La morte di Prigogine (1917-2003)

di PIETRO GRECO


 

ILYA PRIGOGINE, premio Nobel per la chimica nel 1977, è morto ieri a Bruxelles all’età di 86 anni. Per tutta la vita, si è impegnato nella costruzione, progressiva, di una “nuova fisica”, fondata sui processi irreversibili e in grado di spiegare, nell’aspirazione dell’autore, l’emergere della complessità ad ogni livello nell’universo. Ilya Prigogine riteneva di essere finalmente giunto nella dirittura d’arrivo di questo percorso, durato più di cinquant’anni. Che il suo primo lavoro sugli Etude thermodynamique des phénomènes irréversibles data 1945. La “nuova fisica” che Ilya Prigogine proponeva non è una fisica “altra”, come pure aveva fatto intendere di propugnare in alcuni testi divulgativi diventati famosi, come La nuova alleanza o Tra il tempo e l’eternità, scritti negli anni Ottanta e firmati insieme alla filosofa Isabelle Stengers. No, quella di Ilya Prigogine ultima maniera era, solo, una fisica “oltre”. Nel senso che non ripudiava il quadro concettuale della fisica moderna, così come emerge dalle teorie fondamentali della meccanica relativistica e della meccanica quantistica. Ma lo inglobava in una formulazione teorica più generale.

Il tentativo del Prigogine ultima maniera non è meno ambizioso (o velleitario, direbbero i suoi critici) di quello perseguito negli anni Ottanta. E tuttavia esso, almeno agli occhi di un sociologo della scienza, cessa di essere “eretico” per diventare “normale”. Nel senso che si inserisce come un tentativo tra i tanti operati dai fisici che, da almeno settant’anni, cercano di riconciliare meccanica relativistica e meccanica quantistica, ricercando una teoria più generale, che le inglobi senza abbatterle. La “normalità” del tentativo di Ilya Prigogine è corroborata dal fatto che esso è (o cerca di essere) un tentativo fondato su concetti fisici rigorosi e su un solido impianto matematico. Di più, il carattere di “normalità” del tentativo viene rafforzato da una esplicita dichiarazione di collocazione filosofica. Prigogine si dichiarava, alla stregua di Karl Popper, un realista fisico. Credeva che la natura si sveli agli occhi dello scienziato per quello che è. E che la conoscenza fisico-matematica del mondo fisico è, o deve sforzarsi di essere, obiettiva: non venata da elementi soggettivistici. Anzi, a differenza di Popper, Ilya Prigogine dichiarava di voler espungere dalla scienza ogni forma di dualismo. Di non voler riconoscere all’uomo alcun carattere di “specialità”.

Quella di Progogine era dunque “scienza normale”. Ma era buona scienza? Questa volta la domanda non va intesa in senso sociologico, ma in termini strettamente fisici. Ilya Prigogine intendeva fondare sia la meccanica classica che la meccanica quantistica, quella che descrive il mondo a livello microscopico, su grandezze governate da funzioni matematiche di tipo probabilistico, che consentono (consentirebbero) di studiare i fenomeni collettivi della materia in modo che, nel corso della loro evoluzione dinamica a ogni livello, classico e quantistico, emerga, spontaneamente, quella freccia del tempo che sia la meccanica classica che la meccanica quantistica negano. Questo nuovo approccio fisico matematico, che cancella il concetto di traiettoria in fisica classica, consentirebbe la formulazione di una teoria generale che ingloba in sé anche la meccanica dei quanti, permettendo, quindi, di effettuare nuove previsioni sul comportamento dei sistemi materiali ad ogni livello. Nelle simulazioni al computer, gongola Ilya Prigogine, la teoria dimostra di funzionare.

 

Testo tratto da Boiler. Giornale di scienza, innovazione e ambiente

Una scheda biografica di Ilya Prigogine