selezione.

Uno è quello filogenetico. È il processo storico che, in quattro miliardi di anni, ha portato dalla prima cellula alle grandi scimmie antropomorfe e all’uomo. Nell’ambito di questo processo di selezione del più adatto, sostengono molti scienziati, l’autocoscienza dell’uomo (e, almeno, degli scimpanzé) è il frutto di almeno tre fattori coevolutivi. Il fattore biologico con l’aumento delle dimensioni del cervello e con l’acquisizione di una serie di altri caratteri fisiologici (dalla posizione eretta al pollice opponibile della mano; dalla capacità di sudare alla conformazione della laringe); il fattore culturale, con la crescente capacità di interagire con l’ambiente manipolandolo; il fattore socialità, con la crescita della dimensione del gruppo in cui il soggetto cosciente e autocosciente vive. L’autocoscienza è il prodotto dell’intreccio storico dei tre fattori coevolutivi che si sono rivelati più utili nella lotta per la sopravvivenza: quello biologico, quello culturale e quello sociale.

Il secondo processo selettivo che consente alla coscienza primaria e, poi, alla coscienza superiore (l’autocoscienza) di emergere è quello ontogenetico, e riguarda lo sviluppo di ciascun individuo. Nel corso della nostra vita, dalla fase embrionale alla fase adulta, ciascuno di noi evolve. E con noi evolvono il nostro cervello e gli stati mentali che il nostro cervello organizza. Questa evoluzione è essa stessa un processo di selezione che opera a più livelli e che, sulla base degli stimoli ambientali, crea e rafforza alcune strutture cerebrali e ne indebolisce o ne elimina altre; ne integra talvolta in modo stabile alcune e talaltra in modo labile altre. Senza questi stimoli e senza la risposta a questi stimoli, il nostro cervello resterebbe una mera “pappa di neuroni” priva di una organizzazione sufficientemente complessa. Da notare che ciascuno di noi subisce stimoli diversi. E che, quindi, lo sviluppo della coscienza e dell’autocoscienza è il risultato di un percorso storico individuale, anche se vincolato, ovviamente, dalla genetica.

Il terzo e ultimo processo che favorisce l’emergere della coscienza e dell’autocoscienza è la selezione culturale. Quel dialogo incessante con l’ambiente che porta il nostro cervello a distinguere il “sé” dal “non sé”, a pensare se stesso e a pensare l’altro da sé, a pensare se stesso in relazione con gli altri, a immaginare, a creare.


La realtà dell’emozione


Questi sono, secondo Edelman e Tononi, i grandi processi selettivi che definiscono l’universo, largamente inesplorato, della coscienza. E lo legano indissolubilmente all’universo della materia. D’altra parte, sostiene il neurologo Antonio Damasio in un altro libro, Emozione e coscienza, appena uscito per i tipi della Adelphi, questa fase suprema dello sviluppo della mente non è altro che una rielaborazione di processi cerebrali più primitivi, di processi emotivi. E così, se l’emozione è una prima rappresentazione della realtà realizzata dalla materia cerebrale, la coscienza è una rielaborazione dell’emozione, una "rappresentazione della rappresentazione". Una costruzione complessa e persino eterea, ma che ha solide le sue fondamenta nella materia della mente. Nella sua storia.

 

Testo tratto da Boiler. Giornale di scienza, innovazione e ambiente