Stanislao Cannizzaro, didatta e riformatore

IV - Dall'epistemologia alla politica

Luigi Cerruti

 

(Ripreso da LA CHIMICA E L'INDUSTRIA, V. 65, N. 11, NOVEMBRE 1983, pp. 712-717)

 

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Stanislao cannizzaro (1826-1910) fu nominato se­natore a 45 anni. Nello stesso anno 1871 fu chiamato alla cattedra di chimica dell'Università di Roma e pubblicò un ampio saggio storico, di impianto episte-mologico, sullo sviluppo della teoria atomica nella prima metà dell'ottocento. Nei quaranta anni succes­sivi i lavori del Senato, la ricerca in via Panisperna e la riflessione storiografica occuparono in vario modo la sua vita. Questa nota si propone di rintracciare in tutte queste attività un nesso unificante; esso sarà in­dividuato nel rapporto fra pensiero epistemologico e scelta politica.

Il “ cammino ” della scienza

 

Un aspetto importante del pensiero di cannizzaro, quello appunto epistemologico, affiora con evidenza anche da una prima lettura dei suoi scritti storiogra­fici e di polemica scientifica. Abbiamo analizzato con una certa profondità questi testi in altra sede (*), ma ci pare necessario riprendere alcuni dei risultati già ottenuti, arricchendoli con qualche nuova esemplifi­cazione, sia perché su tutto ciò nulla è ancora stato pubblicato, sia perché certi elementi della violenta polemica anticlericale del nostro grande chimico si identificano con una ben precisa visione delle origini e dello sviluppo delle scienze sperimentali.

 

La metafora che informa l'attività storiografica di cannizzaro è quella, apparentemente assai “ con­sunta ”, del “ cammino ” della scienza. La presenza continua, talvolta pesante, di questa immagine può sembrare dapprima una caduta di stile, semplice ri­petitività in una scrittura non certo brillante, quando però una seconda lettura di tutti i suoi scritti ci ri­propone decine di varianti, centinaia di richiami “ la­terali ”, allora diventa indispensabile soffermarvisi con maggiore attenzione per esplicitare e correlare i tratti della metafora. I più evidenti sono quelli del “ movimento ” e del “ progresso ”, intesi nel loro senso dinamico di “ muoversi lungo una traiettoria ”; la rottura con i modi di pensare del Medioevo av­venne quando “ la colonizzazione delle nuove . ter­re ” e “ l'agitazione religiosa ... diedero nuovi im­pulsi all'intelligenza umana e ne accrebbero la velo­cità del moto ” (2). Altri tratti, decisivi e rivelatori in una concezione dello sviluppo storico, sono la “ continuità ” e la “ gradualità ” del processoo. can­nizzaro, dopo aver citato “ gilbert e harvey in Inghilterra... galileo e gli accademici del Cimento in Italia ”, così caratterizza la rivoluzione scientifi­ca: “ A passo a passo la mente umana si veniva abi­tuando (a) partire dall'osservazione ” e “ si veniva convincendo della efficacia... del metodo scientifico induttivo ”. E qui aggiunge: “ Non fu, come qual­cuno il crede, l'introduzione di esso una rivoluzione subitanea ” (3).

 

Spesso il “ cammino ” si trasforma in un viaggio d'esplorazione e tutte le doti del ricercatore sono chiamate a sostenere la fatica del lavoro scientifico. Nella commemorazione di hofmann fatta ai Lincei l'immagine ispiratrice è sviluppata compiutamente: “ Lo studio dell'anilina può dirsi che determinò la dirczione dei suoi studi avvenire... ma è merito do­vuto alla sua perseveranza... senza impazienza..., alla prontezza di indovinare la convenienza di battere una via di diramazione o di scorcio che si accennava nel suo cammino, ... se partito da un punto così ri­stretto, ... si sia tanto esteso occupando e coltivando a fondo successivamente nuovi campi limitrofi ” (4). Si sarà notato che i protagonisti nelle tré precedenti citazioni di cannizzaro erano “ l'intelligenza uma­na ”, “ la mente umana ”, e uno scienziato, hof­mann. Non si tratta di un caso, in quanto canniz­zaro ha una concezione psicologica dei procedimenti di produzione e di accettazione delle teorie scienti­fiche. L'insistente sottolineatura degli aspetti “ men­tali ” della prassi di ricerca distacca nettamente il nostro pensatore da una certa dogmatica comtiana e post-comtiana, per avvicinarlo alla “ psicologia delle menti associate ” di cattaneo (5). Il “ vivo desiderio di penetrare nelle leggi naturali che tormenta... l'ani­mo del filosofo ” è “ la sola molla che ha spinto avanti e spingerà le scienze ”, mentre la “ vaghezza di gloria, l'avidità del guadagno ” sono solo “ forze concomitanti ”. La forza fondamentale è “ interna, avente sede e radici nella intelligenza stessa ”. “ Que­sta forza che nelle anime di archimede, galileo e newton fu tanto prepotente, è quella stessa che giornalmente agisce anche sulle minori intelligenze ” per aiutarle nello “ scoprire e imparare la più pic­cola nuova verità ” (ó). Le stesse forze sono neces-sarie per “ vincere gli ostacoli che si frappongono allo scoprire ”. Molti di questi ostacoli sono da sem­pre interni alla mente di ogni ricercatore e si chia­mano abitudine, pregiudizio, inerzia, ma altri sono esterni e consistono in tutto ciò che si oppone al “ libero esame delle cose fìsiche e morali ” (p. 7). In Italia l'ostacolo maggiore era stato la “ teocrazia romana ” che era “ pervenuta... a tessere una rete di ferro, dalla quale nessun libero pensatore (po­teva) sfuggire ” (p. 8). Ma poi la rete era stata in­franta e si era' accesa “ la libera discussione nel cam­po stesso della religione ”, era stato introdotto il “ principio della libertà di coscienza ” (p. 16); accan­to alla “ libertà dell'intelligenza ”, sfociata nei fatti del 1789 (p. 20), cannizzaro vede nascere “ il libero sviluppo delle scienze sperimentali ” così caratteri-stico della civiltà moderna (p. 22-23). Alla “ tetra immagine di Satana ” si era finalmente contrapposta “ la soave e maestosa immagine della verità ” (p. 45). Tutte le libertà civili e intellettuali sono per cannizzaro inseparabili e qualificano nel loro insieme il suo atteggiamento “ anticlericale ”. In una lettera invia­ta a Giacomo dina, direttore dell'organo liberale L'Opinione, in occasione di un'importante discussio­ne sulla libertà di critica nelle questioni religiose, cannizzaro informava l'amico sulla sua posizione a proposito del ventilato reato di “ vilipendio della religione ”: “ È nuova nei codici moderni la difesa del sentimento religioso astratto collettivo... È una formula insidiosa rivolta contro i filosofi liberi pen­satori ” (7).

 

Tagliata la “ rete di ferro ” di una Chiesa secolar­mente potente, lo scienziato palermitano non voleva che essa si ricostituisse nel nuovo stato liberale. Ve­dremo ora da vicino come cannizzaro si impegnò in prima persona in questo nuovo Stato.

Una carriera difficile

“ Pour que le Sénat soit quelque chose, il faut que chaque séna-teur soit quelq'un ”,

C. DE montalembert (8).

La figura di cannizzaro, ventiduenne rivoluzionario in Sicilia, è già stata tratteggiata da altri (9), mentre quella ben più complessa di cannizzaro politico è ancora tutta da valutare, se si vuole andare oltre le singole battaglie parlamentari (10). Egli riprende l'at­tività politica pubblica dopo il suo ritorno in Sicilia nel 1861, quando viene eletto consigliere comunale e diventa assessore all'istruzione per il Comune di Palermo. Secondo la testimonianza diretta di pater­no, da quella posizione diede “ grandissimo impulso alla istruzione popolare e fondò la scuola tecnica serale per gli operai, che è tuttora (1930) onore e vanto del Municipio di Palermo ” (11).

 

Nel 1865 cannizzaro visse la sua avventura politica più intensa mettendosi in lizza come candidato per il collegio di Palermo IV durante le elezioni politi­che generali dell'ottobre di quell'anno. Un'idea delle dimensioni “ pratiche della campagna elettorale è data subito dall'elettorato iscritto: solo 1282 citta­dini avevano diritto di voto, e di questi 518 vota­rono al primo turno e 654 (con un notevole incre­mento) nel ballottaggio. Fu in questa occasione che cannizzaro diede alle stampe il pamphlet su “ L'E­mancipazione della ragione ” che abbiamo più volte citato: le credenziali ideologiche con cui il nostro chimico si presentava agli elettori erano quindi quel­le di un liberale che trovava i suoi riferimenti poli­tici nell'individualismo della liberalissima Inghilterra, nella necessità di lottare contro ogni ingerenza cleri­cale nel governo della Società e nel controllo delle coscienze, nella costruzione di uno Stato che fosse civile all'interno e forte verso l'esterno. L'efficacia (parziale) di questo programma può essere dedotta dall'andamento delle votazioni.

Avversari di cannizzaro al primo turno furono il barone Vito d'ondes-reggio (1815-1885) e Luigi la porta (1830-1894). Tutti i candidati erano pa­trioti: cannizzaro e d'ondes-reggio erano stati de­putati nel Parlamento Siciliano del '48 e successiva­mente esiliati nel Regno di Sardegna; la porta era stato un avventuroso e attivo rivoluzionario: garibal­dino, era entrato in Palermo alla testa di una squa­dra di “ picciotti ”. I primi due appartenevano al composito schieramento liberale, il terzo militava nel­l'estrema sinistra. Alla prima votazione d'ondes-reggio ebbe 231 voti, cannizzaro 132, la porta 125. A questo punto lo scontro era limitato ai due candidati che avevano ottenuto il maggior numero di suffragi; l'aspetto (per noi) più interessante è che l'in­tera “ dote ” del garibaldino la porta si riversò su cannizzaro, portando al secondo turno i suoi voti a 275; questi sarebbero stati sufficienti a superare l'avversario se la maggiore affluenza alle urne di elet­tori spaventati dal programma anticlericale di can­nizzaro non avesse “ gonfiato ” i voti di d'ondes-reggio a 374 (12). Le forze che appoggiarono que­st'ultimo sono precisate in un tardo commento: “ Ap­pena fu eletto deputato voltò bandiera e attaccò de­cisamente le leggi liberali, sostenendo gli interessi clericali ” (13).

 

cannizzaro non ritentò più l'accesso al ramo elet­tivo del Parlamento, ma già dal 3 luglio 1864 era comparso come “ Socio nazionale non residente ” ne­gli elenchi accademici dell'Accademia delle Scienze di Torino (al n. 327), iniziando così a maturare i sette anni di anzianità che secondo il dettato dell'ar­ticolo 33 dello Statuto albertino gli avrebbero per­messo di entrare, per nomina regia, nel Senato del Regno. E infatti, “ puntualmente ”, il 15 novembre 1871 arrivò il decreto che lo nominava senatore, “ ascrivendolo ” alla 18'' e 20" categoria. I fatti pe­rò, ancora una volta, non corrisposero alle migliori aspettative dello scienziato palermitano.

 

Lo Statuto prevedeva 21 categorie nelle quali potes­sero essere convalidati i senatori: alla 18" apparte­nevano “ i mèmbri della Regia Accademia delle scien­ze, dopo 7 anni di nomina ”, alla 20'' “ coloro che con servizio meriti eminenti (avessero) illustrata la patria ”. Il relatore che comunicò al Senato i titoli di canniìzzaro riferì, per dovere d'ufficio, che il .candidato era stato “ ascritto ” alle due categorie citate, ma poi sembra dimenticarsene, e “ senza in­trattenere il Senato dei meriti scientifici del prof. cannizzaro ”, citò solo la sua appartenenza alle ac­cademie di Palermo (dal 1845) e di Torino. Fu così che al Nostro “ non fu riconosciuta la 20"' catego­ria ” (M), rendendo la sua iniziazione tuttaltro che trionfale. Ma le difficoltà che cannizzaro dovette affrontare nella sua attività politica furono perma­nenti, connesse a due ordini diversi di questioni.

 

È ovvio che le possibilità di un'azione politica effi­cace si presentarono al senatore cannizzaro in gran parte condizionate dalle funzioni che il Senato stesso assolveva all'interno del sistema istituzionale del Re­gno; in questo contesto va poi collocato un secondo limite indipendente dalla personalità del nostro scien­ziato, e cioè la composizione stessa del Senato. Fin dai primi anni di funzionamento nel regno di Sar­degna il Senato si trovò più volte contrapposto alla Camera elettiva (15), e lo stesso cannizzaro parte­cipò su posizioni di primo piano al duro conflitto fra i due rami del Parlamento a proposito della tassa sul macinato. In generale però la Camera vitalizia tendeva a tenere un comportamento meno vistoso, giungendo a dichiarare come corpo collegiale, in ri­sposta al discorso inaugurale del re (20 novembre '76), che il Senato “ per sua natura deve tenersi estraneo alle parti politiche che sono la vita della Camera elettiva ” (16).

 

Questa dichiarazione era così poco vera che ogni Presidente del consiglio tendeva a modificare l'orien­tamento del Senato provvedendo a delle opportune “ infornate ” di nuovi senatori (17). depretis giunse a voler “ far riconoscere formalmente... che era il Ministero e non la Corona a nominare i componenti della Camera alta ” (18). In questo modo il Senato si affollava di rappresentanti di due strati sociali ben più “ significativi ”, nell'Italia post-unitaria, dei “ tec­nici ” della 18a categoria. Tra il 1848 e il 1943 fra i 2404 senatori via via nominati ben 648 furono con­validati solo per la 3a categoria (“ deputati dopo tre legislature o 6 anni di esercizio ”), e 554 per la 21a categoria (“ le persone che da tre anni pagano 3000 lire di imposizione diretta in ragione dei loro beni o della loro industria ”). La categoria cui apparte­neva cannizzaro ebbe appena 147 nomine, con un'aggravante che già i suoi contemporanei sottoli­neavano: “ Occorre (solo) il titolo di accademico, quantunque si sappia che delle accademie possa far parte chi non è scienziato ”. Il passo è del 1889, pronunciato all'Università di Bologna nel discorso inaugurale dell'anno accademico; subito dopo veni­va aggiunto: “ Tutte le categorie hanno la loro im­portanza e sopra tutte quella del censo; ma questa del sapere non conta nulla: il Governo si dichiara incompetente a giudicare l'impegno e il merito scien­tifico. E ne ha mille volte ragione! ” (19). Il quadro era completato da una corposa presenza di militari (“ gli ufficiali Generali di terra e di mare ”, 245) e da una dozzina di altre categorie che permettevano di promuovere al seggio senatoriale una miriade di magistrati, funzionar! ministeriali, prefetti, ecc. (20). Nel suo complesso il Senato rifletteva compiutamente una cultura politica le cui basi erano costituite da una generica ma esibita conoscenza dei classici, da una consuetudine professionale con i codici, da una empiria economica dedotta dalla gestione del patri­monio personale. Si comprende perciò come le argo­mentazioni di scienziati quali cannizzaro o moleschott fossero destinate a non essere, spesso, nem­meno comprese dai colleghi.

 

In questa situazione il disagio di cannizzaro fu no­tevole. Ne abbiamo una testimonianza, interessante in quanto privata, nella già citata lettera inviata a Giacomo dina, cannizzaro racconta all'amico che il Ministro (che “ ora mostravasi inflessibile, ora ce­devole ”) era giunto ad accettare un suo emenda­mento: “ Poi avendo visto la certezza di far passare l'articolo disse che il mio emendamento esprimeva la stessa cosa con un linguaggio meno proprio per la giurisprudenza... Io avendo detto abbastanza sorrisi, ma non risposi ” (21). Altrettanto indicativo è il fatto che in due diverse occasioni, durante accesi dibat­titi, prettamente politici, sulla tassa del macinato can­nizzaro abbia insistito sul suo essere “ diverso ”: “ Non sono uno scrittore, né un pubblicista, né un uomo politico che parli molto in pubblico ” (tornata del 24 luglio 1879); e ancora “ non sono ne capo, ne soldato di nessuna delle legioni che militano nel campo politico; sono un uomo isolato che esprime la sua opinione individualmente, e lo fa perciò con la massima libertà ” (tornata del 14 gennaio 1880). Da tutto questo nasceva un certo ritegno a pronunciarsi su temi lontani dalle proprie “ competenze ”, ritegno non privo di scrupoli e di controspinte autocritiche. Il 21 dicembre 1895, venti anni dopo la citata let­tera a dina, cannizzaro interviene sulla richiesta di un ingente stanziamento straordinario, destinato a raf­forzare la presenza militare italiana in Eritrea; que­sta la sua dichiarazione: “ Vinco oggi la grande ri­pugnanza a manifestare la mia opinione su certe que­stioni politiche, che purtroppo ho avuto altre volte; ripugnanza di cui spesso, confesso, non sono rimasto soddisfatto ”.

 

Non si deve però pensare che la presenza di can­nizzaro in Senato sia stata tutta e solo “ tecnica ”, nella prossima sezione vedremo qualche suo inter­vento “ politico ” in quel consesso, ma un indice uti­le per apprezzare “ oggettivamente ” l'operato del nostro scienziato-senatore è dato dal numero e dalla distribuzione temporale delle proposte di legge di cui egli fu relatore. Nelle nove legislature fra la XI e la XIX (fra il '73 e il '97) cannizzaro fu il relatore di 25 leggi, non certo un record, ma comunque un nu­mero cospicuo. Di questi progetti 7 appartengono alla XIII legislatura, vissuta sulla schiacciante vittoria della Sinistra guidata da depretis, 6 furono presen­tati nella XVI, dominata da una figura di grande inci­sività riformatrice come Francesco crispi. Si può dire che se cannizzaro non volle essere “ schiera­to ” con nessuna “ truppa ” politica, non per questo fu meno impegnato secondo un ben preciso orienta­mento.

Il pensiero politico

Nel 1863, al termine del suo discorso sull'“ Emanci­pazione della ragione ”, cannizzaro delinea un'Eu­ropa meravigliata che guarda “ le distaccate membra della nostra patria ” mentre si ricompongono in un sol corpo “ sotto lo scettro di un Rè leale e guerrie­ro ”. Ed ecco presentati agli osservatori stranieri così evocati i punti del programma di cannizzaro, quasi fossero essi a rinvenirli come frutti del “ pensiero ” della “ nazione ”. Prima di tutto “ la pubblica edu­cazione ”, poi, accanto al “ bisogno supremo della difesa ” tutto “ il lavorio del riordinamento civile e politico ”. In questo contesto a insegnanti e stu­denti la patria chiede che dalle scuole esca una ge­nerazione capace di spandere “ i benefìci effetti della scienza su tutti i rami del pubblico servizio e della privata prosperità ” (22).

 

È stato scritto autorevolmente che nel liberalismo italiano convivevano due anime: “ l'utilitaristica, mo­derata, di impronta liberistica, che... tendeva a ri­durre al minimo la presenza dello Stato, e quella "hegeliana" che potenzialmente estendeva al mas­simo il ruolo dello Stato ”. Nella pratica politica le due “ vocazioni ” spesso si confusero “ non senza ambiguità e reciproche concessioni ” ("). cannizza­ro fu sempre poco “ hegeliano ”, preferendo affidare allo Stato nulla più che il compito (decisivo) di ga­rantire il libero gioco delle forze sociali. Questo è bene espresso in un discorso pronunciato contro l'at­tenuazione della tassa sul macinato: “ lo Stato ita­liano ha ancora molte gravi ingenti spese da soste­nere per rimuovere gli ostacoli fisici e morali, che si oppongono al pieno e libero svolgimento della nostra attività economica e intellettuale, e per acquistare nel concerto europeo quell'autorità, che è nostro di­ritto e nostro dovere ”. Rimanevano quindi necessa-rie “ grandi spese nei lavori pubblici e per istituti utili all'ampliamento della civiltà ”. Per quanto ri­guardava “ le sofferenze delle classi disagiate che la­vorano ”, l'abolizione della tassa sul macinato avreb­be solo aggiunto malessere e malanni “ per il prolun­gamento di questo stato infermiccio, di questo stato cronico-patologico delle nostre finanze e della nostra pubblica economia ” (24).

 

Il limite più grave della concezione politica di can­nizzaro, e di gran parte della classe dirigente cui apparteneva, era la diffidenza verso ogni forma di organizzazione di massa capace di alterare il rapporto diretto con gli specifici interessi espressi dal ristretto elettorato del collegio uninominale. Nelle nuove pro­poste organizzative dei cattolici e dei socialisti (i “ neri ” e i “ rossi ”) i liberali moderati come can­nizzaro vedevano un duplice, diverso, pericolo per l'unità del paese. I neri minacciavano l'unità nazio­nale per il loro costante riferimento al potere tem­porale dei papi, i rossi mettevano in crisi l'unità so­ciale agitando lo spettro della lotta di classe e ne­gavano addirittura la sacralità del concetto di na­zione. Il senatore palermitano si pronunciò più volte, e con durezza, su questi temi. Nel '63 non aveva ancora “ nemici ” a sinistra; troppo fresca era la memoria di un'Italia “ coverta di gesuiti e frati di ogni colore ”, delle “ persecuzioni della chiesa colle­gate a quelle delle polizie ”, della “ trama clericale sorretta da una selva di baionette straniere ” (25). Nell'80 fa ancora solo riferimento a “ quel partito reazionario che diramasi per tutta l'Europa, che cer­ca di distruggere tutte le conquiste della civiltà mo­derna e rivolge i suoi strali specialmente sovra que­sta Italia soprattutto quando è retta da un partito arditamente liberale ” (26). Ma nel '98, durante la più grave crisi sociale e politica vissuta dallo Stato uni­tario, i timori di cannizzaro provengono da più direzioni. “ Idee sociali e politiche sovversive”, “ passioni malsane ” si sono insinuate “ nelle nostre popolazioni operaie ”. A lungo il senatore parla del­le “ diramazioni di quell'associazione mista, laicale ed ecclesiastica che si va estendendo... con l'appa­rente scopo di religione e di carità ”: queste “asso­ciazioni, dette cattoliche... accalappiano affigliati na­scondendo il loro vero scopo ” che è di agire contro l'unità nazionale, l'ordinamento e le spese militari, le alleanze necessarie per la sicurezza. Però ora queste organizzazioni non sono più sole; a Milano, per esem­pio, “ si sono associati in gran numero i maestri alla Camera del Lavoro ”. 20 maestri si sono rifiutati di partecipare con le scolaresche alle commemorazioni delle Cinque Giornate, ma allora non si deve affi­dare “ una scuola a chi non crede il patriottismo sen­timento da coltivare nei giovanotti ” (2?). Questo at­teggiamento accomuna cannizzaro a quei “ liberali più gelosi d'una organizzazione laica dell'organizza­zione civile e che perciò si dichiaravano parimenti avversi ai "rossi" e ai "neri" ” (28).

 

L'analisi del pensiero politico di cannizzaro ci ha dimostrato fino a che punto egli appartenesse al suo tempo e al suo ceto. Su questa matrice, comune alla classe dirigente post-risorgimentale, affiorano però del­le nervature, degli orientamenti che ci riconducono ad alcuni degli aspetti dell'epistemologia del nostro scien­ziato. Fra i molti riferimenti possibili ne proponiamo uno legato a un momento delicato dell'esperienza po­litica di cannizzaro, durante la discussione sulla leg­ge riguardante il lavoro minorile. Egli stesso ricorda di aver “ sostenuto nell'Ufficio centrale la proibizione del lavoro notturno pei fanciulli ” ma si era poi con­vinto che così facendo si sarebbe andati incontro a “ serie conseguenze ”, prima fra tutte l'ingerenza del governo in tutte le industrie, “ la quale cosa desta nel nostro paese grande ripugnanza ”. Poiché “ l'epo­ca dell'istruzione obbligatoria cessa a nove anni... è buono che il fanciullo, dopo finita l'istruzione ele­mentare, cominci a lavorare ”, purché si tratti di “ un lavoro innocuo ”. Malgrado questa “ innocui­tà ” a cannizzaro pare necessario, con una proposta d'emendamento, porre un limite alla giornata lavo­rativa dei ragazzi compresi fra i 9 e i 12 anni (“ non potranno essere impiegati... che per otto ore di la­voro ”), ma così facendo si contraddice essendosi opposto poco prima ad altri emendamenti “ progres­sisti ” con una motivazione che richiama da vicino la metafora del “ cammino ” della scienza. canniz­zaro aveva sostenuto che l'alzare troppo i limiti d'età avrebbe reso più difficile l'applicazione della legge e aveva definito “ non accidentale ” il fatto che il pro­getto passava da molti anni da un ramo all'altro del Parlamento: “ È questo l'effetto piuttosto di molte idee di molti ostacoli... che sotto mano riescono a fermare il corso di questo progetto di legge ”; occor­re giungere a una conclusione in quanto “ una volta applicato il principio, il progresso della legislazione... ci spingerà a fare altri passi su questa via ” (29).

 

È una via da percorrere a piccoli passi quella che cannizzaro prospetta al paese, una via spesse volte obbligata, e sentita come tale. Nel proporre una rior­ganizzazione dell'amministrazione dei tabacchi, dopo aver delineato un modo rapido per giungere all'am­modernamento, egli prendeva atto della nostra realtà burocratica e scriveva: “ Bisognerà forse appagarsi che si avvi sin d'ora e si prepari questo ordinamento, rifacendo presso a poco la via che fece in Francia l'amministrazione dei tabacchi prima di giungere al­l'assetto attuale ” (30). Nello stesso modo, in una po­lemica che lo opponeva a kolbe aveva profetizzato: “ Checché ne sia... egli verrà su quello stesso campo su cui noi siamo, poiché noi passammo per la stessa via in cui egli si è fermato ” (31). Per le menti asso­ciate in una nazione, come per le menti dei singoli scienziati l'itinerario è talvolta unico, obbligato.

 

Materiali per un'interpretazione

Giunti al termine di questo studio critico-biografico dobbiamo fare ancora qualche considerazione sui suoi scopi e sui suoi risultati. Gli scopi erano pertinenti alla duplice valenza intrinseca nella storia della chi­mica: si fa opera storiografica, ma si parla della chimica, della sua creatività, del suo valore conosci­tivo, culturale, professionale. Recentemente è stato sottolineato come “ tutto il mondo delle università (negli anni post-risorgimentali) dei professori, dei lo­ro orientamenti e insegnamenti, (sia) ancora in gran parte da studiare ” (32). Quanto abbiamo reperito a proposito di Stanislao cannizzaro si pone in conso­nanza con le vicende politico-culturali dell'Italia libe­rale tratteggiate da R. romanelli; questo ci ha faci­litato il compito di organizzare dei materiali per una interpretazione del ruolo degli scienziati nella vita pubblica di quei decenni. Sul secondo versante ab­biamo cercato di rinnovare un'operazione già avvia­ta da altri, e cioè inserire nell'“ epopea storiografi­ca ” dell'ottocento italiano scienziati che non fossero uomini “ ritagliati ” ("), privati di qualche compo­nente essenziale del loro esserci storico.

I risultati ottenuti riguardano il nesso fra visione del mondo e azione in cannizzaro. Grande evidenza ha il ruolo da lui assegnato all'insegnamento e alla ri­cerca: strettamente connessi, essi risultano in disci­plina educativa per il docente e il discente (34). Un'epi­stemologia psicologica giustifica questa sua ambizione e pone come condizione necessaria di ogni progresso la “ libertà della ragione ”: il successo della scuola di via Panisperna, fondata sull'assoluto rispetto della vocazione di ricerca degli “ allievi ” (35), deve avere confermato in cannizzaro, per lunghi decenni, la giustezza delle sue posizioni ideali. La ragione scien­tifica, infine, deve contribuire all'edificazione di una Società civile, operando non solo nell'educazione dei cittadini, ma nella stessa amministrazione dello Sta­to (36). In questo suo ultimo impegno cannizzaro non ebbe vita facile in quanto si scontrò costante­mente con una cultura che solo in parte minore cor­rispondeva alla sua, ma ciò è stato destino comune a molti intellettuali, nel nostro Paese e altrove.

Istituto di Chimica fisica dell'Università, Torino.

Bibliografia e note

(1) L. cerruti, “ Stanislao Cannizzaro e la storia della chi­mica. I - L'opera storica ”, comunicazione presentata al Colloquio su “ La storia della scienza e la sua tradizione in Italia ”, Ferrara 16-18 maggio 1983, in corso di stampa. L'A. ringrazia la prof. delia pighetti per essere stato invi­tato a questo Colloquio.

(2) S. cannizzaro: “ L'emancipazione della ragione ”, Daelli, Milano 1865, p. 16.

(3) S. cannizzaro, ibidem, p. 19.

(4) S. cannizzaro, “ Commemorazione di W.A. v. Hof­mann ”, Atti R. Accad. Lincei (s) 1, I, 367-373 (1892), citato a p. 369.

(5) Si veda ancora il rif. (1).

(6) S. cannizzaro, rif. (2), pp. 46-47, sottolineatura nel testo.

(7) Lettera inedita a G. dina del 12 marzo 1875, Biblioteca del Museo Nazionale del Risorgimento di Torino, Archivio G. dina, 204/35. Sul senso da dare ai termini “ anticleri­calismo ” e “ libero pensiero ” ai tempi di cannizzaro si veda il successivo if. (32), in .particolare alle p. XIV-XV.

(8) Citato a p. 38 in S. cannarsa: “ Senato e Camera nei loro rapporti e conflitti (1848-1948) ”, Scarano, Roma 1955.

(9) G.A. cesareo, “ Cannizzaro uomo politico ”, in “ S. Can-nizzaro. Scritti vari e lettere inedite nel centenario della na­scita ”, Associazione Italiana di Chimica Generale e Appli­cata, Roma 1926, pp. 21-29.

(10) E. morelli, “ Le carte di Stanislao Cannizzaro ”, .Ras­segna storica del Risorgimento 46, 73-78 (1959).

(11) E. paterno, “ Stanislao Cannizzaro ”, in “ Dizionario del Risorgimento Nazionale ”, vol. II, Vallardi, Milano 1930, pp. 516-518, citato alla p. 518.

(12) “ Indice generale degli atti parlamentari ”, voi. II, “ Sto­ria dei collegi letterali ”, Tip. Camera dei Deputati, Roma 1898, p. 471.

(13) A. malatesta: “ Ministri, deputati, senatori dal 1848 al 1921 ”, Istituto Editoriale Italiano, Milano 1940, ad nomen. (14) “ I Senatori del Regno, nomina, convalidazione, giura­mento, dimissioni, decadenza ”, Segretariato generale del Senato, Roma 1934, voi. I, p. 209; voi. II, p. 510. (ls) S. cannarsa: “ Senato e Camera nei loro rapporti e conflitti (1848-1948)”, Scarano, Roma 1955, parte II.

(16) S. cannarsa, ibidem, p. 173.

(17) S. cannarsa, ibidem, cap. III.

(18) C. ghisalberti: “Storia costituzionale d'Italia”, La-terza. Bari 1974, p. 198.

(19) T. martello: “ La decadenza dell'Università Italiana ”, Monti, Bologna 1890, p. 133.

(20) S. cannarsa, rif. (15), pp. 33-34.

(21) Rif. (7): puntini di sospensione nel testo.

(22) S. cannizzaro, rif. (2), pp. 49-51.

(23) R. romanelli: “ L'Italia liberale ”, Mulino, Bologna 1979, p. 44.

(24) Senato del Regno, Discussioni, tornata del 24 luglio 1879.

(25) S. cannizzaro, rif. (2), p. 52.

(26) Senato del Regno, Discussioni, tornata 'del 14 gennaio 1880.

(27) Senato del Regno, Discussioni, tornata del 14 luglio 1898.

(28) R. romanelli, rif. (23), p. 38.

(29) Senato del Regno, Discussioni, tornata del 12 dicembre 1885.

(30) S. cannizzaro: “ Sulla scuola di applicazione dei tabac­chi in Francia e sul laboratorio chimico annesso ”, Ministero delle Finanze, Roma 1879, p. 20.

(31) S. cannizzaro, Gazz. Chim. Ital. 1, 407-421 (1871), ci­tato alla p. 415.

(32) G. verucci: “L'Italia laica prima e dopo l'unità”, Laterza, Bari 1981, p. 71.

(33) C. pighetti: “ Carlo Matteucci e il Risorgimento scien­tifico ”, Università degli studi di Ferrara, Ferrara 1976, p. 4.

(34) L. cerruti, Chimica e Industria 64, 667 (1982).

(35) L. cerruti, A. carrano, Chimica e Industria 64, 742 (1982).

(36) L. cerruti, Chimica e Industria 65, 645 .(1983).