John von Neumann: una biografia 

Seconda parte, di Cristina Marchiol :

John von Neumann – Negli Stati Uniti, tra guerra e computer
 


Indice generale della biografia


2.8 La Big Science

Nel dopoguerra, militari, uomini politici e opinione pubblica erano consapevoli che i risultati della ricerca scientifica, dal radar alla bomba, erano stati decisivi per l’esito della guerra. Ciò dava agli scienziati un credito indiscusso. Sulla scorta del prestigio acquisito durante la guerra, ebbero buon gioco nel chiedere risorse e finanziamenti. L’accelerazione imposta dalle necessità belliche portò alla maturazione del fenomeno della Big Science, l’organizzazione e la realizzazione di progetti di ricerca che impiegavano capitali su scala mai vista prima. Il “Progetto Manhattan” ne era stato il prototipo. Dopo l’esperienza di questo progetto scientifico, la potenza di un paese sarebbe dipesa dal grado del suo progresso scientifico.

Quest’impresa collettiva che portò tra il 1942 ed il 1945 alla costruzione dei primi ordigni nucleari, conciliava la creatività di gruppo con la rigidità dei vincoli militari. Come illustrato nei paragrafi precedenti, il contributo degli scienziati europei fu determinante, perché esportarono negli Stati Uniti una cultura ed una tradizione orientate all’organizzazione della creatività collettiva, originata nei centri di ricerca artistica e scientifica del vecchio continente. Le peculiarità organizzative che erano state sviluppate in questi centri e che furono replicate nel “Progetto Manhattan” furono: interdisciplinarietà, informalità, stile di leadership carismatico-partecipativo, forte senso di appartenenza alla comunità scientifica. Trapiantata a Los Alamos, questa cultura fu potenziata dalle enormi disponibilità finanziarie statunitensi, da una struttura logistica protetta e pensata ad hoc, da una spinta ideologica in cui l’orgoglio scientifico e l’obiettivo patriottico si esalteranno a vicenda.

2.9 La guerra fredda

Oppenheimer, come presidente di un consiglio di consulenza sul disarmo creato da Eisenhower nel 1953, chiese al Presidente di rendere pubblica la discussione sugli armamenti. Nello stesso anno Oppenheimer fu dichiarato pericoloso per la sicurezza del paese dalla “Commissione dell’energia atomica”; fu accusato di tentare di affondare il programma della bomba H e di cospirare con elementi comunisti. Una commissione d’inchiesta, dopo un lungo e difficile processo, assolse Oppenheimer dalle accuse nel giugno 1954. Von Neumann fu scosso dalle accuse al collega Oppenheimer e nella sua dichiarazione di fronte alla commissione d’inchiesta lo appoggiò. Nonostante questa esperienza, von Neumann si oppose a qualsiasi politica di disarmo o anche di controllo degli esperimenti atomici.

Ricordiamo che nel 1955 era stato nominato membro della “Commissione dell’Energia Atomica” (AEC). Nello stesso anno, in una conferenza su “L’impatto dell’energia atomica sulle scienze fisiche e chimiche” tenuta al MIT (Massachusetts Institute of Technology), egli parlò delle nuove responsabilità dello scienziato nell’era atomica e della necessità che questi non fosse soltanto competente nella sua disciplina, ma anche nella storia, nel diritto, nell’economia e nell’amministrazione. In tal modo, egli difendeva il ruolo che poteva essere assolto da una élite di alto livello, capace di giudicare e decidere razionalmente la politica più favorevole per il paese. Il ruolo della scienza non si restringeva allo sviluppo della tecnologia, ma investiva i processi di decisione e di direzione della politica e della società.

La sua visione politica si basava due elementi: il predominio dell’analisi logica e strategica, che trovavano la loro realizzazione nella teoria dei giochi; la fedeltà alla causa della sua nuova patria. La conoscenza delle caratteristiche degli ordigni atomici (effetti distruttivi immediati e di massa) e la sua fiducia nell’analisi dei sistemi e nell’analisi operativa, lo portarono ad appoggiare l’idea di equilibrio strategico del terrore.

Von Neumann conduceva il suo lavoro scientifico in modo ottimistico, ma non ignorava le potenzialità negative. In un articolo di studi strategici pubblicato sulla rivista Fortune nel giugno del 1955, egli si pose la domanda “Potremo sopravvivere alla tecnologia?”. In tale articolo affermava che le tecnologie sono sempre costruttive e utili, direttamente o indirettamente, ma le loro conseguenze tendono ad aumentare l’instabilità. In altre parole, considerava la tecnologia e le scienze come neutre, nel senso che potevano essere usate per fare del bene o per fare del male. I nuovi strumenti tecnologici, che avevano permesso la creazione delle armi nucleari e forse un giorno il controllo del clima, sarebbero stati sicuramente usati e avrebbero modificato le relazioni sociali e politiche, richiedendo nuove forme politiche.

“Tutto il globo sta rapidamente maturando una crisi”. Sottolineò che la crisi dell’umanità “non nasce da eventi casuali o da errori umani. È inerente alla relazione della tecnologia con la geografia da una parte e con l’organizzazione politica dall’altra. La tecnologia che si sta sviluppando e che dominerà nei prossimi decenni sembra essere in totale conflitto con le unità ed i concetti geografici e di politica tradizionali e momentaneamente ancora validi. Questa è la crisi della tecnologia che sta maturando. Sarà quindi necessario sviluppare nuove forme politiche e procedimenti. Tutte le esperienze mostrano che cambiamenti tecnologici anche più piccoli di quelli in programma, trasformeranno profondamente le relazioni politiche e sociali”. “Non c’è cura per il progresso” perché il progresso non può essere fermato. “I problemi del futuro dell’umanità”, scrisse concludendo con una nota di ottimismo, “non possono essere risolti con una singola ricetta, ma solo con opportune misure, giorno per giorno, e con la fiducia nelle qualità umane necessarie: pazienza, flessibilità, intelligenza”.

Il messaggio era che si può lasciare alle spalle le crisi e vivere il progresso scientifico e tecnologico solo se si combina con una flessibile attività statale e di pubblica amministrazione, come pure con il progresso sociale. Questo accade solo se scienziati, ingegneri e politici si capiscono e cooperano.
 


 

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