Stanislao Cannizzaro da Genova a Palermo

Leonello Paoloni

(Testo tratto dal volume curato da L.Paoloni: Lettere a Stanislao Cannizzaro, scritti e carteggi, 1857-1862, Palermo: Facoltà di Scienze, 1992, alle pp. 7-38)

La storiografia sul decennio palermitano 1862-1871 dell'attività di Stanislao Cannizzaro ha un carattere sommario per ragioni che si possono riassumere dicendo che si trattò di un periodo comparativamente meno importante nel quadro complessivo della sua carriera professionale e politica. Gli scritti di natura celebrativa pubblicati in occasione della sua morte (10 maggio 1910) e del centenario della sua nascita (1926) hanno enfatizzato quelle parti dell'attività scientifica che furono di maggior rilevanza, come per esempio la pubblicazione del Sunto di un corso di filosofìa chimica (1858) e la fondazione a Roma della prima scuola chimica moderna in Italia. Nelle stesse occasioni sono state ricordate, come circostanze salienti del suo impegno politico e civile, la partecipazione alle vicende del 1848-49 in Sicilia, gli undici anni d'esilio, ed alcuni notevoli contributi dati, quale senatore, tra cui la istituzione del Laboratorio Chimico delle Gabelle, poi Laboratorio Chimico delle Dogane, nel 1886, e la elaborazione della legge Crispi-Pagliani sulla igiene e la sanità pubblica nel 1888.

Una più approfondita analisi storica è stata fatta in epoca recente da Luigi Cerruti. Qui il periodo palermitano ha trovato una sua collocazione nel quadro complessivo dell'opera di Cannizzaro come studioso, come didatta e come rifor­matore. Merito di Cerruti è l'aver sottolineato l'unitarietà e la coerenza tra il pensiero scientifico e quello politico. Punti salienti di tale periodo sono l'inno­vazione didattica, l'attività di Rettore, la competizione con Vito D'Ondes Reggio per l'elezione a Deputato di un collegio di Palermo, varie iniziative in ambito culturale e la promozione degli studi tecnici a livello secondario, la fondazione del Giornale di Scienze Naturali ed Economiche (1865) e della Gazzetta Chimica Italiana (1871), l'impegno nell'amministrazione comunale.

I materiali riuniti nel presente Quaderno intendono documentare le vicende del periodo 1857-1862 e contribuire a chiarire con quali motivazioni ed in quale contesto Cannizzaro scelse nel 1861 di venire a Palermo pur avendo avutola possibilità di scelte diverse. Ciò è necessario per capire da un lato l'intero arco della sua attività professionale e politica nel decennio successivo (ma non solo in questo), e dall'altro certi aspetti propri della realtà culturale e sociale palermitana che sono stati determinanti allora e negli anni successivi.

È sembrato utile avviare questa presentazione con le notizie autobiogra-fiche, pubblicate in apertura del volume celebrativo del 1926. Esse si arrestano dopo il trasferimento da Palermo a Roma, al 1872, e perciò debbono essere state redatte in quel periodo.

Gli Appunti autobiografici di Stanislao Cannizzaro

«Nacqui a Palermo il 13 luglio 1826 da Anna Di Benedetto e da Mariano Cannizzaro, Magistrato, il quale nel 1826 era Direttore Generale della Polizia di Sicilia e nel 1827 divenne Presidente della Gran Corte dei conti di Sicilia.

La sua famiglia era composta di sei figlie e di quattro figli compreso me, ultimo nato.

Feci i primi studii elementari parte in casa, parte nelle prime classi del Ginnasio di Palermo, detto allora scuola normale.

Perduto il padre (che aveva appena 62 anni) il 21 marzo 1836, entrai, alla fine dello stesso anno, nel Reale collegio-convitto "Carolino Calasanzio".

Ne uscii temporaneamente durante la terribile epidemia colerica del 1837, nella quale perdei due fratelli avvocati ed io stesso fui attaccato; dopo una lunga convalescenza, cessata l'epidemia, nello stesso anno 1837 rientrai nel convitto e percorsi le classi denominate: Grammatica inferiore - Grammatica superiore -Umane lettere - Rettorica - Filosofia. Studiando cioè lingua e letteratura italiana e latina, lingua francese, aritmetica, algebra e geometria elementari, filosofia, geografia e un po' di storia greca e romana; nessuna nozione di scienze naturali.

Nel pubblico saggio dato nel 1840 dagli allievi del convitto, ottenni la medaglia di oro alla pari di un altro allievo. La relazione di premiazione fatta in pubblico nel Settembre 1840 dice: «che i due allievi di rettorica, Salemi e Cannizzaro, si mostrarono non solo bene addottrinati nella letteratura latina ed italiana, ma pure nella poetica, spiccando il Salemi per vigore di immaginazione, il Cannizzaro per maturità di concetti. È anche di quest'ultimp notata la perizia nell'aritmetica, superiore a tutti gli altri allievi della stessa classe».

Diedi anche nell'anno successivo, saggio degli studii fatti nella classe di filosofia, cioè di filosofia, di letteratura latina ed italiana, di matematiche elemen­tari, ed ottenni la medaglia.

Uscito di convitto nel 1841, frequentai l'Università di Palermo dall'anno scolastico 1841-42 sino al 1845. Mi iscrissi al corso per la laurea in medicina, ma frequentai corsi diversi di letterature e di matematiche, feci alcuni esami richiesti per la laurea in medicina, ma non presi tale laurea, ne altra. Si noti che nell'Università di Palermo, allora non si davano altre lauree che quelle professio­nali di medicina, di legge e di teologia.

Frequentai per tre anni di seguito il corso di fisiologia del celebre fisiologo

Michele Fodera, col quale mi legai in intima amicizia. Sotto la sua dirczione feci da me vari studii biologici; in casa di lui o in casa propria mi addestrai alle ricerche sperimentali, non essendovi allora nell'Università di Palermo un Laboratorio di fisiologia, il cui insegnamento si era costretti a fare soltanto oralmente.

Spinto dalle esigenze della fisiologia tentai in casa propria di esercitarmi nelle manipolazioni chimiche, mancando nell'Università di Palermo qualsiasi Laboratorio chimico per gli allievi e non essendovi altro che l'occorrente per le più elementari dimostrazioni sperimentali delle lezioni, che con molta chiarezza faceva il Prof. Casoria, noto per qualche lavoretto di analisi.

Nella seconda metà dell'anno 1845 mi fermai in Napoli, ove nel mese di ottobre presi parte al Congresso degli scienziati italiani, e ad alcune discussioni nelle sezioni di Zoologia e di Fisiologia. Durante la dimora in Napoli fui accolto affettuosamente dal celebre fisico Macedonie Melloni, che mi fece assistere ad alcune sue ricerche, e che mi diede coll'esempio e coi consigli, efficaci amma­estramenti sull'impiego dei metodi sperimentali.

Conservai indelebili, nella mia educazione intellettuale, le orme impressevi dalla lunga dimestichezza col Fodera, dalla breve assistenza al Melloni ed infine dalla pratica fatta per due anni nel laboratorio del Piria, che fu il mio vero maestro in chimica. Per l'intermedio del Melloni, alla fine del Congresso degli scienziati, il Piria mi offrì il posto di preparatore straordinario nel Laboratorio di chimica dell'Università di Pisa, ufficio che accettai ed esercitai per i due anni scolastici 45-46 e 46-47. In questi due anni scolastici ebbi la mia intera educazione chimica, colla sola eccezione delle vacanze che passai in Sicilia.

Da preparatore seguii con attenzione le lezioni di chimica inorganica ed organica nei due anni, facendovi le esperienze ed il sunto sugli appunti ordina­lissimi dello stesso Professore; il resto della giornata lo passavo nel laboratorio insieme al Piria che in quegli anni attendeva, per più di otto ore al giorno, alle importanti sue ricerche sulla Solicino, sulla Populina, suìVAsparagina e sopra alcuni derivati della Naftalina ed anche parecchie analisi minerali.

Il più delle volte io facevo da semplice testimone, osservando con atten­zione ed in silenzio quello insuperabile modello d'ordine, di precisione e di eleganza che era il Piria nell'esperimentare e nell'analizzare. Di tempo in tempo Egli mi delegava la continuazione di qualche esperienza o analisi da Lui iniziata o qualche preparazione di materiale che gli abbisognava; il che dovevo fare attenendomi fedelmente alle precise istruzioni da Lui ricevute.

Nelle ore mattutine, prima che il Piria scendesse dal suo alloggio nel laboratorio, o nelle ore che se ne allontanava io attendevo a preparare le dimo­strazioni sperimentali delle lezioni o da me solo o in compagnia del Bertagnini, nel che dovevamo porre la massima cura per soddisfare le esigenze del Piria, che richiedeva nelle esperienze del suo corso non solo esattezza, ma eleganza.

Passavo spesso le serate in gradevolissima conversazione col Piria, ed allora soltanto Egli dava a me spiegazione sulle sue ricerche alle quali avea assistito come testimone nella giornata; allora soltanto si discuteva alla pari. Era il Piria affabilissimo in queste conversazioni serali, però taciturno lavoratore nella giornata e severissimo giudice per qualsiasi negligenza dei preparatori, che lo assistevano sia nelle lezioni, sia nei suoi lavori.

Così sotto una severa disciplina io potei in due anni scolastici, compire la mia educazione pratica in chimica.

Mi proponevo tornando in Sicilia, dopo le vacanze, l'anno scolastico successivo, intraprendere qualche ricerca originale; ma tornato in Sicilia alla fine di luglio 1847 incominciai a prendere parte alla preparazione della rivoluzione; avvenuta questa in gennaio 1848, feci per poco in Messina da ufficiale di artiglieria; eletto deputato di Francavilla al Parlamento siciliano mi recai a Palermo alla fine di marzo; presi parte ai lavori parlamentari, come il più giovane deputato, da Segretario nella Camera dei Comuni. Dopo la caduta di Messina avvenuta il 7 settembre 1848 fui mandato in Taormina, affine di raccogliervi forze cittadine da opporre all'avanzare delle truppe regie; firmato l'armistizio del 13 settembre, rimasi a Taormina come Commissario del Governo siciliano. Rottosi in marzo del 1849 l'armistizio, seguii la sorte delle truppe siciliane, e mi ritirai per la via di Catania e di Castrogiovanni in Palermo; ed in maggiol849, caduta la rivoluzione siciliana, mi imbarcai sulla fregata siciliana Indipendente.

Sbarcato in Marsiglia, dopo l'interruzione completa per due anni degli studi di chimica, procurai riprenderli colla lettura e colla visita degli stabilimenti delle industrie chimiche. Dopo alcune settimane passate a Marsiglia visitai Arles, Avignone, Lione, Nimes e Montpellier, tornando a Lione ove mi fermai qualche tempo per studiare le industrie che mi era permesso di visitare. Da Lione, in settembre 1849, andai a Torino per assistere al ritomo della salma di Carlo Alberto.

Alla fine di ottobre mi recai a Parigi. Per mezzo di una lettera di Piria mi posi in relazione con Cahours. Egli mi procurò l'introduzione nel piccolo labo­ratorio di chimica di Chevreul annesso al grande anfiteatro del Giardino delle Piante, del quale laboratorio era preparatore Cloez. Ivi lavorai assiduamente da me solo e qualche volta in compagnia di Cloez; qualche volta assistetti alle esperienze che Fremy faceva nel laboratorio di Gay-Lussac, il quale comunicava per mezzo dell'anfiteatro con quello di Chevreul. Mi allontanavo dal laboratorio soltanto nei giorni e nelle ore delle lezioni di Regnault al collegio di Francia, che costantemente seguivo.

In quel laboratorio feci lo studio della cianamide ed aveva già preparato una provvista di cloruro di cianogeno e diverse ammine col metodo allora recente di Wurtz, per continuare ed estendere quel lavoro.

Nel 3 novembre 1851 andai in Alessandria della Paglia nominato Profes­sore di fìsica, chimica e meccanica in quel Collegio Nazionale, nel cosidetto corso speciale che corrisponde al corso tecnico o alla scuola reale di Germania. Il Municipio di quella città mi fornì un laboratorio sufficiente per le dimostrazioni sperimentali delle lezioni e pei lavori proprii in compagnia di un preparatore.

Non avendo avuto studenti regolari nel corso speciale feci lezioni pubbli­che, or di chimica or di meccanica elementare, frequentate da cittadini e da operai. Ivi aveva incominciato a proseguire lo studio della cianametilamide che sospesi (non senza qualche reclamo) quando Cloez e Cahours pubblicarono le loro esperienze sullo stesso argomento.

Ivi intrapresi poi il lavoro sull'alcool benzoico.

Stetti in Alessandria sino all'ottobre 1855, passando spesso i mesi di vacanza o a Pisa, in compagnia di Piria o a Montignoso presso Massa-Carrara in casa di Bertagnini col quale lavoravo sulle aldeidi aromatiche. Ivi, usando il metodo del Bertagnini, incominciai a depurare l'aldeide benzoica colla quale preparai l'alcool.

In ottobre 1855 fui nominato Professore di chimica nell'Università di Genova; contemporaneamente il Piria era da Pisa chiamato Professore a Torino.

Incominciai l'insegnamento l'anno scolastico 55-56 con una prelezione La chimica e le scienze naturali e lo ripetei per gli anni successivi sino al 1861. Negli anni 57, 58, 59 e 60, fui anche in quella Università incaricato dell'insegnamento della chimica applicata alle costruzioni.

Trovai in Genova per Laboratorio una cameraccia oscura ed umida e neppure l'occorrente per le più elementari dimostrazioni sperimentali delle lezioni, sicché non potei in tutto l'anno 1855 proseguire i lavori incominciati in Alessandria e molto meno intraprenderne dei nuovi.

Nell'anno successivo ottenni un nuovo locale all'ultimo piano dell'edificio universitario e potei adattarlo convenientemente per lavorare io col preparatore, e un paio di allievi, senza però una vera scuola pratica. In quel Laboratorio proseguii i lavori sugli alcooli aromatici.

Durante la mia residenza a Genova pubblicai, oltre i lavori sperimentali, il Sunto di un corso di filosofia chimica che aveva fatto in quella Università, ed una lezione di quel corso.

Nell'anno 1860, appena dopo l'ingresso di Garibaldi a Palermo, mi ci recai per rivedere la mia vecchia madre e le mie sorelle che non avevo potuto vedere dopo il 1849; e per prestare, ove occorresse, l'opera mia per il consolidamento della rivoluzione. Lasciai Palermo per recarmi insieme al Prof. Pavesi di Pavia, al Congresso dei chimici adunatesi a Karlsruhe; tornato a Genova partii subito per Palermo insieme alla mia famiglia (moglie ed una bambina lattante nata nel maggio dello stesso anno).

A Palermo feci parte del «Consiglio di Stato straordinario incaricato di studiare ed esporre al Governo quali sarebbero nella costituzione della grande famiglia italiana gli ordini e le istituzioni su cui convenga portare l'attenzione, perché rimangano conciliati i bisogni peculiari della Sicilia con quelli generali dell'Unità e prosperità della Nazione Italiana».

Compito nell'ottobre 1860 questo incarico, mi restituii colla famiglia a Genova dopo una breve fermata a Napoli, ove era stato messo a capo della istruzione pubblica il Prof. Piria.

A Genova ripresi l'insegnamento, non avendo accettato la nomina avuta in marzo 1860, di professore di chimica organica nella Università di Pisa, né l'incarico datomi in Dicembre della cattedra di chimica organica nella Università di Napoli.

Nell'ottobre 1861 fui nominato professore di chimica inorganica ed orga­nica e Direttore dello annesso laboratorio nell'Università di Palermo, ove mi stabilii poco dopo.

Trovai il Laboratorio nello stesso stato in cui era quando seguii il corso di chimica nel 1842-43; consistente cioè in alcuni armadi posti nella stessa sala delle lezioni, nei quali armadi vi era l'occorrente per le più elementari dimostrazioni delle lezioni.

Perciò nello stesso anno scolastico 61-62 la mia attività fu impiegata nelle lezioni e nelle pratiche necessario per ottenere un nuovo laboratorio. L'ebbi nell'anno successivo nel piano superiore dell'edificio universitario, composto di oltre l'anfiteatro per le lezioni, di più ambienti adattati a lavori e ricerche del Professore, degli assistenti, e di alcuni allievi, e di un ambiente abbastanza ampio per la scuola pratica di analisi.

Ivi per un decennio feci l'insegnamento orale e pratico. Ebbi la collaborazione di Adolfo Lieben (prima da aiuto, poi da collega Professore), di Guglielmo Koerner ed in ultimo di Emanuele Paternò, che ebbe la sua educazione scientifica e compì la sua carriera in Palermo, ove mi successe nella cattedra.

In Palermo, mia città nativa e stante i precedenti miei del 1848, non potei evitare di prendere qualche parte alla vita pubblica. Fui per alcuni anni consigliere comunale ed assessore della Giunta municipale negli anni che si aprivano le nuove scuole elementari; impiantai una scuola tecnica serale per gli operai, che è stata dalle amministrazioni municipali successive mantenuta e ampliata.

Fui nello stesso tempo Rettore dell'Università.

In una elezione di deputati fui candidato in un collegio di Palermo del partito liberale moderato ed in ballottaggio col candidato del partito clericale, Ondes Reggio, che mi vinse per pochi voti.

Nel 1871 fui nominato Professore di chimica nell'Università di Roma; fui anche nominato Senatore del Regno.

Nel 1871 feci opera per ottenere e costruire l'attuale istituto chimico nell'orto di S. Lorenzo in Panispema, ove dal 1872 fo tutti gli anni due corsi, ciascuno di tre lezioni la settimana, uno di chimica generale ed uno di chimica organica, e dirigo la scuola pratica».

Queste notizie possono essere utilmente integrate da qualche cenno sulle persone, sommariamente citate, che Cannizzaro incontrò nelle prima fase formativa. Filippo Casoria (Napoli 1809 - Palermo 1861) era stato nominato professore di chimica filosofica e farmaceutica nell'anno 1842-43 dopo una vacanza della cattedra che si prolungava dalla morte del suo predecessore Antonino Puritano (Lercara Friddi 1778 - Palermo 1836). Le lezioni di chimica inorganica di Casoria (pubblicate nel 1847) e quelle di chimica organica (pubblicate nel 1852) seguono la traccia della sistematica, consueta in quegli anni, per gli studenti della facoltà medica e per quanti aspiravano alla licenza di farmacista: una generica informazione ispirata alle idee di Lavoisier ed intesa ad un uso più razionale dei rimedi tradizionali. Difficilmente ciò poteva costituire uno stimolo intellettuale signifi­cativo per il giovane Cannizzaro.

Diversa e ben più incisiva l'attività di ricerca di Michele Foderà (Agrigento 1792 - Palermo 1848), che aveva studiato le opere di de Condillac e poi lavorato a Parigi dal 1821 al 1826 alla scuola del fisiologo Francois Magendie (1783-1855), professore al Collège de France. L'opera del 1846 Le abitudini dichiarate secondo la teoria della verità ne causò l'arresto. Liberato, preferì andare esule a Parigi, da dove tornò dopo la rivoluzione siciliana del gennaio 1848, alla quale tuttavia non aderì. Provato nella salute, morì, forse per veleno, a Palermo il 30 agosto. Anche Macedonie Melloni (Parma 1798 - Portici 1854), professore di fisica a Parma, era emigrato a Parigi dopo i moti del 1831. Tomo nel 1839 chiamato a Napoli, previo impegno di astenersi da ogni attività politica, per dirigervi il Conservatorio di Arti e Mestieri. Nel 1840 aveva studiato con Piria le fumarole vesuviane; quando Cannizzaro lo conobbe (settembre-ottobre 1845), aveva descrit­to alcune azioni chinùche dello spettro solare. Foderà, Melloni e Piria offrirono quindi a Canmizzar un primo contatto indiretto con il pensiero scientifico francese.

La presentazione che Piria aveva dato a Cannizzaro per Auguste Cahours (1813-1891) gli valse come introduzione nella scuola chimica di Parigi che si muoveva intomo a Joseph Louis Gay-Lussac (1778-1850) e Michel Eugène Chevreul (1786-1889), figure eminenti e di notevole influenza nell'ambiente scientifico. Gay-Lussac aveva dato un contributo dominante nello sviluppo di alcuni aspetti fondamentali della concettualità chimica e si era poi interessato all'attività manifatturiera. Chevreul si era impegnato sopratutto per l'innovazione produttiva: aveva riconosciuto la natura delle sostanze grasse e lavorava attivamente sulle sostanze coloranti e sul loro impiego nella tintura dei tessuti. Ambedue davano le loro lezioni negli stessi giorni (martedì, giovedì e sabato) nel grande anfiteatro del Jardin Royal des Plantes, istituzione antica (fondata nel 1626) il cui nome era rimasto in uso malgrado la Convenzione dal giugno del 1793 lo avesse mutato in Muséum d'Histoire Naturelle. Le lezioni di Gay-Lussac si svolgevano dalle 7,30 alle 9 ed erano assai diverse nella impostazione e nei contenuti da quelle di Chevreul che iniziavano alle 10. Negli anni in cui Cannizzaro frequentò il laboratorio, Gay-Lussac faceva svolgere molte delle sue lezioni da Edmé Fremy (1814-1894) che aveva designato quale supplente. Victor Regnault (1810-1878), dopo essere stato ripetitore alla École Polytechnique ed assistente alla École des Mines, aveva avuto la cattedra al Collège de France, meno prestigiosa (e meno pagata) di quella del Muséum. Egli aveva fama di abile ed accurato sperimentatore, anche per essere riuscito a migliorare la precisione delle misure di Gay-Lussac sulla dilatazione termica dei gas. Non c'è dubbio che questa esperienza diretta della scuola francese mostrò a Cannizzaro lo stretto rapporto che poteva esservi tra la conoscenza chimica e l'innovazione produttiva, un legame al quale fu molto attento nel decennio palermitano ed anche dopo.

Cannizzaro professore nell'università di Genova

 

Durante gli anni trascorsi nel Collegio Nazionale di Alessandria Cannizzaro aveva pubblicato le sue prime ricerche sugli alcooli e gli acidi aromatici lavorando in stretto rapporto con Cesare Bertagnini (1827-1857). Questo lavoro era stato interrotto dalla nomina a Genova per mancanza di un laboratorio. Quando Carlo Matteucci e Raffaele Piria nel 1855 avevano iniziato a pubblicare Il Nuovo Cimento - Giornale di fìsica, di chimica e scienze affini, Cannizzaro ne era diventato collaboratore per la chimica assieme allo stesso Bertagnini ed a Seba­stiano de Luca, allora a Parigi nel laboratorio di Antoine Balard (1802-1876) al Collège de France. La sua collaborazione era tuttavia limitata alla parte che la redazione del giornale classificava come 'estratti', riassunti dei lavori più signi­ficativi apparsi su varie riviste. Questi di regola erano anonimi, mentre il nome del collaboratore compariva come traduttore o autore di un commento all'articolo recensito. Del lavoro svolto da Cannizzaro quale estensore di estratti o come revisore di quelli redatti da altri, si trovano vari riferimenti nelle lettere di Matteucci, di Angelo Pavesi e di Tullio Brugnatelli.

Dopo la pubblicazione del Sunto di un corso di filosofìa chimica (tomo VII, 1858, pp. 321-366), in forma di lettera a de Luca datata 12 marzo 1858, la collaborazione di Cannizzaro al Nuovo Cimento avviene sopratutto con note di commento su temi connessi. I commenti riguardano infatti articoli di Jean-Baptiste Dumas e di Herrmann Kopp sulle densità di vapore anomale; di James A. Wanklyn, George B. Buckton, William Odling, Karl Weltzien e Adolphe Wurtz sull'uso dei pesi atomici corretti nella espressione delle formule molecolari. Nel 1860 viene riorganizzata la redazione del Nuovo Cimento, probabilmente in conseguenza degli eventi politici del 1859 ed anche per eliminare alcune carenze lamentate da Cannizzaro, alle quali vien data risposta nelle lettere di Matteucci.

Dall'esame della rivista e della corrispondenza con Marcelin Berthelot, Wurtz e Cahours, emerge che Cannizzaro è riuscito ad organizzare un laboratorio nel quale riprende la ricerca sperimentale sui derivati aromatici: le note sue e del giovane preparatore Antonio Rossi appaiono sui Comptes Rendus dell'Accademia delle Scienze di Parigi e successivamente sul Nuovo Cimento.

Questo complesso di attività scientifica svolta malgrado le difficoltà incontrate, ha mantenuto l'attenzione della comunità scientifica italiana sulla personalità di Cannizzaro. Oltre a Matteucci, Piria e gli altri già citati della redazione del Cimento, la corrispondenza qui raccolta documenta la considerazione in cui egli era tenuto da Angelo Pavesi, professore di chimica a Pavia, da Salvatore Tommasi, professore di clinica medica pure a Pavia, da Michele Lessona, profes­sore di zoologia e anatomia comparata e collega di facoltà a Genova. L'apprez­zamento della sua figura professionale si manifestò anche a Milano quando, nell'autunno del 1857, alla Società d'Incoraggiamento di Arti e Mestieri si pose il problema di sostituire Luigi Chiozza, direttore dimissionario della Scuola di Chimica. Per integrare l'informazione relativa a questo episodio viene qui pub­blicata la corrispondenza intercorsa tra Piria, Luigi Chiozza e Antonio Allievi.

Nel volgere del 1857-58 si verificano alcuni cambiamenti importanti anche nella vita personale di Cannizzaro. Il 24 settembre 1857 si era infatti sposato a Firenze, presso la Legazione Britannica alla corte di Toscana, secondo il rito della United Church of England, con Harriet Withers figlia del pastore Rey. Edward, da Marlstone, Berkshire, al momento là residente con la sorella Matilde. Il matrimonio era stato contrastato dalla famiglia sopratutto perché Enrichetta, come verrà poi chiamata nella corrispondenza fami­liare, era protestante. Questo tema è trattato nelle lettere di Emerico Amari e di G.B Fardella. Dopo sposato si era trasferito in una abitazione più confortevole alla Salita S. Brigida, Palazzo Chichizola, n.7. Il cambiamento di domicilio pose a Cannizzaro problemi che sono menzionati nella lettera di Giulio Rezasco. In questa casa i coniugi rimasero fino al trasferimento a Palermo e con loro andò a vivere anche la sorella della moglie, Matilde.

Dal gennaio 1858 Cannizzaro fu incaricato dell'insegnamento della Chi­mica applicata alle costruzioni per gli ingegneri, ed il suo stipendio annuo di £ 1500 quale Professore di Chimica generale, integrato da un assegno fisso di £ 350 per gli esami, ebbe un incremento annuo di £ 800 che probabilmente gli furono assai utili per superare alcune difficoltà economiche incontrate dopo il matrimo­nio. Nominato direttore del Laboratorio nel dicembre 1858, con l'entrata in vigore della legge Casati, tra il dicembre 1859 ed il febbraio 1860 il complesso annuo dei suoi stipendi era salito a £ 4600, consentendogli una vita più serena ed agiata, anche dopo la nascita del figlio Mariano, avvenuta il 18 giugno 1858, e della figlia Anna, il 20 maggio 1860.

L'attiyità professionale  di Caniuzzaro ha sempre incluso, accanto alla didattica ed alla ricerca, un accentuato interesse per i problemi dell'istruzione tecnica superiore. Avendo una chiara percezione del ruolo che le attività produttive connesse alla chimica potevano svolgere nello sviluppo civile ed economico, riteneva essenziale lavorare per la formazione di operatori competenti a tutti i livelli. Su questi temi Cannizzaro era impegnato da tempo e le sue idee erano note, perché materia di dibattito, ed anche di polemiche recenti sulla stampa dopo la promulgazione della legge di riforma del ministro Gabrio Casati, il 13 novembre 1859.

Di ciò tratta la sua corrispondenza con Carlo Cadoma, precedente ministro dell'istruzione pubblica. Da questa corrispondenza e dalla minuta di una lettera scritta il 7 marzo a Stefano Gatti, apprendiamo come Cannizzaro fosse intervenuto pubblicamente sui problemi che la legge Casati poneva alle scuole tecniche secondarie e ed a quelle di livello superiore, sostenendo essere «preferibile aggiungere queste [ultime] scuole all'attuale università in luogo delle facoltà che mancano e della teologica che è inutile». Questa tesi, è ampiamente elaborata e documentata negli articoli pubblicati in forma anonima sul Corriere Mercantile nel gennaio 1860, qui ristampati al capitolo 3. All'inizio di febbraio 1860 Carlo Tenca gli aveva scritto a nome della Società d'Incoraggiamento di Milano per informarlo su come aveva portato avanti «la sua proposta per una società d'istruzione nel regno», e per invitarlo a far parte della commissione incaricata di redigerne lo statuto.

Le sue idee erano ben conosciute anche nell'ambiente più propriamente politico dell'amministrazione piemontese e dei compagni d'esilio del 1848 sici­liano. Con essi egli aveva incontri e manteneva una corrispondenza, che evidenzia una solida amicizia ed una stima che superavano anche gli inevitabili dissensi su scelte politiche particolari-Michele Amari e Filippo Cordova sono stati suoi assidui corripondenti negli anni che stiamo considerando.

Era quindi del tutto naturale che Cannizzaro aspirasse ad una sistemazione di maggior prestigio nella comunità scientifica e che seguisse con attenzione l'evolversi della situazione politica.

La nomina nell'università di Pisa

 

Gli eventi del 1859 avevano avviato un cambiamento della geografìa politica della penisola italiana che abbastanza rapidamente sarebbe sboccato nell'unità. Essi furono anche stimolo alla modernizzazione dell'istruzione supe­riore nelle province emiliana e toscana dove nel settembre le assemblee avevano votato l'unione al Piemonte sotto la Corona di casa Savoia. La percezione politica che innovazione e sviluppo economico erano legati alla chimica si manifestò nel caso attuale con un quasi simultaneo progetto di acquisire la collaborazione di Cannizzaro.

Francesco Selmi, studioso di notevole prestigio ed affidabile funzionario dell'amministrazione piemontese, in quel periodo nominato Rettore dell'università di Modena dal Governatore delle Regie Province dell'Emilia (Luigi Carlo Farini), scrive a Cannizzaro l'11 novembre 1859 per sapere se accetterebbe la cattedra di Chimica Generale. Non abbiamo rintracciato la sua risposta, ma è certo che fu negativa, anche perché dalla lettera di Angelo Pavesi del 14 novembre apprendiamo che Cannizzaro lo aveva informato di tale offerta suggerendogli di concor­rere.

L'esistenza di contatti per una cattedra nella università di Pisa è documen­tata da una lettera del 19 novembre 1859 dove Matteucci, in risposta ad una lettera appena giuntagli da Cannizzaro, parla della possibilità di «tentare se quello stabilimento [il laboratorio di chimica organica per l'università di Pisa] potesse mettersi al museo di Firenze», e da una successiva, databile all'inizio del 1860 (forse gennaio), dove nuovamente parla de «la tua chiamata in Toscana». La circolazione di voci in tal senso si ritrova in una lettera di Pavesi in data 3 gennaio 1860 ed in una di de Luca, del 13 successivo, le cui informazioni si integrano a vicenda. Il de Luca è ovviamente assai meglio informato, trovandosi a Pisa, e scrive: «A Firenze si vuoi creare, anzi si è creato un Collegio di Francia col nome d'istituto di perfezionamento. La cattedra di chimica vaca e forse è quella che ti si vuoi dare»

La fondazione dell'Istituto di Studi Superiori Pratici e di Perfezionamento era avvenuta per decisione del governo di Toscana presieduto da Bettino Ricasoli, ministro della Pubblica Istruzione Cosimo Ridolfi, con l'intento di dotare Firenze di qualcosa che fosse compensativa del fatto che la città mancava di una propria università. L'Istituto, la cui struttura portante diviene il Museo di scienze naturali di fondazione medicea, è concepito come un ente dove condurre studi e ricerche per la specializzazione di coloro che hanno completato gli studi nelle università di Pisa o di Siena. Questa intenzione rimase tale nei decenni successivi malgrado gli sforzi fatti da Matteucci e da altri, sicché l'ateneo pisano riuscì a mantenere una superiorità di fatto, almeno in termini di prestigio accademico.

Ma questo Cannizzaro non poteva prevederlo e non sappiamo se egli dette il suo assenso alla emanazione del decreto che in data 9 marzo 1860 istituiva nella università di Pisa la cattedra di Chimica organica e di essa lo nominava titolare, con decorrenza dal 1 novembre successivo, assegnandogli uno stipendio annuo di £ 4000. Oppure se la decisione fu presa in sede politica in vista dei cambiamenti che sarebbero seguiti al plebiscito di annessione (11-12 marzo), prima che la trattativa con Cannizzaro fosse conclusa, per contrastare il progetto fìorentino caldeggiato da Matteucci, e che nelle sue lettere è menzionato come «il nostro progetto». Questa seconda ipotesi è suggerita da una lettera di Matteucci da Pisa, datata 12 aprile, che raggiunse Cannizzaro a Genova il 14 aprile contemporane­amente alla comunicazione del decreto datata 29 marzo. Rispondendo ad una lettera di Cannizzaro che non conosciamo, della quale possiamo tuttavia arguire parte del contenuto, Matteucci scrive: «... di tutte le cose che mi chiedi, poco posso rispondere. Se fossi ministro direi De Luca a Firenze, Cannizzaro a Pisa. Ecco tutto. Ma non lo sono e non voglio essere più niente ed ho bisogno di riposo e di studiare e non altro. Insomma credo che ci sia nulla o quasi di stabilito. Capisci che due case, due laboratori non si fanno in otto giorni, ma si devon fare. Io sto fermo nei miei pensieri e l'ho detto e lo dirò - ma tu devi venire a Firenze per esser contento.»

Nello stesso giorno Cannizzaro scrive al Direttore della università di Pisa una lunga lettera della quale conservò la minuta. Ringrazia per l'occasione offertagli di «potere insegnare in così rinomata università, in un paese come la Toscana, a fianco di tanti insigni cultori di studii», e passa poi ad esporre «le condizioni che io giudico essenziali per bene compiere l'ufficio affidatemi».

La risposta, diplomaticamente ineccepibile, poneva condizioni eccedenti le possibilità del «governo toscano». Di ciò abbiamo conferma anzitutto in una brevissima nota di Matteucci, da Firenze, del 18 aprile successivo: «Ti scrivo confidenzialmente per dirti che tu non devi far altro che domandare il laboratorio e la dote per la Chimica Organica. Io spingo perché il tuo desiderio sia in un modo o in un altro soddisfatto». A questa si aggiunge una lettera di Marco Tabarrini, membro di quel governo, in data 2 maggio (certamente diretta a Matteucci e giunta a Cannizzaro) che spiega: «... per ora non sono in grado di rispondere alle sue [di Cannizzaro] ultime interpellazioni. Portarlo qui al Museo, o portarvi il De Luca come era tuo consiglio, non mi pare possibile, perché le difficoltà sono le stesse che a Pisa. Qui non vi è nulla per metter su un laboratorio chimico, e per giunta manca il locale. Però quando s'ha da spendere una grossa somma, tanto varrà spenderla qui che a Pisa. ... Ma io non ho nulla di previsto nel bilancio a questo titolo, e conviene che ricorra a Torino. Vedi dunque in che imbroglio mi trovo! Se vedi Cannizzaro a Genova puoi dirgli che le sue domande non sembrano eccessive, ma che ci vuoi tempo a soddisfarle...».

Il progetto toscano nel quale Cannizzaro era coinvolto corrispondeva alla sua statura scientifica ed all'apprezzamento che di lui faceva la comunità scien­tifica e politica alla quale apparteneva. Esso non andò in porto per il concorso di una somma di ragioni politiche ed economiche che vanificarono molte aspira­zioni regionali e locali nel processo di unificazione nazionale. Ma in quegli stessi giorni proprio a Genova si ponevano le premesse degli eventi che avrebbero portato Cannizzaro a Palermo.

Il primo ritorno in patria

 

Non sappiamo come e quando la lettera di Tabarrini a Matteucci raggiunse Cannizzaro, ma è da presumere che nei giorni di metà aprile in cui rispondeva all'offerta dell'università pisana egli seguisse con ansia le notizie sulla rivolta capeggiata a Palermo da Francesco Riso. Unico riscontro il cenno che ne fa Angelo Pavesi in chiusura della lettera del 25 aprile. Sappiamo invece che conobbe i preparativi della spedizione Garibaldina e forse ebbe in essi parte attiva. Infatti il 2 maggio ne scrisse a Filippo Cordova a Torino che il 4 gli risponde con una lunga lettera: «Ti ringrazio dell'importanza che mi dai con la tua del 2 giuntami ieri sera. È una pruova della tua amicizia, ma non tutti mi sono così amici come tu mi sei. ... Se fossi giovane e svelto avrei cercato anch'io di andarvi e battermi.»

Le successive notizie dell'impresa garibaldina debbono aver fatto ricordare spesso a Cannizzaro i giorni amari della partenza per l'esilio ed alimentato via via la speranza di un ritorno che, divenuto certezza, si tradusse in decisioni nuove e immediate. Dai carteggi del suo fascicolo personale apprendiamo che il 12 giugno il Rettore dell'università di Genova informò il Ministro che il Professor Cannizzaro domandava «licenza di recarsi per due o tre settimane in Sicilia per vedere sua madre e sorelle delle quali da lungo tempo non ha notizia». Il Ministro accolse la richiesta e ne dette comunicazione al Rettore il 16.

Negli stessi giorni Cannizzaro ricevette da Palermo la lettera della sorella Carmela (alla quale aveva scritto comunicando la recentissima nascita della figlia Anna), che lo sollecitava a tornare confermandogli che «il porto di Palermo è libero». Iniziò quindi i preparativi per la partenza e ne informò Cordova che gli rispose il 14 giugno. Da questa lettera appare probabile che Cannizzaro sia partito da Genova il venerdì 15 giugno con un vapore che doveva raggiungere a Cagliari la spedizione di Giacomo Medici pronta a salpare il 16 per la Sicilia. (L'indicazione è data da W.A. Tilden, che l'attribuisce a Mariano Cannizzaro, nella Memorial Lecture del 1912). La spedizione sbarcò a Castellammare il 17 e raggiunse marciando Palermo il 20. È da presumere che Cannizzaro abbia anticipato il suo arrivo con altro mezzo e che si sia trattenuto a Palermo per il tempo concessogli, cioè probabilmente dal lunedì 18 giugno al venerdì 6 luglio, date che tengono conto dei riferimenti nella corrispondenza con Demetrio Salazaro e dei tempi del servizio di linea (il vapore Provence giunse a Genova 1'8 luglio).

Certamente questo primo breve ritorno in patria fu dominato dai problemi familiari e dalla cura dei propri interessi, di cui è detto nella lettera della sorella Carmela sopra ricordata. Ma non mancarono i contatti suggeriti da Cordova che il 14 giugno, nell'augurargli «un felice viaggio», lo incaricava di salutare «gli antichi amici del 1848». Sulle persone contattate e su uno dei temi oggetto dei loro colloqui, «il riordinamento degli studi» ed un «progetto d'istruzione pubbli­ca», ci informano in parte le lettere che gli scrissero il 19 luglio Vincenzo Errante ed il 23 Michele Amari, Segretari di Stato rispettivamente per il Culto e per la Istruzione Pubblica nel governo affidato da Garibaldi dittatore al proprio capo di stato maggiore Generale Giuseppe Sirtori il giorno 18 e poi ad Agostino Depretis il 23.

La riforma delle istituzioni scolastiche a tutti i livelli sarà il tema domi­nante, anche se non il solo, intorno al quale si articoleranno i rapporti di Cannizzaro con gli uomini del nuovo governo delle province siciliane. Egli opererà nella convinzione che dalle scelte che saranno fatte e dalle decisioni conseguenti dipenderanno non solo il rinascimento culturale ed economico dell'isola, ma anche tempo e modo del suo ritorno. Questi due aspetti del problema appaiono ai suoi interlocutori ed a lui indissolubilmente connessi.

Luglio-settembre 1860: da Genova a Palermo passando per Carlsruhe

Tornato a Genova Cannizzaro deve fronteggiare alcune urgenze della sua vita professionale. Per continuare le ricerche sull'alcool anisico, descritte nella memoria inviata a Marcelin Berthelot per l'Accademia delle Scienze di Parigi e pubblicata nei Comptes Rendus della seduta dell'11 giugno, deve chiedere un "sussidio straordinano" al Ministero..Nel fascicolo personale è conservata la lettera che il 19 luglio scrisse all'ispettore Carlo Demaria allegando una copia della memoria pubblicata e chiedendo £ 1000 da destinare esclusivamente a tale ricerca. Il Ministro, Terenzio Mamiani, ordinò al funzionario «di interpellare anzitutto il Cannizzaro se era suo intendimento trasferirsi a Firenze chiamatovi all'insegna­mento della chimica», poiché intendeva vincolare la concessione del contributo alla di lui permanenza a Genova. Cannizzaro si recò a Torino, informò il funzionario «che almeno per un anno, quando pur rispondesse all'invito toscano, sarebbe rimasto a Genova» ed il contributo, concesso il 28 luglio nella misura di £ 400 , fu disponibile alla tesoreria provinciale di Genova una decina di giorni dopo. L'impegno al quale esso era stato subordinato venne mantenuto: egli insegnò a Genova fino al termine del successivo anno accademico, anche se la sede di trasferimento non fu la Toscana ma Palermo.

Un altro impegno, di rilevanza professionale ben maggiore, Cannizzaro aveva assunto confermando all'organizzatore Adolphe Wurtz la propria adesione al Congresso dei chimici, che si doveva tenere a Carlsruhe dal 3 al 6 settembre, per discutere e possibilmente risolvere un conflitto di idee che aveva la sua radice nei differenti modi di concepire atomi e molecole. Tale adesione infatti era stata data a suo nome da Raffaele Piria, che di ciò lo aveva informato con una lettera il 6 maggio. In quelle giornate, piene di ansia per la sorte della spedizione garibaldina, egli annotò i punti del suo intervento al Congresso e l'indirizzo di Wurtz a tergo della lettera di Piria, e mandò il manifesto all'amico Pavesi a Pavia, anche per averlo guida e compagno di viaggio.

Pavesi infatti conosceva la Germania e l'Austria, e parlava bene il tedesco poiché, dopo aver compiuto nel 1855 gli studi di chimica nella scuola della Società d'Incoraggiamento di Milano (con Antonio de Kramer e Luigi Chiozza), aveva lavorato nel Laboratorio di Robert Bunsen ad Heidelberg fino al 1857, poi come assistente nell'Università di Vienna fino al 1858. L'8 agosto egli scrisse a Cannizzaro proponendo l'itinerario e suggerendo di partire da Milano il 22 o il 23. L'autorizzazione ministeriale per ottenere il passaporto, chiesta da Cannizzaro l'il agosto, venne mandata al Rettore di Genova due giorni dopo.

La situazione siciliana frattanto si evolve. Il Giornale Officiale di Sicilia del 23 luglio pubblica un decreto del Segretario di Stato per l'Istruzione Michele Amari che assegna «alle università, licei ed altri stabilimenti d'insegnamento superiore e secondario dell'isola 18 mila ducati prelevati su le entrate degli aboliti ordini religiosi de' Gesuiti e de' Liguorini». Con il medesimo decreto «le biblioteche, musei di antichità ed arti, e di scienze naturali, i gabinetti di fìsica e tutt'altra collezione di simile natura che apparteneva ai Gesuiti e ai Liguorini» vengono aggregati agli analoghi stabilimenti pubblici delle rispettive città. Nello stesso giorno l'Amari scrisse affrettatamente a Cannizzaro «Non ho tempo di rispondervi primamente perché oggi Depretis assume la pro-dittatura». Infatti, dopo la partenza di Garibaldi per la continuazione delle operazioni militari a Milazzo in vista della liberazione di Messina, l'insediamento del Pro-dittatore Agostino Depretis cambiò il quadro politico siciliano. Egli promulgò nell'isola lo Statuto albertino, mentre il governo Cavour preparava un progetto di riforma dell'ordinamento statuale che andava incontro a molte delle aspettative dei fautori delle autonomie regionali.

Il cambiamento politico tuttavia non influì molto sulle prospettive di un ruolo di Cannizzaro nelle prevedibili riforme. Filippo Cordova, rientrato a Palermo e nominato il 30 luglio dal governo siciliano Senatore della città, gli scrisse il 18 agosto per informarlo di averlo proposto come referendario al Consiglio di Stato insieme a Federico Napoli ed all'avvocato siracusano Giuseppe Majelli, rassicu­randolo: «Depretis ti ha notato ne mai più la tua nomina è stata posta in dubbio, mentre si discute ancora per gli altri e perciò non si pubblica il personale». Gaetano Daita, che lavorava ad un progetto di riforma della pubblica istruzione, il 16 agosto gli scrisse chiedendo copia delle leggi piemontesi per i «tre gradi di insegnamento», ed lo informò di aver «fatto suggerire indirettamente qualcosa al G[iovanni] Interdonato», che aveva preso il posto di Michele Amari nel nuovo governo, perché «i lavori intanto dovrebbero prepararsi ed approvarsi per mettersi in atto quando il momento sarà opportuno».

Non è possibile accertare, dalla corrispondenza e dai documenti di archivio del suo fascicolo personale, quando Cannizzaro sia tornato da Carlsruhe. L'itine­rario del ritomo suggerito da Pavesi ipotizzava una visita a Stoccarda e al Lago di Costanza, o in alternativa «una corsa fino a Monaco». È ragionevole presumere che sia passato da Torino ed abbia avuto contatti informali per trascorrere a Palermo un periodo di vacanza. Tornò certamente a Genova verso la metà di settembre e si imbarcò per Palermo la domenica 23 o il lunedì 24, portando con se la moglie e Mariano, mentre la figlia Annetta ancora lattante rimase a Genova affidata alla zia Matilde (presumibilmente con una balia). Questo fatto (discordante con l'informazione annotata negli «Appunti autobiografici») risulta dalle lettere che Michele Lessona gli scrisse da Genova a Palermo, dalla domenica 30 settembre in avanti, con notizie familiari e discussioni politiche.

Alla metà di settembre cambiamenti di grande rilievo erano avvenuti nel governo siciliano e Cannizzaro arrivò in tempo per esservi coinvolto a pieno. Garibaldi, lasciata per un breve intervallo la guida delle operazioni militari, rientrò da Napoli a Palermo e il 17 settembre chiuse la gestione governativa affidata a Depretis e cambiò la struttura e gli uomini del governo. Il nuovo esecutivo, presieduto dal Pro-dittatore Antonio Mordini, aveva come ministro per il Culto e l'Istruzione pubblica monsignor Gregorio Ugdulena.

 

(prosegue)