Cannizzaro nella politica durante il governo Mordini

 

L'istruzione pubblica era un settore di primaria importanza per consolidare il consenso del groppo sociale siciliano, ed in particolare di quello palermitano, intorno al progetto unitario temperato dall'autonomia nella gestione politica ed amministrativa. Questo groppo aveva dato un sostegno decisivo all'impresa ga­ribaldina, ed ambiva a riforme profonde nei settori considerati cruciali per far recuperare alla Sicilia un ritardo socio-economico di cui i maggiori esponenti della cultura progressista avevano avuto percezione diretta e piena misura negli anni dell'emigrazione. Su questo obbiettivo si aveva in quel momento una naturale convergenza di interessi tra governo centrale e governo delle province siciliane in vista del plebiscito di annessione fissato per la domenica 21 ottobre.

L'attuazione di riforme incisive ha come strumento essenziale un apparato amministrativo competente ed affidabile. Il governo Mordini si rese conto di tale necessità e provvide subito destituendo e sostituendo un certo numero di alti funzionali che erano stati nominati durante la gestione Depretis. Le loro proteste, raccolte dalla Gazzetta di Genova del 1 ottobre, al momento dello sbarco degli espulsi da Palermo, prendono la forma di gravi accuse al nuovo governo siciliano:

«Le destituzioni si succedono le une alle altre ... Si esercita da quella polizia un vero terrore. La popolazione aspetta con somma impazienza l'assistenza armata del Governo di Vittorio Emmanuele. Nessuno è più sicuro di poter dormire nella propria casa. L'opinione pubblica in Palermo comincia a recriminare contro il Piemonte pel ritardo dei suoi soccorsi....». Il nuovo governo risponde pubblicando queste gravi accuse sul Giornale Officiale del 4 ottobre, facendole seguire da un commento nel quale si legge: «La scelta di buoni Impiegati è sempre difficile, ma sopratutto in tempi come quelli che corrono di presente per la Sicilia. Il governo lo sa e pone ogni suo studio dell'adempiere rettamente a questa parte delicatissima del suo compito. ... Quindi la moralità, la capacità, le opinioni schiettamente liberali, i servigi veri resi alla Patria, sono i requisiti che il Governo richiede negli uomini, i quali ambiscono l'onore delle pubbliche funzioni retribuite dallo Stato. ... Tali sono nella materia le regole direttrici degli uomini che amministrano oggi la cosa pubblica in Sicilia. Quanto alla applicazione essi credono soddisfare ad un preciso dovere a rispondere a un legittimo desiderio di tutti gli onesti cittadini circondandosi di cautele e chiamando in ausilio altrettante commissioni di scrutinio per gl'impiegati quanti sono i rami del pubblico servizio. Queste commissioni sono l'ottima delle garentie quando i tempi anormali non consentono le savie lentezze dei concorsi. E niun cittadino, il quale desideri percorrere l'aringo dei pubblici impieghi può alle medesime sottrarsi. ... ».

Il quadro delle intenzioni politiche del governo era chiarito, nella stessa pagina, dal decreto Mordini-Scrofani-Peranni-Ugdulena che aboliva le decime e dichiarava redimibili al 5 per cento «le ottene, le decime, le vigesime, i censi, i canoni, e tutte le altre prestazioni variabili e invariabili, che sino al presente si riscotono dagli enti morali ecclesiastici». Le norme che attuavano tale decisione appaiono ispirate al criterio di non recare danno economico immediato agli enti religiosi, ma di privarli degli strumenti con i quali esercitavano il loro influente potere. Sulla stessa linea venne realizzato, di lì a poco, l'affrancamento dell'uni­versità dai vincoli religiosi imposti sin dalla sua fondazione.

I decreti Mordini-Ugdulena, che modificavano in maniera sostanziale il quadro dell'istruzione pubblica in Sicilia, si susseguirono dai primi giorni di ottobre con un ritmo che presuppone la struttura amministrativa attivamente impegnata e solidale con la direzione politica. L'elencazione dei decreti nell'ordine in cui vennero pubblicati sul Giornale Officiale è sufficiente a sostenere questa valutazione. Essi sono stati riepilogati nell'Appendice 2 di questo Quaderno. Non è possibile documentare un diretto intervento di Cannizzaro nella preparazione di almeno parte di essi, anche se le sue relazioni personali con alcuni dei protagonisti ed il confronto con le opinioni che egli aveva espresso sulla legge Casati (si vedano al Cap.3 gli articoli pubblicati sul Corriere Mercantile nel gennaio 1860) ne danno la quasi certezza. Per una valutazione di questa influenza è stata ripubblicata (Appendice 3) la relazione della Commissione sulla istituzione dei licei.

Tra i decreti predetti quello emanato il 17 ottobre estendeva alla Sicilia l'applicazione della legge Casati, istituendo un Consiglio Superiore di Istruzione Pubblica per la Sicilia, del quale fu chiamato a far parte anche Cannizzaro. Il più importante tuttavia fu quello del 19 ottobre, che provvide i mezzi finanziari per l'ammodernamento delle università siciliane: «un fondo straordinario di lire sei milioni per la fondazione ed ingrandimento dei gabinetti, laboratori ed altri stabilimenti dipendenti dalle università di Sicilia; cioè tre milioni per l'università di Palermo, un milione e cinquecentomila per Catania ed altrettanto per Messina». Esso non venne mai negato dai governi del regno, ma la sua attuazione si diluì su un arco di circa sessant'anni!

Vanno ancora ricordati, per chiarezza del nostro discorso, alcuni altri decreti. Quello del 20 ottobre che modificò l'assetto delle cattedre nell'università di Palermo, provvedendone 14 per nuovi insegnamenti, e sdoppiando 4 delle antiche cattedre con cambiamento di denominazione. Tale provvedimento evitava di creare malcontento allontanando alcuni dei professori, pur modificando in modo notevole il quadro complessivo. Tra le cattedre sdoppiate era quella di chimica fìlosofica e farmaceutica, che veniva trasformata in una di Chimica inorganica, affidata a Filippo Casoria titolare della precedente, ed in una di Chimica organica, alla quale con decreto in pari data veniva nominato lo stesso Cannizzaro. Un decreto del 22 ottobre laicizzava l'università di Palermo, restituendo «al Corpo accademico d'essa i diritti e le prerogative che godono per legge le altre Università del Regno d'Italia». Con altro decreto nella stessa data veniva nominato Rettore il Professor Filippo Casoria. Questi, il 27 ottobre scrisse a Cannizzaro di aver «destinato il giorno ventinove ottobre alle ore dodici antimeridiane per la presta­zione del di lei giuramento», ma non risulta che ciò sia avvenuto.

La domenica 21 ottobre ebbe luogo il plebiscito di annessione, il cui risultato ufficiale registrò 432053 consensi su 432720 votanti. Possiamo presumere che tra questi vi sia stato anche Cannizzaro. In ordine a tale evento egli ebbe un ruolo come componente del Consiglio di Stato straordinario istituito da Mordini con un decreto del 19 ottobre. Lo scopo di questo Consiglio, presieduto da Gregorio Ugdulena, è testualmente ricordato da Cannizzaro nei suoi «appunti autobiogra­fici». Poiché i componenti erano «uomini prescelti tra i più capaci del paese», se ne può concludere che l'inclusione di Cannizzaro in quel ristretto gruppo conferma la presunzione espressa sopra che egli fosse di fatto persona il cui parere sulle materie attinenti alla pubblica istruzione era tenuto in grande considerazione.

A questo ruolo di consulente-consigliere Cannizzaro aggiunse il coinvol­gimento nelle elezioni per l'assemblea dei rappresentanti che il governo Mordini avrebbe voluto far svolgere unitamente al plebiscito per l'annessione. Di ciò resta traccia in due lettere a lui dirette. Quella di Vincenzo Cordova, da Aidone in data 10 ottobre, lo informa che per la rappresentanza locale (Aidone è la città di origine della famiglia Cordova) vi sono già le candidature di due parenti (zio e cugino) ed «avversarli sarebbe indegna ostilità»; perciò avverte Cannizzaro di aver scritto a Caltagirone per cercare «collegi disponibili per me e per lei». La seconda lettera, scritta da Messina 1'8 novembre, è di Achille Varvessis e si riferisce al collegio di Francavilla (dove Cannizzaro era stato eletto deputato al Parlamento siciliano nel marzo del 1848): gli suggerisce di scrivere al Dott. Vincenzo Amodeo per ringraziarlo di quanto aveva fatto, perché «se si fosse dovuta fare l'elezione voi sareste riescilo rappresentante. ... Ciò, mi credo, potrà giovarvi un'altra volta». La sua candidatura a Francavilla sarà infatti riproposta, senza successo, nelle elezioni del gennaio 1861.

Cannizzaro ha quindi delineato un programma per rientrare a Palermo in una posizione professionale e politica eminente, che fa passare in secondo piano anche la prospettiva pisana o fiorentina. Tuttavia la imminente riapertura dell'anno accademico lo richiamava ai suoi obblighi di docente a Genova. Diversamente da come è sommariamente detto negli appunti autobiografici, Cannizzaro rimase a Palermo ancora nei mesi di novembre e dicembre. Da una lettera di Michele Lessona del 6 novembre sappiamo che egli chiese, o fece chiedere, l'intervento del deputato piemontese Vincenzo Capriolo per ottenere un permesso dal Ministro. Questa via politica si rivelò poco agevole. Scrive Lessona: «Capriolo non aveva chiesto per voi nessun permesso; ho parlato col Demaria, ed egli mi disse di scrivervi che il permesso era accordato pel mese corrente: egli mi incaricò di parlarne qui col rettore, ciò che farò domani... ». Delle lezioni fu incaricato l'aiuto Giacomo Finollo e delle esercitazioni il preparatore Antonio Rossi. Lessona, in una successiva lettera del 12, riprende il discorso politico e critica Cannizzaro: «mi fate un elogio di Mordini cosi violento che mi fa temere che voi stesso sentiate che il vostro prodittatore ha bisogno di essere difeso. Caro mio, chi è ben sicuro di aver ragione non grida così forte». Dopo una diffusa discussione sui nascosti sentimenti repubblicani di Mordini, Lessona si rivolge così a Cannizzaro: «Quanto a voi, il miglior consiglio che io vi possa dare è di lasciar la Sicilia: se rimanete là perdete il frutto della pratica di mondo guadagnata in Francia e qui, vi farete ridere alla spalle come politico quanto vi fate ammirar come chimico».

Il dicembre palermitano e la nomina alla cattedra di Napoli

A Palermo, dopo la proclamazione dei risultati del plebiscito, si attendeva la visita del Re. L'annuncio era stato dato con un ordine del giorno pubblicato nel Giornale Officiale il 22 novembre. La data non era precisata, ed i dispacci da Napoli, dove il Re era in visita, informavano di vari rinvii della partenza determinati dalle cattive condizioni del mare. Il 27 il Giornale Officiale pub­blicava il messaggio che Mordini aveva ricevuto da Caserta dal Generale Garibaldi:

«...ho deposto i miei poteri di Dittatore nelle mani del Re...». Era la fine del governo che Cannizzaro aveva sostenuto con tanto entusiasmo. L'atteso arrivo del Rè avvenne sabato 1 dicembre ed il Giornale Officiale del 2 annunciava la decisione reale di affidare il governo della Sicilia ad un Luogotenente Generale, scelto nella persona del marchese Massimo Corderò di Montezemolo. Tre giorni dopo questi istituiva il Consiglio di Luogotenenza, cioè il nuovo governo siciliano, composto di Consiglieri incaricati dei vari dicasteri, e procedeva alle seguenti nomine:

Interno e Sicurezza pubblica:                   Giuseppe La Farina

Finanze, Agricoltura e Commercio:         Filippo Cordova

Istruzione pubblica:                                  barone Casimiro Pisani

Lavori pubblici:                                         principe Romualdo Trigona di Sant'Elia

Segretario generale:                                  barone Giacinto Tholosano

II Re partì da Palermo nel pomeriggio del 6 dicembre. Erano tornati al governo i gruppi moderati che Garibaldi aveva messo da parte scegliendo come Pro-dittatore Antonio Mordini. Tuttavia alcune modifiche nella composizione del governo luogotenenziale si resero necessario circa un mese dopo. All'Interno venne nominato Emerico Amari, alla Sicurezza pubblica il barone Niccolo Turrisi Colonna, all'Istruzione pubblica il marchese Vincenzo Fardella di Torrearsa mentre per qualche tempo rimase vacante il dicastero della Finanze, una posizione che la difficile situazione economica rendeva poco ambita.

Nel mattino dello stesso 6 dicembre il rettore Filippo Casoria riapriva l'università di Palermo, che riprendeva ufficialmente la sua attività per il nuovo anno scolastico dopo una interruzione che durava dalle battaglie di maggio. La situazione era critica, anche perché da allora impiegati e professori dell'università (e di tutte le altre scuole) avevano ricevuto solo modesti acconti sul loro stipendio. Il Consigliere Pisani inviò in proposito una circolare al Consiglio Superiore, a nome del Luogotenente, ordinando «che si continui a pagare l'antico soldo a tutti coloro, tra i Professori e gli Impiegati, ...che si trovano in percezione di averi;

e che tutti gli altri Professori e Impiegati nuovamente eletti, dovendosi sino alla conferma riguardare come provvisoriamente eletti, proponga il Consiglio Superiore quale retribuzione mensuale possa a' medesimi assegnarsi». Ma di fatto solo alla fine del gennaio 1861 (Consigliere Salvatore Marchese) il governo sarà in grado di garantire loro il pagamento dei due terzi dello stipendio, impegnandosi al saldo in un prossimo futuro.

Questo è il contesto nel quale Cannizzaro si trovava a Palermo. Era stato intanto contattato da Raffaele Piria, dal 9 novembre titolare del Dicastero del­l'Istruzione pubblica nel governo di Napoli (Luogotenente Luigi Carlo Farini), affinchè assumesse l'incarico provvisorio della cattedra di Chimica organica in quella università ed aveva dato il suo consenso. Non possiamo documentare come tale contatto sia avvenuto, e non si può escludere che Cannizzaro si sia recato di persona a Napoli per un incontro. Le ragioni per le quali decise di accettare l'invito non sono documentate, ma ci sembra ragionevole supporre che alla difficoltà di dare una risposta negativa al proprio maestro, si sia aggiunta la prospettiva di un sostanziale incremento delle entrate personali che per quell'anno sarebbero passate a £ 8000, risultanti dal cumulo dello stipendio di professore con quello di direttore e con una speciale indennità prevista per la sede napoletana.

Della nomina a Palermo e dei contatti napoletani certamente era giunta notizia a Torino perché, in data 20 novembre, il ministro incaricò il Segretario generale di scrivere a Cannizzaro una lettera di tono alquanto perentorio: «II Ministro sottoscritto ...sarebbe ben tenuto alla di Lei cortesia se volesse fargli conoscere con qualche sollecitudine se Ella intenda o no di far ritomo a Genova per continuarvi l'insegnamento ...». La risposta non venne con la sollecitudine auspicata ed il Ministro, in data 17 dicembre, fece scrivere dall'ispettore Demaria al rettore dell'università di Genova per sapere se Cannizzaro avesse ripreso servizio o se lo avesse informato delle sue intenzioni. La risposta del rettore è immediata, con una velata protesta per decisioni ministeriali delle quali nulla aveva saputo: Cannizzaro «non si è restituito al suo posto, ed il sottoscritto, mentre provvide onde fosse dal Prof. Sost. Sig. Finollo supplito alla scuola, non fece alcuna parte presso il titolare non essendo stato informato della Superiore determinazione presa sulla domanda del medesimo». Su questa lettera si legge la decisione del ministro annotata di mano dell'ispettore Demaria: «Si risponderà al Sig. Rettore di Genova che il prof. Cannizzaro ebbe dal ministero facoltà di differire il suo ritomo...». Questa risposta partì da Torino il 26 dicembre.

Dobbiamo quindi ritenere che nel tempo intercorso il ministro abbia ricevuto una spiegazione che lo indusse a mutar parere, e che la spiegazione sia venuta dagli interlocutori politici di Cannizzaro. Sicuramente egli restò a Palermo tutto il mese di dicembre, trascorrendo in famiglia le festività natalizie e forse il capo d'anno, e ritornò a Genova all'inizio di gennaio. Qui gli fu spedita il 9 gennaio la copia del decreto Piria-Farini-Pisanelli che, in data 31 dicembre 1860, gli conferiva l'incarico di insegnamento della Chimica organica nella università di Napoli per l'anno 1861.

La rinuncia alla cattedra di Napoli e l'insuccesso politico

La decisione del direttore del dicastero napoletano, Gaetano Cammarata, di inviare all'interessato a Genova la copia del decreto, in conformità alle norme di buona amministrazione, mise fuori gioco Piria, che il 19 gennaio scrisse a Cannizzaro una lettera piuttosto risentita: «Caro Cannizzaro, Per Dio perché indugiate tanto a venire? Qui si mormora e con ragione. Si mormora di voi, si mormora di me. Io non sono più nulla [dal 1 gennaio era cessato dalla carica, sostituito da Ruggero Bonghi]. Sono dolente di questa vostra spensieratezza così poco opportuna in momenti come gli attuali. ...Ho ritenuto presso di me il vostro decreto di nomina e la lettera di partecipazione, che nella certezza di vedervi arrivare da un momento all'altro, ho stimato inutile spedirvi ;a Genova». Piria ignorava che il 13 gennaio Cannizzaro aveva scritto al dicastero della Pubblica Istruzione del governo luogotenenziale napoletano, spiegando di dover rinunciare all'incarico perché «la salute di mia famiglia non mi permette di staccarmi per ora da essa, recandomi solo in Napoli».

La motivazione aveva un qualche fondamento, perché dalla successiva corrispondenza con Pavesi risulta che la moglie ebbe disturbi alla vista. Ma nelle. settimane precedenti il Pavesi era rimasto privo di notizie ed il 10 gennaio aveva scritto a Genova indirizzandosi ad un comune amico (certamente Lessona) per averne. Da questa lettera Cannizzaro apprese che Piria, tramite Tommasi, due mesi prima aveva invitato Pavesi a recarsi a Napoli senza poi dar seguito a tale invito.

Gli strascichi di questa vicenda napoletana coinvolsero Cannizzaro ancora per qualche tempo. Il ministro Mamiani, dovendo provvedere quanto meno a dare una indicazione per la copertura del posto vacante, il 22 gennaio interpellò Tommasi e Cannizzaro per avere informazioni su un aspirante, «... il Signor Raffaele Napoli ... il quale in una lettera scritta dalla capitale delle province Napoletane viene rappresentato come egregio cultore e professore della scienza chimica». Gli appunti di Cannizzaro sul merito dei lavori del Signor Napoli sembrano concordare con il parere poco favorevole che Tommasi trasmise al ministro, inviandone copia a Cannizzaro stesso il 26 gennaio. Anche Tommasi nulla sapeva ancora della rinuncia. Infatti a conclusione della lettera «di risposta alla tua ricevuta oggi» chiedeva: «Vai a Palermo o a Napoli? Se io avessi a tornare a Napoli l'anno venturo sarei proprio lieto di averti dappresso».

Dalle lettere di questo periodo si rileva che Cannizzaro per circa tre settimane tenne all'oscuro della decisione di rinunciare alla cattedra napoletana anche i familiari di Palermo ed i suoi amici Michele Amari, Federico Napoli e Carlo Matteucci. Forse ritenne che tale notizia potesse essere usata per influenzare negativamente l'elettorato di uno dei collegi della provincia di Messina al quale era stato presentato dal Comitato Patriottico presieduto da Mariano Stabile. L'esito delle votazioni gli fu comunque sfavorevole e le diverse giustificazioni addotte dai suoi sostenitori sono tutte valide: non era andato di presenza; le sue lettere erano arrivate troppo tardi; l'elettorato ricordava poco gli eventi del 1848; vi era una grande confusione di idee che favoriva gli intrighi degli avversali. La cugina Vittoria De Spuches gli scrisse il 4 febbraio (ancora chiedendo «se è vero che vai a Napoli») per dare i risultati elettorali dei sei comuni più grandi del collegio: a Francavilla Cannizzaro aveva avuto 16 voti su un totale di 51, a Taormina 1 su 50, nulla negli altri. Prevalse Giovanni Interdonato proposto dal Comitato elet­torale presieduto da Francesco Crispi e che risultò tuttavia ineleggibile perché impiegato governativo. Un mese dopo Giovan Battista Fardella sollecitò Canniz­zaro a presentarsi per la tornata delle elezioni supplettive, ma dobbiamo ritenere, mancando ogni altro riferimento nelle carte esaminate, che egli vi abbia rinunciato.

Forse l'insuccesso lo indusse a restringere il campo degli obbiettivi immediati ed a sondare la consistenza delle sollecitazioni che riceveva affinchè si trasferisse a Palermo. La più documentata è una lettera di Federico Napoli, Segretario generale al Dicastero dei Lavori pubblici del governo siciliano, databile al principio di febbraio, dalla quale emerge uno stretto rapporto tra la possibile realizzazione di un laboratorio chimico moderno a Palermo e le vicende politiche siciliane e nazionali. Il contesto di questa lettera è analogo a quella di Giuseppe Inzenga in data 5 febbraio. Ambedue descrivono le stesse difficoltà ed insistono affinché Cannizzaro prenda una decisione e intervenga di persona assicurando le autorità politiche sulla propria disponibilità a trasferirsi a Palermo, concludendo contatti esplorativi che sicuramente andavano avanti dall'epoca della sua nomina durante la gestione Mordini-Ugdulena.

La programmazione del trasferimento a Palermo

II corso degli eventi che portarono Cannizzaro a programmare il proprio trasferimento a Palermo è quindi legato alle vicende del governo luogotenenziale a Palermo ed a quelle del governo nazionale a Torino, che fino al febbraio 1861 non erano state tali da rassicurarlo sulla fattibilità del suo progetto. Concomitante è anche una circostanza certamente non prevista, la morte di Filippo Casoria, avvenuta il 17 maggio. Tuttavia almeno dal 4 febbraio egli era impedito, presu­mibilmente dalla malattia che lo condurrà a morte, a tenere l'ufficio di rettore essendo sostituito negli atti ufficiali dal preside anziano Gregorio Ugdulena.

Federico Napoli nella sopracitata lettera del febbraio, aveva suggerito a Cannizzaro di collaborare ai contatti politici necessari per modificare «lo stato presente della finanza siciliana». Non possiamo documentare se ciò sia avvenuto, ma non vi è dubbio che un evento favorevole fu la nomina di Francesco De Sanctis alla Istruzione pubblica nel governo formato da Cavour il 23 marzo 1861, dopo la proclamazione del Regno d'Italia. Morto Cavour all'inizio di giugno, Filippo Cordova, sostenitore della causa siciliana, entrava nel governo Ricasoli come titolare del ministero dell'Agricoltura, Industria e Commercio. Appariva perciò fondata la prospettiva che il governo acconsentisse a spendere una quota dei tre milioni di contributo straordinario assegnati all'università di Palermo dal decreto prodittatoriale del 19 ottobre 1860.1 primi contatti dettero un risultato, del quale Federico Napoli il 6 giugno informava Cannizzaro: «De Sanctis mi scrive appro­vando la mia idea di farvi venire a Palermo e che da parte sua farà del tutto per contentarvi. Autorizzatemi dunque a proporre che voi, già eletto per la cattedra di Chimica organica, siate intanto destinato per la Chimica inorganica. Scriverò intanto pei fondi del laboratorio, e se voi ci metterete un poco di buona volontà parlandone a Torino, potrete far cosa utile al nostro paese».L'intervento auspicato ci fu, anche se non siamo in condizione di documentarlo. Probabilmente avvenne tramite Quintino Sella, Segretario Generale del ministero dell'Istruzióne, che il I4 giugno firmò per il Ministro la seguente lettera: «Consta a questo Ministero che la S.V. Ill.ma fu tempo fa nominato professore di chimica nella R. Università di Palermo. Ora essendo mancato ai vivi il Sig. Filippo Casoria, professore di chimica inorganica nella medesima università, lo scrivente desidera conoscere se Ella intenda di assumere in quella Università l'insegnamento che Le fu affidato, e quindi attende dalla sua gentilezza un cenno in proposito». Questa lettera reca a margine l'annotazione di mano di Cannizzaro: «Risposta alla lettera del Ministero di pubblica istruzione Div.2a sez.1a, SI»; ma alla minuta di essa, conservata nel fascicolo personale, manca qualsiasi riscontro.

La successiva nota ministeriale del 17 agosto informò Cannizzaro degli impegni assunti dal ministero nel pieno rispetto dell'autonomia propositiva del Consiglio Superiore della pubblica Istruzione delle Province siciliane, e delle prerogative del governo luogotenenziale. Infatti, riconosciuta l'urgenza di prov­vedere secondo la relazione ed il progetto di massima che Cannizzaro aveva presentato al Consiglio Superiore delle Province siciliane «il Ministro sottoscritto ha oggi stesso conferta facoltà alla Segreteria Generale delle Province stesse d'iniziare tutte le pratiche ed i lavori occorrenti a tal uopo, riservandosi di impostare sul bilancio 1862 la somma necessaria da prelevarsi sul fondo cospicuo assegnato dal Prodittatore con Decreto 19 ottobre 1860». Dopo aver specificato che la Segreteria Generale era autorizzata a far allestire una perizia dei lavori necessari per l'adattamento dei locali, il ministro riteneva che per tali lavori e per il corredo scientifico del laboratorio occorresse la guida di un esperto e «perciò fa preghiera [a Cannizzaro] di recarsi a Palermo per dare i necessari suggerimenti, e prendere quei provvedimenti che saranno più acconci d'accordo con il Signor Segretario Generale al quale vennero impartite le necessarie istruzioni».

Il Segretario Generale della pubblica Istruzione del nuovo governo sici­liano (luogotenente Alessandro Della Rovere) era, dalla fine di giugno, Federico Napoli. Egli il 23 luglio aveva preavvisato Cannizzaro di quanto predisposto (sicché la lettera ministeriale del 17 agosto fu per lui una conferma di decisioni attese), rassicurandolo su due punti importanti. Primo, rispetto ad opposizioni che dovevano esser note ad entrambi diceva: «resisterò per ciò che riguarda lo stabilimento di un laboratorio chimico sulle basi da voi tracciate e spero di venirne a capo con un poco di pazienza; persuaso che sarà questo uno dei progressi più veri e pratici che possano farsi in Sicilia». Secondo, sulla sede, per la quale dovevano esserci state intese preliminari, aggiungeva: «quanto al locale esso è sempre a nostra disposizione e non sarà adoperato ad alcun altro uso». La conclusione era incoraggiante: «Qui le cose vanno molto bene, e se continuano di questo piede fra un tempo non lungo, sarà la Sicilia una delle province più utili per l'intera Nazione».

Il contesto in cui avviene il trasferimento a Palermo

La conclusione ottimista della lettera di Federico Napoli aveva una sua giustificazione sia nel quadro generale, sia nelle prospettive sembravano aprirsi nel momento del rientro di Cannizzaro in Sicilia.

Nel gennaio 1861 un decreto luogotenenziale dava vita al Reale Istituto d'Incoraggiamento di Agricoltura, Arti e Manifatture per la Sicilia, nominandone presidente Emerico Amari. Al pari di istituzioni analoghe sorte in varie città italiane, esso doveva coordinare strumenti educativi e mezzi finanziari, pubblici e privati, al fine di promuovere lo sviluppo di attività produttive basate sulle nuove conoscenze scientifiche. Nei mesi successivi ne veniva definita l'organizzazione interna con la nomina del vice-presidente Ferdinando Gaudiano, del Segretario generale Francesco Dotto Scribani (anch'egli chimico), di un direttore per la classe rurale ed uno per la classe civile, e di vari soci, corrispondenti ed onorari, con funzioni di consulenza e di rappresentanza. Tra questi erano stati via via inclusi, oltre a Cannizzaro, Gaetano Giorgio Gemmellaro, Ascanio Sobrero, Francesco Selmi. In giugno l'Istituto si fece carico della scelta e delle spese per la rappre­sentanza siciliana alla Esposizione Italiana che si sarebbe aperta a Firenze nel mese di settembre.

Nello stesso periodo il Consiglio Provinciale, presieduto da Mariano Stabile, aveva deliberato, su proposta della propria commissione di Istruzione Pubblica, una serie di provvedimenti a favore dei comuni per stipendi e premi destinati a promuovere attività educative e formative per adulti, con lo scopo agevolare lo sviluppo di nuove produzioni agricole ed artigianali. In questa prospettiva il Consiglio aveva chiesto, con voto unanime, che venisse istituita nell'università di Palermo una cattedra di veterinaria. Con eguale intento la Società di Acclimatazione e di Agricoltura in Sicilia , presieduta da Francesco Anca, consigliere comunale, portava avanti su terreni privati la sperimentazione di nuove colture, tra cui quella del sorgo zuccherino, e sollecitava l'apertura di un Giardino di Acclimatazione da aggregare all'Orto Botanico.

Dal canto suo il Dicastero della Istruzione, subito dopo l'insediamento di Federico Napoli, avendo ottenuto dal ministro De Sanctis fondi per la riforma dell'insegnamento primario attraverso le scuole normali e magistrali previste dalla legge italiana, aveva deliberato l'apertura di apposite Conferenze Magistrali, da tenersi a cura dei comuni nelle province di Palermo, Girgenti e Catania dal 1 agosto al 15 ottobre. Lo scopo, descritto nell'art.2 del decreto (Giornale Officiale del 4 luglio 1861) era «di far conoscere ai maestri quali sieno veramente la natura e i limiti dello insegnamento elementare, e di render loro familiari i metodi che l'esperienza ha dimostrato più acconci. Perciò esse verseranno principalmente sul modo di svolgere i programmi delle scuole elementari inferiori, sulle discipline da osservarsi nelle scuole tanto diurne che serali, tanto pei fanciulli che per gli adulti». Mentre i professori destinati alle Conferenze erano a carico del ministero, i comuni dovevano «sovvenire con conveniente indennità i maestri chiamati ad assistere a tali conferenze», avvertendo che quanti si fossero sottratti a tale obbligo sarebbero stati «considerati dimissionari dall'ufficio di pubblici insegnanti». L'im­pegno per la loro realizzazione da parte del nuovo sindaco di Palermo, Salesio Balsano (nominato il 10 luglio), ne permise l'inaugurazione il 1 agosto, nella sede dell'università, con una solenne cerimonia alla quale intervennero il luogotenente Della Rovere, il nuovo rettore Salvatore Cacopardo e varie autorità politiche ed accademiche. Le Conferenze per le maestre vennero aperte successivamente ed ebbero uno svolgimento separato.

A questo fervore di iniziative locali si affiancava l'azione di Filippo Cordova, dal 13 giugno ministro per l'Agricoltura, Industria e Commercio nel governo Ricasoli. Egli portò a compimento l'organizzazione dell'Esposizione Italiana. Da essa il governo si aspettava non solo un impulso alla crescita economica, ma anzitutto risultati politici: uno di immagine della realtà nazionale emersa dalla unificazione e uno di stimolo al processo unitario verso le province romane e venete. In questo quadro assumeva rilievo politico anche la partecipa­zione italiana alla Esposizione Universale di Londra (la cui apertura era fissata per il 1 maggio 1862). Al Comitato ministeriale Cordova affiancò una Commis­sione che doveva promuoverla e chiamò a fame parte anche Raffaele Piria, che a sua volta portò Cannizzaro nella Giuria Intemazionale. Di altre iniziative del ministro abbiamo notizia dalla sua corrispondenza con Cannizzaro: la riforma dell'insegnamento nelle scuole agrarie dipendenti dal ministero; l'eventualità di istituire a Messina una Università Commerciale; l'avvio degli studi necessari per realizzare una carta geologica d'Italia; l'eventuale prospczione geologica in Sicilia per la ricerca di carbone fossile; la traduzione italiana di un manuale per le analisi chimiche tecniche; la modemizzazione dell'estrazione dello zolfo in Sicilia. A ciò fanno riscontro varie decisioni politiche: l'istituzione di «una Giunta consultiva per discutere i metodi e stabilire le norme per la formazione di una carta geologica del Regno d'Italia» (20 agosto); l'introduzione nelle scuole siciliane e napoletane dell'insegnamento del sistema metrico decimale (21 agosto); l'istituzione di una Giunta per il miglioramento dell'industria solfifera siciliana di cui è membro Cannizzaro (13 ottobre). Angelo Pavesi, interpellato da Cannizzaro sul manuale di analisi tecniche che il ministro voleva far tradurre, nella lettera di risposta commentava: «Cordova s'adopera a tutt'uomo per la Sicilia. ...Io desidero un Cordova per la Lombardia».

Nel quadro della politica di decentramento amministrativo della Istruzione pubblica il il ministro De Sanctis aveva decretato il 4 agosto un'ampia delega di poteri ai Rettori e Capi di Istituto per le università ed ai Provveditori agli studi per le scuole secondarie e primarie. Nel caso delle Province siciliane, che avevano un proprio Consiglio Superiore per l'Istruzione pubblica, i rapporti tra i rettori e l'amministrazione centrale (già regolati da un decreto del 5 maggio precedente) vengono ridefiniti il 12 settembre, temperando il decentramento già in atto con un obbligo di corrispondenza generalizzato su tutti gli affari amministrativi. È nell'ambito di questo quadro normativo che il rettore Cacopardo il 27 settembre pubblicava un messaggio per annunciare la prossima entrata in vigore degli statuti e regolamenti d'esame stabiliti dalla legge Casati, promulgati in Sicilia dal governo Mordini con decorrenza dall'anno scolastico 1861-62. L'inizio delle sessioni degli esami di ammissione era fissato per il 15 ottobre. La «lettura della orazione inaugurale», in una seduta solenne alla presenza del Luogotenente Generale del Rè (il conte Ignazio de Genova di Pettinengo, succeduto a Della Rovere che il 17 settembre era stato nominato ministro della Guerra), era fissata per il 10 novembre, l'inizio delle lezioni per il giorno successivo.

Queste scadenze, comunicate al ministro della Istruzione pubblica, gli imponevano di provvedere a quanto di sua competenza: le nomine dei professori straordinari cominciarono ad essere pubblicate dal 24 ottobre; il decreto pef il trasferimento di Cannizzaro a Palermo è del 28 ottobre. Nel Giornale Officiale di Sicilia del 29 si legge la seguente notizia: «Siamo lieti di annunziare i grandi miglioramenti che nel prossimo anno riceveranno vari stabilimenti scientifici dell'Ateneo palermitano. Oltre l'ingrandimento dell'Orto Botanico con un giardino di acclimatazione, di che abbiamo fatto cenno altra volta, il Dicastero d'Istruzione ha posto nel progetto di bilancio del 1862 per facoltà concessane dal Ministro, i fondi necessari onde creare un grande laboratorio chimico con una scuola pratica. B stata inoltre stanziata dietro superiore autorizzazione, la somma necessaria per trasformare il grande locale dell'antica biblioteca della Università in un museo di mineralogia, dove sarà esposta la magnifica raccolta mineralogica lasciata in dono dal cav. Cesare Airoldi di compianta memoria, arricchita di acquisti posteriori. I lavori nell'Osservatorio Astronomico sono già intrapresi». Passarono ancora due settimane prima che lo stesso giornale desse notizia del decreto che nominava «il Cav. Stanislao Cannizzaro Professore ordinario di Chimica organica e inorganica nella Regia Università di Palermo e Direttore dell'annessovi laboratorio». Il ritardo nella informazione può essere giustificato almeno in parte con i tempi burocratici richiesti dal formale rispetto dell'autonomia delle Province siciliane: infatti il decreto fu inviato al Luogotenente del Rè a Palermo con una lettera del ministro che concludeva così: «La S.V. Ill.ma vorrà essere cortese di curare che il Decreto sopradetto sia registrato alla Corte dei Conti di codesta Città, dopo di che Ella si compiacerà di trasmetterlo al Sig. Rettore della Università di Palermo perché possa essere consegnato al Titolare».

I preparativi per la partenza e l'arrivo a Palermo

Da una lettera di Pavesi del 15 giugno sappiamo che Cannizzaro prevedeva di recarsi a Parigi durante le vacanze, ma dubitiamo che lo abbia fatto perché lo stesso Pavesi in una lettera successiva insiste per avere informazioni «circa i tuoi progetti per le vacanze». Egli si recò a Palermo come suggeriva il ministro nella lettera del 17 agosto. La corrispondenza familiare indica che vi giunse da solo e vi si trattenne fino al 4 o 5 di settembre, quando partì alla volta di Catania per poi recarsi a Giarre. Dalle lettere che qui ricevette sappiamo che vi rimase almeno dal 14 al 20 settembre soggiornando in albergo, per curare affari inerenti alle proprietà sue o della famiglia. Non sappiamo se sia rientrato direttamente a Genova imbarcandosi a Messina, oppure via Palermo. Era comunque a Genova almeno nella seconda settimana di ottobre e certamente si recò poi a Torino per meglio definire alcune condizioni importanti per il suo trasferimento.

Ricevuta notizia della nomina Cannizzaro constatò che lo stipendio sta­bilito nel decreto per l'ufficio di Professore e Direttore, £ 3500, riduceva le sue entrate di 1100 lire l'anno. Non volendo accettare tale danno economico il 31 ottobre scrive al ministro una lunga lettera nella quale, dopo aver riepilogato tutta la propria carriera, aggiunge: «Permetta V.S. Ill.ma che io le rammenti che nella mia lettera in risposta alla ministeriale del 14 giugno 1861 colla quale mi invitava ad assumere l'insegnamento di Chimica nella Università di Palermo, io non chiesi si aumentasse il mio stipendio, ma chiesi che almeno non diminuisse. V.S. Ill.ma non troverà certamente esagerata una tal dimanda; tanto più se considera l'aumento del lavoro che mi verrà dalla natura complessa della scuola. In tale stato di cose permetta V.S. Ill.ma che prima di abbandonare l'attuale mio posto in questa Università, attenda ulteriori ordini di V.S., i quali mi pongano al sicuro che in questa traslocazione da me non chiesta io non abbia a ledere profondamente i miei attuali interessi e quelli avvenire della mia famiglia».

Un decreto del 3 novembre assegnò a Cannizzaro £ 1000 per l'ufficio di Direttore del laboratorio chimico. Informato di tale decisione, dopo aver ringra­ziato egli ricorda al ministro di essere impegnato nei lavori della commissione per il concorso alla cattedra di chimica organica nella università di Napoli e che perciò dovrà ritardare la partenza per Palermo. Cannizzaro considerava importanti i giudizi che tale commissione (dove egli era con Piria e Pavesi) avrebbe dato sui vari candidati, e voleva servirsene per influire sulla scelta del suo successore a Genova. Notizia di ciò si ricava da una lettera piuttosto dura di Piria, che rifiuta di influenzare tale scelta, e da una di Pavesi. Quest'ultima accenna ad un disaccordo tra il ministro De Sanctis (che avrebbe visto favorevolmente la nomina di un professore tedesco) ed il suo segretario generale Francesco Brioschi.

Dal canto suo il rettore di Palermo, informato da Cannizzaro dell'inevi­tabile ritardo con cui raggiungerà la nuova sede, il 7 novembre si rivolse al ministro affinchè, prima del 20, «abbia cura di mandare un di lui sostituto, mentre in questa città è molto difficile trovare altri che possa degnamente supplirlo in una cattedra di tanto interesse».

La progettata vacanza di Cannizzaro a Parigi, menzionata da Pavesi, aveva probabilmente come obbiettivo di trovare qualche giovane valente formatesi in una buona scuola e disposto a recarsi a lavorare con lui a Palermo. Dopo la lettera ministeriale del 17 agosto, prima di lasciare Genova, deve aver incaricato qual­cuno, forse Wurtz, di prendere contatti in tal senso. Sta di fatto che il 21 agosto Alfred Naquet gli scrisse da Parigi per rispondere a quesiti che gli erano stati posti e in un discreto italiano dice: «Egregio Signore, non ho mai lavorato che in Francia e non conosco il tedesco... Accettarci con piacere il grado di assistente nel laboratorio di Palermo, se questo laboratorio si fa. Vorrei però prima di promettere, sapere che lavoro sarebbe il mio e che sarebbero le condizioni pecuniarie. ...». Non avendo ricevuto risposta entro il 1 settembre, come aveva chiesto, Naquet scrisse di nuovo per confermare la propria disponibilità. Tuttavia il progetto non si realizzò in quella circostanza e le carte reperite non danno informazioni sui motivi. Di fatto Naquet verrà a Palermo due anni dopo e stabilirà con Cannizzaro un duraturo rapporto di amicizia.

La posizione di primo assistente e vice-direttore, creata il 3 novembre nel laboratorio di Palermo, fu data al preparatore di Genova Antonio Rossi, con decorrenza dal 16 novembre. Ricevuta notizia della nomina il giorno 8, Rossi ringraziò il ministro e comunicò che sarebbe partito per Palermo il lunedì successivo. Il che sicuramente avvenne, poiché venerdì 15 novembre egli prestava il prescritto giuramento davanti il rettore Cacopardo. La fretta con cui avveniva tale partenza era motivata, almeno in parte, dalla sollecitazione che il rettore aveva rivolto al ministro.

Nella stessa data del 3 novembre e con la medesima decorrenza dal 16, veniva nominato primo preparatore Giovanni Campisi, palermitano. Dopo aver conseguito la licenza di Farmacia, dal 1853 egli era stato assistente onorario alla cattedra di Casoria. Nominato farmacista militare dal governo di Garibaldi il 29 inaggio 1860, era tornato nell'università come assistente provvisorio con un decreto Mordini-Ugdulena del 23 ottobre 1860, ed era quindi già conosciuto da Cannizzaro. Lezioni ed esercitazioni potevano dunque essere avviate anche in assenza del professore titolare.

Cannizzaro giunse due settimane più tardi; sicuramente era a Palermo il 1 dicembre perché in tale data prestò giuramento come membro del Consiglio Superiore di Pubblica Istruzione ed Educazione di Sicilia.

Professore a Palermo: le vicende del primo anno

Poco dopo l'arrivo di Cannizzaro a Palermo muta la situazione politica: all'inizio di gennaio il governo Ricasoli delibera che, con decorrenza 1 febbraio, cesserà la Luogotenenza generale del Re nelle province siciliane e che tutti i poteri esercitati dai Segretari generali dei vari dicasteri passeranno al governo nazionale. È la fine della autonomia. Per il periodo di transizione viene nominato un Regio Commissario nella persona dell'avvocato Carlo Faraldo (già Segretario generale del dicastero degli intemi), alla cui firma è subordinata la validità di tutti i mandati di pagamento tratti sul bilancio delle province siciliane.

La crisi e la caduta del governo Ricasoli all'inizio di marzo non toglie efficacia al provvedimento, ma forse dilaziona l'assunzione di iniziative. Esiste nel fascicolo personale di Cannizzaro un carteggio, attivato l'11 marzo 1862 da un rilievo del Regio Commissario che contesta la legittimità dell'insediamento di Cannizzaro nel Consiglio Superiore di Pubblica Istruzione di Sicilia. Egli obbietta che Cannizzaro doveva considerarsi decaduto da tale ufficio perché, nominato con decreto Pro-Dittatoriale del 23 ottobre 1860, non ne aveva preso possesso entro 40 giorni. Su tale base il Regio Commissario riteneva di non poter disporre il pagamento della indennità prevista per i mèmbri del Consiglio.

La faccenda si risolverà nell'arco di circa due mesi. Essa vale però a dare un'idea dell'atmosfera e dei rapporti che si sarebbero stabiliti tra il professore che tornava dall'esilio politico animato di spirito innovativo e quella parte della burocrazia locale-piemontese che nell'amministrazione rappresentava intenzioni ed interessi discordanti da tale spirito. Questo scontro evidenziava solo un aspetto della complessa situazione che Cannizzaro dovette affrontare.

La corrispondenza che agli avviò con Matteucci, nominato ministro della Istruzione Pubblica dal 1 aprile, si svolse necessariamente su due piani: uno privato ed uno ufficiale. Avviata per il tramite di Francesco Brioschi, Segretario generale del ministero ed amico comune, tocca temi e problemi assai diversi tra loro ed è segnata da divergenze di opinioni. La contestazione fatta dal Regio Commissario è accennata da Cannizzaro «come cosa che riguarda il mio decoro» nella parte conclusiva della lettera del 7 aprile 1862, presumibilmente diretta a Brioschi. Di ciò non si fa più menzione nella corrispondenza successiva. Quello che preoccupa Cannizzaro è invece il ritardo nei lavori concordati nella corrispondenza tra Federico Napoli ed il Ministro De Sanctis: il suo laboratorio deve essere collocato nei locali utilizzati come magazzino per i materiali destinati al progettato Museo di Mineralogia. Nulla si è fatto per questo, e di conseguenza nulla per il Laboratorio di chimica; anzi «ora è venuto sin anche il dubbio se si porrà mai mano a tali opere».

Certamente la prima causa è la perdita di autonomia nelle decisioni di spesa e la paralisi amministrativa conseguente al conflitto di poteri tra Regio Commis­sario e Segretario Delegato, per colpa «anche del Governo che ci tiene a forza Napoli che non vuole starci ed ora se ne occupa meno che mai». A ciò va aggiunto l'abbandono di fatto del rettore Cacopardo, le cui funzioni sono affidate al preside anziano Giovanni Bruno. Nel quadro si inseriscono i disordini provocati da studenti che reclamano per le nuove tasse e che sono strumentalizzati dall'opposizione politica. Il pessimismo di Cannizzaro, ampiamente giustificato, sembra ora tem­perato dalla nomina di Matteucci. Ma la sua risposta, nella lettera del 18 aprile, fu tutt'altro che incoraggiante: dissentiva su tutti i suggerimenti che Cannizzaro aveva fatto direttamente e tramite Brioschi. Rifiutava di nominare Gaetano Cacciatore perché «non mi pare robba da Rettore». Sui finanziamenti per portare avanti i lavori programmati, ancora peggio: «Per i soldi ed altre spese tirate via e abbiate pazienza». Per il viaggio di Cannizzaro in Inghilterra quale giurato aggiunto dell'Esposizione Universale di Londra: «Restate a Palermo e sarete molto più utile che andando a Londra dove potrete andare anche più tardi». Sull'autonomia gestionale la risposta non era soltanto negativa, ma peggiorava anche la prospettiva politica: «sono deciso a farla finita con la vostra Delegazione [il dicastero dell'Istruzione pubblica era retto da un Segretario Delegato i cui mandati andavano alla firma del Regio Commissario] ed a passarne le attribuzioni ampliate al Consiglio Superiore».

Cannizzaro tuttavia non ne fu particolarmente scoraggiato. Continuò i contatti epistolari con Pavesi e Lessona per attrezzare il futuro Laboratorio, andò a Parigi ed a Londra nel giugno e luglio successivo, come sappiamo dalla corrispondenza che ebbe con Piria e con Pavesi. Il suo avvio a Palermo era 4i verso da come lo aveva immaginato e le prospettive più difficili. Un segno ulteriore del loro deterioramento fu la decisione del suo primo assistente e vice-direttore Antonio Rossi di lasciare Palermo. Non sappiamo come questa scelta sia maturata, ma è ragionevole supporre che il giovane fosse preoccupato di restare addetto unicamente alle esercitazioni per gli studenti, senza una attività di ricerca speri­mentale per un periodo di durata imprevedibile. Il Rossi fu bene accolto a Torino da Piria, lieto di avere un valido aiuto, come scrisse in proposito a Matteucci.

La documentazione disponibile consente di stabilire che Cannizzaro era già informato dell'abbandono da parte del Rossi il 25 settembre, perché in tale data gli scrisse una lettera cui Rossi risponde il 4 ottobre. Il posto resosi vacante venne occupato da Adolf Lieben che il 5 ottobre aveva scritto a Cannizzaro di essere disposto a venire in Italia, pur senza fare riferimento a Palermo. Matteucci provvide sollecitamente alla sua nomina alla fine di novembre, dandone comunicazione a Cannizzaro subito dopo l'apertura della crisi politica che avrebbe portato alla caduta del gabinetto Rattazzi sulla vicenda della spedizione garibaldina ed i fatti di Aspromonte. Lieben arrivò a Palermo nel marzo dell'anno successivo.

La politica universitaria di Matteucci incontrò il dissenso di una parte cospicua dell'ambiente accademico. Un'eco di questo dissenso si trova nella lettera di Pavesi dell'8 novembre 1862, che, invitato da Cannizzaro ad esprimere soli­darietà a Matteucci, rifiutò facendogli carico di aver fatto «una legge che ha tolto " libertà d'insegnamento», e dichiarandosi «partigiano forse esagerato e cieco, del sistema [universitario] germanico». Comunque l'iniziativa ebbe successo e di ciò Matteucci espresse apprezzamento a Cannizzaro nell'ultima lettera che gli indi­rizzò come ministro.

La conclusione della crisi politica aprì a Cannizzaro una prospettiva decisamente più favorevole: nel governo presieduto da Luigi Carlo Farmi, inse­diato 1'8 dicembre 1862, il ministero dell'Istruzione Pubblica veniva affidato a Michele Amari. Egli restò in carica fino al settembre 1864 e introdusse varie innovazioni nell'ordinamento dell'università di Palermo. La documentazione e l'analisi del ruolo che vi ebbe Cannizzaro sarà argomento di un successivo Quaderno.

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