John von Neumann: una biografia 

Seconda parte, di Cristina Marchiol :

John von Neumann – Negli Stati Uniti, tra guerra e computer
 


Indice generale della biografia


2.10 Un difficile equilibrio

L’approccio di von Neumann alla ricerca e la sua adesione ai valori della nuova patria, gli permisero di affrontare, a differenza di altri suoi colleghi, i limiti della ricerca scientifica nell’ambito militare e industriale. Infatti, svolse ricerche coperte dal segreto e dai brevetti e rinunciò alla pubblicazione dei risultati e alla loro diffusione nella comunità scientifica internazionale. D’altro lato, la ricerca era limitata a programmi orientati verso la tecnologia, rinunciando alla libertà scientifica ed aderendo ad una concezione utilitaristica. Anche se egli collaborò più volte con imprese private come consulente, difese rigidamente la divisione di competenze fra la ricerca industriale, quella accademica e quella svolta al servizio del Governo.
Il rifiuto di una visione puramente utilitaristica emerge negli appunti scritti per la dichiarazione davanti al “Comitato speciale” del Senato americano, i cui lavori portarono alla legge per l’energia atomica. Qui von Neumann, richiamandosi ad una visione genuinamente classica della scienza, metteva in guardia contro possibili errori nell’ambito dell’intervento delle agenzie governative (e, in particolare, militari) nella direzione della ricerca scientifica e nella progettazione della politica nazionale. La ricerca scientifica doveva basarsi soprattutto su due pietre angolari: la libertà nella scelta dei temi della ricerca di base, e la libertà di pubblicare i suoi risultati.

Questo avvertimento si univa ad una posizione radicalmente ostile ad ogni intralcio nella ricerca militare: si trattava di un equilibrio assai difficile, poiché molte delle sue ricerche furono mantenute segrete per le loro implicazioni militari. L’equilibrio era reso ancora più difficile se si considera che la sua difesa della ricerca in ambito militare e il suo rifiuto del puro utilitarismo, convivevano con una concezione radicalmente liberista, anche sul terreno della ricerca nucleare.
Era cosciente che una politica irresponsabile o brutale combinata con la fisica nucleare poteva rendere la superficie della terra inabitabile, ma la regolamentazione della scienza non poteva andare troppo in là.

Di fatto, egli difese la legittimità dei rischi dei test nucleari, anche dopo alcuni incidenti, e si oppose alla elaborazione di un rapporto per l’ONU sui rischi della pioggia radioattiva, considerandolo contrario agli interessi degli Stati Uniti.

 

2.11 La democrazia liberale e l’elite scientifica

Le scelte di von Neumann furono probabilmente sempre dettate da convinzioni radicate in una visione etica ben precisa, e in particolare nel valore primario della democrazia liberale, che considerava un bene da difendere ad ogni costo. La democrazia liberale si fonda sul primato dell’individuo e von Neumann aveva tutti gli strumenti culturali, caratteriali e di competenze per emergere ed esprimersi al meglio. Secondo John Stuart Mill, teorico del liberalismo, “il genio può respirare liberamente soltanto in una atmosfera di libertà” e questo fu quello che fece von Neumann. Inoltre, von Neumann concordava con la convinzione di Mill che la regolamentazione della scienza da parte dello Stato è necessaria soltanto per evitare danni all’umanità. È certo che la scienza e la visione scientifica delle cose furono il centro di gravità di tutti i sui pensieri. Di qui la convinzione profonda che ogni questione potesse essere risolta o avviata ad una risoluzione quanto meno ragionevole e accettabile purché fosse affrontata secondo i principi della razionalità scientifica. Da questa convinzione nasce il ruolo centrale che egli attribuiva alla comunità scientifica come guida illuminata della società. Così può essere spiegata anche la sua adesione entusiastica agli ideali della società americana.

Abraham Pais (1918-2000), olandese di origine ebrea, collega di A. Einstein a Princeton, ricordava: “La percezione diffusa” era quella “dello scienziato non come individuo, ma come membro di una casta, lo sciamano dell’era atomica”.

Il peso crescente che assumevano personaggi di estrazione scientifica come von Neumann, in stretto collegamento con l’apparato militare e industriale, determinò la formazione di una élite scientifico-tecnologica che finì per esercitare un potere smisurato, capace non soltanto di contendere spazi al potere politico, ma persino di condizionarne le scelte. Tale rischio fu riconosciuto dall’ex-Presidente Eisenhower, durante un suo discorso del 1961 (nel 1960 era scaduto il suo secondo mandato ed era stato eletto John Fitzgerald Kennedy).

Un esempio dell’influenza che gli scienziati hanno esercitato in passato è quello del comitato chiamato ad esprimersi dal Presidente americano Truman sull’uso della bomba atomica nel conflitto con il Giappone. Il comitato non poteva essere obiettivo in quanto non disponeva di tutte le informazioni e, di conseguenza, non era nelle condizioni di dare un eventuale giudizio neutrale.
La società in cui viviamo è sempre più complessa e diventa inevitabile il ricorso alla collaborazione degli specialisti da parte del potere politico. Si parla di élite scientifica e tecnologica perché è composta sia da scienziati, che in Italia provengono principalmente dal mondo accademico, che da “tecnici” che provengono dall’imprenditoria privata, i quali, utilizzando la leva del “parere tecnico” possono influenzare nel bene e nel male le decisioni politiche.

Anche ai giorni nostri, rimane il pericolo che la politica pubblica ponga totale fiducia in una élite scientifico-tecnologica, in grado di fornire da sola tutti gli strumenti per una gestione razionale e “giusta” della società.


 

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