Scuola Interateneo di Specializzazione per la Formazione degli Insegnanti della Scuola Secondaria

Anno Accademico 1999-2000

Corso di Storia ed Epistemologia delle Scienze

 

Raffaella Romeo                         Stefania Silvestri

 

FALLIMENTO SCIENTIFICO DEL CONCETTO DI RAZZA

NELL’UOMO

 

Materiali SISS | Home Page


Segue il testo originale delle due Autrici


 

SIS – A.A.1999-2000

Indirizzo Scienze Naturali (A060)

 

TESINA D’ESAME

STORIA ED EPISTEMOLOGIA DELLE SCIENZE

(I MODULO)

 

 

 

 

FALLIMENTO SCIENTIFICO

DEL CONCETTO DI RAZZA

NELL’UOMO

 

 

 

Specializzande:     - Raffaella Romeo

- Stefania Silvestri

La campana suona a morto per la scienza

quando si sopprime la libertà di pensiero

Franz Boas, 1938

Introduzione

Origine storica dei concetti di razza e razzismo

Sebbene l’origine della parola "razza" si faccia risalire al secolo XV (non è chiaro se provenga dal latino "generatio" oppure "ratio" nel significato di natura, qualità), lo studio delle razze umane è molto più antico.

Gli antichi Egizi, probabilmente furono i primi a tentare una classificazione delle popolazioni umane basata sul colore della pelle. Alcune parole scritte su una stele rinvenuta nel Sud dell'Egitto, risalente al XIX secolo a. C. legittimano una delle prime discriminazioni tra gli uomini, in base al colore della pelle:

"Frontiera Sud. Questo confine è stato posto nell'anno VIII del Regno di Sesostris III, Re dell'Alto e Basso Egitto, che vive da sempre e per l'eternità. L'attraversamento di questa frontiera via terra o via fiume, in barca o con mandrie, è proibito a qualsiasi nero, con la sola eccezione di coloro che desiderano oltrepassarla per vendere o acquistare in qualche magazzino".

Il greco Erodoto (V secolo a.C.) descrisse il nome, la posizione geografica, i costumi e l’aspetto fisico di un gran numero di popoli e, nonostante alcune sue informazioni derivino da leggende o superstizioni, si può considerare il padre, non solo della storia, ma anche dell’antropologia.

Anche gli antichi Greci e Romani facevano riferimento al colore della pelle per distinguere le diverse tipologie di umani. I greci consideravano con disprezzo qualunque straniero: li chiamavano "barbari", cioè balbettanti perché non sapevano parlare greco.

Le prime classificazioni tassonomiche si possono far risalire ad Aristotele (IV sec. a.C.).

Il naturalista Plinio il Vecchio (I sec. d.C.) diede una spiegazione delle differenze fisiche tra gli africani gli europei, pensando che fossero una conseguenza diretta del clima.

Un maggior contributo venne dato dopo che si furono accumulate sufficienti conoscenze geografiche e cioè dal Settecento, quando era anche fiorente l’interesse per la classificazione di animali e piante.

Infatti, in questo periodo, comparvero vari elenchi di razze, o varietà, ad esempio ad opera di Linneo (1707-1778) e dell’anatomista tedesco J. F. Blumenbach (1752-1840). Egli affermò che la specie umana è una sola, suddivisa in cinque varietà: caucasica, mongolica, etiopica (comprendente tutti gli africani), americana e malese (abitanti delle isole del Sud Est asiatico e della parte di Oceania allora conosciuta); riteneva, inoltre, che il colore originario della specie umana fosse il bianco. La caratteristica umana più appariscente, il colore della pelle, aveva già un ruolo dominante.

ESEMPI DI CLASSIFICAZIONE DELLE RAZZE

LINNEO (1758)

BLUMENBACH (1781)

homo europaeus

Homo asiaticus

Homo afer

Homo americanus

Caucasico

Mongolico

Malese

Etiopico

Americano

 

Il razzismo è comunque più vecchio di queste ideologie ed è probabilmente antico quanto l’umanità. Probabilmente in qualunque gruppo etnico è sempre esistito un orgoglio di gruppo che ha reso difficili i confronti obbiettivi con altri gruppi.

Si può dire che si iniziò a parlare di razzismo dal XVIII secolo, a seguito delle scoperte geografiche e del periodo di intensa colonizzazione che coinvolse l’Europa. Iniziarono, infatti, ad essere elaborate delle teorie apparentemente "scientifiche", attraverso le quali si tentava di trovare nella genetica, la ragione dell'inferiorità sociale e la giustificazione delle imprese coloniali, compiute in nome di un "bisogno" di aiuto da parte dei popoli sottomessi.

All’inizio dell’Ottocento, furono suggeriti altri sistemi per distinguere le razze umane.

L’anatomista svedese Anders Retzius (1796-1860), discostandosi dal criterio del colore della pelle (insoddisfacente) per la classificazione delle razze, introdusse l’indice cefalico (rapporto tra la larghezza e la lunghezza del cranio). Tale misura ebbe un enorme successo nell’antropologia fisica, per la semplicità delle misurazioni, in individui viventi e non (i crani fossili), e per la precisione che sembrava avere, sebbene, dopo la seconda guerra mondiale, ne furono riconosciute la bassa ereditarietà e la sensibilità agli effetti ambientali a breve termine.

Le teorie relative alla superiorità e inferiorità razziale trovarono la loro espressione sistematica solo verso la metà del diciannovesimo secolo e si divisero in due correnti principali:

Mentre l’abolizione della schiavitù negli Stati Uniti fece scomparire le ideologie dei primi teorici della razza sia americani che inglesi, in Europa, le tesi razziste di Gobineau e altri, nonostante prive di qualsiasi fondamento, riscossero un grande successo, specie in Germania, dove divennero un caposaldo dell’ideologia nazista e una delle cause determinanti dell’olocausto della II guerra mondiale.

Fu in questo momento che venne coniato il termine razzismo per indicare l’utilizzazione del concetto di razza ai fini politici.

Lo sviluppo dell'idea di razzismo, trova la sua massima espressione nel XX secolo, con la combinazione di colonialismo, urbanizzazione, spinte nazionalistiche e, soprattutto, con lo sviluppo scientifico e medico. Infatti, si cercarono appigli scientifici in discipline come l'antropologia e la biologia per affermare l'origine genetica delle differenze razziali, che avrebbero fornito una potente arma alla propaganda nazista. L'intero mondo scientifico medico-biologico ne fu coinvolto, più o meno consapevolmente; anche teorie palesemente interessate agli individui, piuttosto che allo studio delle razze, furono manipolate al punto da essere determinanti nell'ascesa e nell'affermazione popolare del pensiero razzista (emblematici in tal senso i darwinisti sociali e l'eugenetica).

Le varie teorie medico-scientifiche, assunsero un carattere più drammatico quando la creazione dello stereotipo razziale venne a fondersi non solo sulla distinzione delle razze, ma anche su quella delle culture, in particolare la filologia e la linguistica.

CONFUTAZIONE DEL CONCETTO DI RAZZA

Il concetto di razza è ormai decisamente superato e già da molti anni sarebbe dovuto scomparire, poiché la sua indefinibilità non gli consente di avere validità scientifica.

Già all’inizio dell’800, mentre alcuni studiosi misero in discussione la completa interfertilità entro la nostra specie, e quindi l’idea di una specie umana unica, altri studiosi, di fronte alle frustrazioni incontrate nella impossibilità di definire i gruppi di razze, iniziavano a condividere l’opinione che la razza fosse puramente un concetto ipotetico dal momento che era estremamente raro che un individuo possedesse tutti i tratti caratteristici di una delle razze individuate.

In merito a queste posizioni contrapposte, intervenne

Charles Darwin

(1809-1882),

che, nel libro L’origine dell’uomo e la scelta in rapporto al sesso (1871), enumerò le argomentazioni pro e contro un’interfertilità completa tra gli esseri umani. Sfidando le testimonianze contrarie del suo tempo, Darwin concluse che la specie umana è probabilmente una sola, dal momento che "ogni razza confluisce gradualmente nell’altra" e che

"le razze umane non sono abbastanza distinte tra loro da abitare la stessa regione senza fondersi; e l’assenza di fusione offre la prova usuale e migliore della distinzione tra specie".

Egli affermò poi che le differenze tra le razze, anche se vistose, sono perlopiù irrilevanti, mentre vi è una grande uniformità nelle caratteristiche veramente importanti, comprese quelle mentali: nonostante le differenze esteriori tra aborigeni americani, neri africani ed europei egli era "continuamente colpito ... dai tanti piccoli aspetti del carattere che dimostrano quanto le loro menti siano simili alle nostre".

Riguardo ai problemi di classificazione, Darwin citava dodici autori nessuno dei quali concordava sul numero di razze esistenti (da 2 a 63): questo disaccordo era una prova ulteriore del fatto che "è difficile scoprire caratteri distintivi chiari" tra le razze, poiché esse "confluiscono gradualmente l’una nell’altra".

Per quanto riguarda l’origine della variabilità, Darwin credeva che "non si possono spiegare in modo soddisfacente le differenze dei caratteri esteriori tra le razze umane imputandole all’azione diretta delle condizioni di vita; le differenze tra le razze umane come il colore della pelle, la pelosità, la fisionomia, ecc…, sono di tipo tale che ci si sarebbe potuto aspettare sopravvenissero per influenza della selezione sessuale".

Darwin non si limitò alla biologia, ma intravide anche il legame tra dimensione biologica e storia della cultura umana. Intorno alla metà del secolo scorso, periodo in cui venne pubblicato "L'origine delle specie", malgrado molti fossero effettivamente già convinti che gli organismi viventi subissero continue modifiche delle proprietà biologiche, l'idea che si potesse, ripercorrendo la storia della vita, risalire a un progenitore comune, ebbe un impatto enorme e provocò grandissime controversie.

Nella sua genialità, la teoria di Darwin, sebbene avesse già accertato che le variazioni somatiche acquisite nel corso della vita di un individuo - quali le amputazioni, le modifiche causate dall'uso o dal disuso, o da una malattia ecc. - non sono ereditabili, non era sufficiente a spiegare il processo evolutivo, l'insorgere delle differenze e la diversità biologica.

 

L’antropologo americano Franz Boas è stato tra i primi a mettere in dubbio la stabilità evolutiva delle variazioni fenotipiche quantitative come la statura, le misure somatiche e in generale la maggior parte dei caratteri antropometrici, opponendosi in modo coraggioso al razzismo sia popolare che scientifico del suo tempo.

 

 

FRANZ BOAS

(1858 – 1942)

nacque il 9 luglio 1858 a Minden, in Germania. Studiò alle Università di Heidelberger e di Bonn prima di recarsi a Kiel dove, a 23 anni, gli fu conferito il dottorato in filosofia. L’argomento della sua tesi, "Contributo alla comprensione del colore dell’acqua", aveva a che fare soprattutto con la fisica; fu, però, la geografia, che vi figurava in modo limitato, ad influenzare la futura carriera di Boas, per quanto egli si servì con profitto, nelle sue ricerche sulle differenze razziali e l’ereditarietà umana, anche di quella preparazione matematica che gli aveva dato lo studio della fisica.

Oggetto dei suoi interessi era soprattutto la geografia umana o culturale e ciò lo condusse logicamente alla nuova disciplina dell’antropologia.

Tra il 1883 e il 1884, per motivi di studio si recò nelle regioni artiche (Isola di Baffin) dove rimase affascinato dalla cultura eschimese, così diversa da qualsiasi altra a lui nota, eppure così ben adattata al duro ambiente e soddisfatta nelle sue esigenze. Il compito di dare una spiegazione alle analogie e differenze culturali tra popolazioni diverse per tipo fisico e habitat naturale lo assorbì completamente e gli pose problemi allo studio dei quali dedicò il resto della vita.

Boas visitò per la prima volta gli Stati Uniti nel 1884 di ritorno dalla spedizione tra gli eschimesi. Aveva, nel frattempo, accettato un lavoro presso il Museo etnologico di Berlino e intrapreso anche la carriera universitaria (ottenendo una cattedra), ma la libertà di cui godeva il mondo intellettuale americano in confronto alla rigidità del sistema gerarchico tedesco lo attirò tanto che nel 1887 si stabilì a New York dove entrò nella redazione della rivista "Science" e si sposò.

E’ in questo periodo che iniziò i suoi famosi e approfonditi studi sugli usi e costumi degli indiani Kwakiutl, nativi della costa del pacifico settentrionale del Canada (British Columbia e Isola di Vancouver).

Nel 1889 ricevette il primo incarico accademico americano come insegnante di antropologia alla Clark University, rimanendovi fino al 1892 quando si trasferì a Chicago, dove divenne membro direttivo della World Columbian Exposition e in seguito del Museo Field. Ritornò a New York nel 1896 per lavorare al Museo americano di Storia Naturale. Dal 1899 al 1905 conservò l’incarico al Museo insieme con la cattedra di antropologia alla Columbia University.

Boas organizzò e prese parte alla spedizione Jesup North Pacific del 1902, che supportava l’ipotesi di uno stretto legame tra le popolazioni e le culture nordasiatiche e del nord-ovest americano.

Fu presidente dell’Associazione Americana di Antropologia nel 1907 e 1908 e dell’Accademia delle Scienze di New York nel 1910.

Dopo il 1905 si dedicò però quasi esclusivamente all’insegnamento universitario e fu il maestro di quanti, con lui, ebbero una gran parte nella costituzione della disciplina antropologica.

Si ritirò nel 1937, cinque anni prima della sua drammatica morte, avvenuta nel 1942, durante un pranzo da lui stesso offerto al Columbia Faculty Club in onore del suo amico Paul Rivet, un professore di Parigi perseguitato da quel nazismo, le cui perversioni razziali Boas aveva combattuto con le sue teorie.

Era un infaticabile lavoratore, dalla sua penna sono scaturite numerose monografie, nonché articoli su pubblicazioni scientifiche e riviste. Tra i suoi scritti ricordiamo: The Growth of Children (1896), The Mind of Primitive Man (1911), Anthropology and Modern Life (1928), Race, Language, and Culture (1940).

Egli è stato un pioniere nell’utilizzare un approccio scientifico negli studi antropologici. Inoltre, grazie ai suoi studi, mise in evidenza la necessità di studiare delle diverse popolazioni la cultura in tutti i suoi aspetti, inclusa la religione, l’arte, la storia e il linguaggio, allo stesso modo delle caratteristiche fisiche, introducendo un metodo che ancora oggi continua a avere un ruolo centrale in questo campo.

Una delle conclusioni più importanti a cui arrivò fu che non esiste una razza pura e che nessuna razza è superiore ad un’altra.

"Troppi studi sulle caratteristiche psichiche delle razze si basano prima di tutto sulla presunta superiorità del tipo razziale europeo e poi sull’interpretazione di ogni deviazione da questo come segno di inferiorità mentale. Quando il prognatismo dei negri viene interpretato in tal senso, senza che si sia provata una connessione biologica tra la forma delle mascelle e il funzionamento del sistema nervoso, si commette un errore paragonabile a quello di un cinese che descrivesse gli europei come mostri irsuti, il cui corpo villoso è una prova di inferiorità. Questo è un ragionamento di tipo emotivo, non scientifico."

" … Ciò nonostante , si tende a dare una base biologica a classificazioni cui si è giunti in maniera del tutto irrazionale …"

Il libro "L’uomo Primitivo" di Franz Boas può essere considerato il suo libro più popolare; pubblicato nel 1911(in tedesco nel 1914 con il titolo più esplicito "Kultur und Rasse"), dal momento della sua comparsa divenne bersaglio preferito dei sostenitori della tesi della superiorità razziale (fu uno dei volumi che i nazisti diedero alle fiamme il 10 maggio 1943); venne aggiornato in successive pubblicazioni che tenevano conto dei risultati delle ricerche svolte nel frattempo. I risultati definitivi confermarono le conclusioni iniziali:

"… abbiamo dimostrato che la forma corporea non può essere stabile in senso assoluto e che le funzioni fisiologiche, mentali e sociali, dipendendo dalle condizioni esterne, sono assai variabili, tanto da non sembrare plausibile un’intima relazione tra razza e cultura."

"Non c’è alcuna differenza fondamentale tra il modo di pensare dell’uomo primitivo e quello dell’uomo civile. Né s’è mai potuto accertare uno stretto rapporto tra razza e personalità. Il concetto di tipo razziale quale si ritrova comunemente anche nella letteratura scientifica è fuorviante e richiede una nuova definizione sia logica che biologica".

Nell’edizione del 1911 c’era già quell’interesse per i processi ereditari che Boas avrebbe coltivato e messo ancora più in rilievo nell’edizione definitiva. Lo studio genetico dell’uomo era ancora agli inizi quando esce l’edizione del 1938.

Nel considerare l’aspetto culturale dell’esperienza umana, Boas fu geniale. La sua tesi per cui razza, linguaggio e cultura sono considerati delle variabili indipendenti, ossia che ad una stessa razza può corrispondere una o altra lingua una o altra cultura, è ampiamente documentata, sulla base di un’analisi comparativa molto accurata (dai Vedda di Ceylon ai negri d’America, dagli Eschimesi alle tribù della California, agli Europei in varie epoche). La maggior parte delle sue argomentazioni sulle conquiste culturali dell’uomo primitivo e gli esempi che egli dà sono diventati assiomatici in antropologia.

Nel lavoro intitolato Changes in the Bodily Form of Descendants of Immigrants del 1940, che presenta i risultati di uno studio condotto dall’autore per la Dilligham Commission on Immigration del Congresso degli Stati Uniti, Boas esaminò l’influenza svolta dall’ambiente sui tratti somatici ereditari: confrontando le caratteristiche fisiche dei figli degli immigrati negli Stati Uniti con quelle dei parenti rimasti nelle zone d’origine, egli mostrò l’importanza degli effetti ambientali a breve termine. Nonostante l’ampiezza di tali effetti ambientali a breve termine sia ben documentata, il suo lavoro, inevitabilmente per quel tempo, era statisticamente debole.

Alcuni dei concetti di Boas non sono più attuali (l’idea stessa di razza) e alcuni termini da lui usati sono caduti in disuso, ma è sorprendente la validità ancora attuale dell’impostazione delle sue tesi di base.

Viene anche ricordato per le seguenti qualità:

 

F. Boas mentre assume una posa di una danza cerimoniale Kwakiutl

 

 

 

Nonostante molti antropologi si rifiutassero di accettare un’interpretazione razziale della storia, non costituivano un gruppo compatto, né uniformi erano i loro tentativi di correggere tali aberrazioni scientifiche. D’altro canto le loro ricerche non tenevano conto in genere delle implicazioni politiche e sociali della dottrina che veniva rifiutata e non potevano appoggiarsi ad alcun lavoro rigorosamente scientifico che traesse le sue conclusioni da un’analisi misurata ed oggettiva.

È stato dunque necessario attendere che la genetica si sviluppasse, sulla base delle leggi di Mendel, al punto da porre il problema dell'evoluzione in termini di geni, cromosomi e mutazioni (a partire dal 1920-1930).

Uno dei pionieri in questo campo fu

Ludwik Hirszfeld

(1884 – 1954),

nato a Varsavia, in Polonia, professore di microbiologia e immunologia, sierologo di fama, co-organizzatore dell’Accademia Polacca delle Scienze. Tra il 1907 e il 1911 lavorò all’Istituto di ricerca di Heidelberg, dove, con alcuni collaboratori studiò i meccanismi che regolano l’ereditarietà dei gruppi sanguigni ABO.

Nel corso della I Guerra Mondiale, come medico al seguito dell'esercito serbo, aveva avuto occasione di verificare, mediante test sierologici, che la distribuzione dei tipi sanguigni A e B variava in modo significativo tra soldati di diversa provenienza etnica e propose un indice biochimico per distinguere le popolazioni sulla base di questi due antigeni.

Egli riconobbe per primo che la chiave per ricostruire una storia biologica dei popoli e degli individui andava ricercata non nel confronto dei tratti fisici, chiaramente influenzati dall'ambiente, ma in sottili differenze chimiche presenti nelle cellule, trasmesse secondo rigorose e prevedibili leggi ereditarie.

Nel 1941, Ludwik Hirszfeld, assieme ad altri quattrocentomila ebrei, fu rinchiuso nel ghetto di Varsavia, dove prestò opera come medico, organizzando, in condizioni sanitarie disastrose, la prevenzione e la cura delle malattie infettive; ciò nonostante, migliaia di persone furono deportate, morirono di epidemie, di freddo e di fame (Hirszfeld stesso perse una figlia, vittima della tubercolosi). Se oggi sappiamo che quanto avvenne allora, parte del merito è anche dovuta ai diari che questo medico polacco tenne in quel tragico periodo.

A partire dagli anni Trenta, l’immunologo americano W. Boyd si servì delle informazioni relative alle frequenze geniche del sistema ABO e degli altri gruppi sanguigni allora conosciuti (MN e P; il sistema RH fu scoperto nel 1940) per ricostruire la storia evolutiva della specie umana e la differenziazione delle razze. Boyd e altri cominciarono anche a studiare gli antigeni ABO nelle mummie, ricerca che incontrò molte critiche a causa delle possibili contaminazioni con antigeni batterici simili e della possibile distruzione degli antigeni ABO da parte di enzimi batterici specifici.

Il contributo di R.A. Fisher (1890-1962) allo studio teorico della struttura del sistema RH e delle sue applicazioni in campo evoluzionistico fu di grande stimolo per le ricerche sui gruppi sanguigni in Gran Bretagna.

Un grande studioso dell’evoluzione umana mediante l’analisi dei marcatori genetici fu l’inglese Arthur Mourant (1904-1994), che migliorò notevolmente la ricerca nel campo della genetica di popolazioni: grazie alla sua esperienza di ematologia genetica, egli poté caratterizzare molti gruppi etnici interessanti. Pubblicò la prima tabulazione moderna di dati di frequenze geniche fornendone un’interpretazione evolutiva (1954).

 

Era stata aperta la strada per lo studio della variabilità genetica umana o polimorfismo.

 

Negli ultimi decenni, la genetica e la biologia molecolare hanno fornito uno strumento potente e prezioso per confrontare differenze e somiglianze profonde a livello molecolare nei gruppi di organismi individui, passo determinante che ha permesso di ricostruire così l'albero filogenetico universale, ovvero di inserire in una scala temporale eventi come la nascita dell’uomo o i principali flussi di espansione e separazione di più gruppi etnici. Infatti, a parità di altri fattori, il tempo trascorso dalla separazione di due popolazioni umane è proporzionale alla differenza nel corredo genetico. Ovvero le caratteristiche genetiche delle due popolazioni tendono a mutare regolarmente nel tempo e tanto più ne è trascorso tanto maggiori saranno queste differenze o, come si dice più propriamente, tanto maggiore sarà la distanza genetica tra le due popolazioni.

 

Si inserisce in questa tipologia di ricerche il lavoro di

LUCA CAVALLI – SFORZA

 

Nasce a Genova il 25 gennaio del 1922 è cittadino italiano e statunitense. Laureatosi in medicina a Pavia (1944), già da studente si occupa di genetica delle popolazioni con Adriano Buzzati-Travesro, raccogliendo enormi quantità di Drosophile sui tini dove fermentava il vino nella cantina della sua villa di famiglia, a Belluno, negli ultimi anni della guerra. Le studiavano al microscopio, poi e facevano riprodurre in barattoli.

Fra il 1948 e il 1950 svolge un incarico di ricerca a Cambridge, dove lavora con uno dei genetisti più bravi del secolo scorso: Ronald A. Fischer. In quei 2 anni, lui che già proveniva da un ambiente in cui aveva studiato genetica delle popolazioni e conosceva l’immunologia e i gruppi sanguigni, su cui aveva fatto ricerca all’Istituto Sieroterapico Milanese compie un lavoro sperimentale sulla genetica dei batteri. Lavorando in quell’ambiente, sviluppò interesse sulla ricerca sui gruppi sanguigni finalizzata allo studio dell’evoluzione umana.

A Cambridge lavorava direttamente a casa del prof. Fischer, allestita a laboratorio dal momento che questo non era fornito dall’Università. Come riferisce C. Cavalli-Sforza, intorno alla casa c’era un giardino bellissimo e

" tra i fiori coltivati c’erano quelli del il pisello odoroso, che erano serviti 100 anni prima all’abate Gregor Mendel per capire le leggi dell’ereditarietà. In casa c’era anche un grande allevamento di topi per gli esperimenti genetici; ne esalava un odore non proprio gradevole che pervadeva ogni angolo".

L. Cavalli Sforza è stato Direttore dei Laboratori di Ricerca di Microbiologia all’Istituto Sieroterapico Milanese e dell'Istituto di Genetica all’Università di Pavia; ha insegnato nelle Università di Cambridge, Parma e Pavia ed è attualmente Professore Emerito (attivo) di Genetica all'Università di Stanford in California (dal 1992).

Da quarant’anni studia l’evoluzione umana ed, a partire dal 1991, si occupa del programma di ricerca sulla diversità del genoma umano, lo "Human genome diversity project" da lui promosso, che punta a ricostruire, attraverso l'analisi del DNA mitocondriale, la mappa delle popolazioni del pianeta. E’ autore di quasi 500 pubblicazioni scientifiche e di alcuni libri, collabora con vari periodici e numerosi sono i riconoscimenti che ha ricevuto, tra cui:

Tra le sue opere apparse in italiano ricordiamo: Analisi statistica per medici e biologi, Introduzione alla genetica umana, Genetica, evoluzione, uomo, La transizione neolitica e la genetica di popolazioni in Europa, Storia e Geografia dei geni umani. Il suo nome è diventato popolare negli ultimi anni grazie a una serie di brillanti pubblicazioni scientifico-divulgative come "Chi siamo", La storia della diversità umana e La scienza della felicità.

 

Luigi Luca Cavalli-Sforza è oggi il massimo esperto mondiale sulla diversità genetica delle popolazioni e su quanto essa ci può dire sull’albero filogenetico dell’umanità. 

Come racconta L. Cavalli-Sforza stesso:

Mi proposi di risolvere il problema di come misurare l'influenza del caso sulla variazione genetica, studiando una popolazione vicina all'università di Parma, dove insegnavo negli anni cinquanta. L'effetto del caso sulle differenze genetiche tra villaggi doveva essere facilmente dimostrabile sulla base di dati demografici, che i registri parrocchiali di nascite, matrimoni e morti, disponibili fin dal 1500, permettevano di ricostruire. Si sarebbe potuto così calcolare l'ipotizzata variazione genetica dovuta al caso, e confrontarla con quella attualmente osservata. Questo lavoro ebbe un bel successo grazie all'aiuto di due giovani allievi: il sacerdote Antonio Moroni e Franco Conterio, oggi entrambi professori a Parma, l'uno di ecologia, l'altro di antropologia. 

Nei lavori di questo tipo, che egli ha così condotto, hanno avuto un ruolo importante le sue ricerche genetiche su popolazioni primitive quali i Pigmei dell'Africa, uno dei pochi gruppi rimasti che vivono di raccolta e caccia.

L’originalità delle sue ricerche sta nel suo approccio interdisciplinare allo studio della storia dell’uomo, secondo cui solo la conoscenza sia dei meccanismi genetici, sia di quelli culturali, ed in special modo linguistici consente di dare una spiegazione convincente dell'evoluzione del genere umano; ha utilizzato la convergenza di dati genetici (studiando il patrimonio genetico di un gran numero di gruppi etnici diversi e più di cento differenti alleli) e dati acquisiti da altre scienze (archeologia, linguistica, antropologia, storia, demografia e statistica) per ricostruire un albero completo della discendenza dei popoli, nel quale geni e linguaggi vanno di pari passo, fornendo in modo evidente la prova della nostra "co-evoluzione" genetica e culturale e riuscendo, fra l'altro, a liberare da presupposti erronei la controversa nozione di razza.

Tale lavoro si è concretizzato nel 1994 in The History and Geography of Human Genes ("Storia e geografia dei geni umani") la più famosa fra le sue pubblicazioni, che riporta un’impresa magistrale, compiuta inseguendo il sogno di individuare il luogo di origine della specie umana e ricostruire le vie attraverso le quali questa ha successivamente popolato tutto il mondo.

 

SCHEDA TECNICA

Lo studio dei polimorfismi su scala mondiale

Per arrivare alla ricostruzione di un tale albero genealogico dell’umanità bisogna disporre di informazioni sulla distribuzione geografica di singoli caratteri ereditari per tutte le popolazioni del mondo o quasi. Con tale obiettivo, a partire dal 1977, Cavalli-Sforza, Paolo Menozzi, professore di ecologia a Parma, e Alberto Piazza, professore di genetica a Torino hanno iniziato a realizzare una enorme banca dati, la più completa esistente al mondo, nella quale sono stati immagazzinati tutti i dati disponibili in bibliografia sulle frequenze genetiche di più di 100 caratteri ereditari rilevati da circa 3000 campioni di 1800 popolazioni diverse. Quindi hanno cartografato la distribuzione di centinaia di geni su scala mondiale, per dedurre dal confronto delle mappe le linee filogenetiche delle popolazioni Sulla base di questi dati è iniziata l’analisi sulla distanza genetica tra le popolazioni.

Un esempio semplice di questo tipo di analisi è quello del fattore Rh, che viene ereditato come positivo o negativo. Si può stimare l’affinità genetica sottraendo, ad esempio, la percentuale di individui Rh negativi tra gli inglesi (16 per cento) dalla stessa percentuale per i baschi (25 per cento). Il risultato è una differenza di nove punti percentuali. Se facciamo lo stesso considerando gli inglesi e gli asiatici dell’estremo oriente otteniamo una differenza di sedici punti percentuali, che indica una differenza, o distanza genetica, maggiore.

Tecniche di questo tipo, di tassonomia numerica, si basano su elaborazioni statistiche complesse e indici numerici derivati dai livelli di similarità (o di diversità) tra tutte le popolazioni prese in esame e valutate le une contro le altre; consentono, tenendo conto di quanto differente è la frequenza di determinati caratteri ereditari ricordando che tale differenza è proporzionale anche il tempo trascorso, di ricostruire gli alberi genealogici più probabili che descrivono le "relazioni di parentela" tra le popolazioni umane moderne, nei quali si distinguono i punti di divisione tra di esse.

Questo albero mostra chiaramente un’origine comune di tutti gli uomini moderni (la data di apparizione dell’uomo moderno è stimata tra i 60.000 ed i 100.000 anni fa), considerati i discendenti di un unico gruppo di uomini che dall’Africa, attraverso lo stretto di Suez, e forse dall’Etiopia, entrarono in Medio Oriente.

La conferma dell’origine africana della nostra specie deriva dal fatto che la distanza genetica tra africani e non-africani supera notevolmente quella calcolata in tutti gli altri raffronti tra differenti popolazioni geografiche umane (ed è ciò che è lecito aspettarsi partendo dal presupposto che nella nostra evoluzione la separazione umana più antica sia stata quella avvenuta tra un ceppo africano e un ceppo non-africano).

L'albero genealogico così costruito, attraverso tecniche molto simili, è stato quindi messo in rapporto con una enorme quantità di dati demografici, archeologici, linguistici. E la sorprendente conclusione è che i due alberi, quello genetico e quello linguistico, se sovrapposti coincidono quasi perfettamente (un fatto questo che già Charles Darwin aveva previsto). La conclusione immediata è che, mentre nuovi gruppi umani si spostavano verso nuove terre, anche la lingua si differenziava in modo corrispondente

La rappresentazione grafica dei risultati è fornito dalle "mappe" (vedi esempio in allegato 1) ottenute mediante un’altra metodologia statistica che, applicata ai dati genetici, fornisce una rappresentazione multidimensionale dei fattori che giocano un ruolo significativo nel determinare i livelli di variabilità genetica.

 

Così Paolo Menozzi spiega i concetti piuttosto complicati che sono alla base della loro teoria:


"Gli organismi sono costruiti a partire dal DNA che ne rappresenta il progetto. Questo progetto, a differenza dei progetti di un geometra, di un ingegnere o di un architetto che non cambiano, è scritto su una lunga molecola chimica ed ha delle sue regole con cui viene copiato e trasmesso alla generazione successiva, e con cui si modifica. Le regole con cui si modifica cambiano a seconda del pezzo del progetto che noi guardiamo. Dal momento che si modifica, guardando al progetto come è adesso noi vediamo una sezione nel tempo. E' un po' come fare una fotocopia che di mano in mano che viene rifotocopiata peggiora e andando avanti col tempo può diventare abbastanza diversa da quella originaria. Così avviene anche per gli organismi: guardando una copia del progetto di un organismo e confrontandolo con quello di un altro si può capire quale è il percorso che porta all'antenato comune. Questo è l'idea dietro al fatto di utilizzare i profili genetici delle popolazioni per studiare la storia naturale degli organismi.(...)".

 

"Storia e geografia dei geni Umani" rappresenta non solo il primo atlante genetico del mondo; il quadro che ne emerge è una illuminante storia del mondo, delle relazioni tra uomo e ambiente e dei rapporti tra cultura e genetica ma anche un potente strumento preventivo per contrastare qualsiasi tendenza che tenda a far rivivere il mito dell’esistenza di razze all’interno della specie umana.

Infatti, una conseguenza fondamentale a questi risultati è stata che dal punto di vista genetico, il concetto di razza umana non ha più ragione di esistere, in quanto non sostenuto da alcuna evidenza. Al contrario, tutti i dati analizzati, portano verso un elevato grado di similarità genetica tra i vari gruppi umani. Alcuni caratteri superficiali, quali il colore della pelle, tra i più appariscenti nel distinguere un essere umano da un altro, è anche tra i più fuorvianti. Le stime sul numero di geni presenti nel corredo genetico di ciascuno di noi danno un valore compreso tra gli 80.000 ed i 130.000 geni, mentre il numero di geni che controllano il carattere colore della pelle è 3 o 4. È quindi evidente l’assurdo di usare un campione così piccolo di geni per definire caratteristiche, quali quelle connesse al concetto di razza, che hanno un impatto così importante in molti campi dell’esistenza (sociale, economico, religioso, ecc.).

Come sostiene Cavalli Sforza:

"I gruppi che formano la popolazione umana non sono nettamente separati, ma costituiscono un continuum. Le differenze nei geni all’interno di gruppi accomunati da alcune caratteristiche fisiche visibili sono pressoché identiche a quelle tra i vari gruppi e inoltre le differenze tra singoli individui sono più importanti di quelle che si vedono fra gruppi razziali.(...) Razzismo significa attribuire, senza alcun fondamento, caratteristiche ereditarie di personalità o comportamento a individui con un particolare aspetto fisico. Chiamiamo razzista chi crede che l’attribuzione di caratteristiche di superiorità o inferiorità a individui con un determinato aspetto somatico abbia una sua spiegazione biologica".

"La parola razza stava a significare un sottogruppo di una specie distinguibile da altri sottogruppi della stessa specie. Ma la distinguibilità [...] è inapplicabile nella specie umana perché qualunque sottogruppo, anche un villaggio, è in media distinguibile da un altro, almeno in teoria, senza che ne derivi una gerarchia chiara che permetta di distinguerli. Le migrazioni frequentissime hanno creato una continuità [genetica] quasi perfetta. Anche gli zoologi stanno rinunciando a usare il concetto di razza, perché troppo impreciso. Usiamo invece il concetto di popolazione, che non è biologico, ma statistico: è un gruppo di individui che occupa un'area precisa, qualunque essa sia"

CONCLUSIONI

La xenofobia, gli interessi politici e un insieme di motivi totalmente estranei alla scienza sono alla base del razzismo, la convinzione che alcune razze siano biologicamente superiori alle altre e abbiano quindi un diritto innato al predominio.

Il concetto di razza nella specie umana non ha ottenuto alcun consenso dal punto di vista scientifico e non è probabilmente destinato ad averne da quando la genetica è arrivata a dimostrarne l'inutilità.

Si potrebbe obiettare che gli stereotipi razziali hanno una certa consistenza, tale da permettere anche all’uomo comune di classificare gli individui. Tuttavia gli stereotipi più diffusi tutti basati sul colore della pelle, sul colore e l’aspetto dei capelli e sui tratti facciali, riflettono differenze superficiali che non sono confermate da analisi più appropriate fatte su caratteri genetici (molto più attendibili); l’origine di tali differenze è relativamente recente ed è dovuta soprattutto all’effetto del clima e forse della selezione sessuale, ma, soprattutto, non è significativa rispetto ad alcun connotato psichico o culturale.

Esempio: avere la pelle nera, nonostante sia un fatto macroscopico appariscente, è, in realtà, assai poco significativo dal punto di vista delle reali differenze genetiche tra un bianco e un nero.

Di conseguenza, il tentativo di classificare la specie umana in razze è stato, in realtà uno sforzo inutile: le razze umane sono entità ancora molto instabili nelle mani dei tassonomisti, che ne definiscono da 3 a 60 diverse. Questa differenza di valutazione dipende dalla preferenza personale dei tassonomisti, che possono essere più o meno restrittivi, riunendo o suddividendo gruppi etnici diversi. In realtà, l’analisi evolutiva delle popolazioni umane mostra che è totalmente arbitrario arrestare la suddivisione tassonomica a un livello piuttosto che a un altro, dal momento che la variazione genetica all’interno di uno stesso gruppo è mediamente maggiore di quella tra gruppi diversi e perciò le differenze tra i gruppi maggiori sono modeste se paragonate a quelle entro gli stessi gruppi.

La storia del popolamento umano del mondo è una storia di sfumature progressive e adattamenti culturali e biologici ai diversi habitat che l’uomo andava colonizzando; a nessun livello si possono identificare dei raggruppamenti con le razze.

Su tali basi, seguendo l'intuizione di Darwin, la moderna genetica umana, ha potuto concludere che la suddivisione in razze, in base ai caratteri somatici, è superficiale e biologicamente infondata, mettendo in crisi i razzisti di tutto il mondo:

"La nozione di razza si applica bene ai cavalli e ai cani, ma non può essere trasferita alla specie umana. Se oggi non è più possibile, se non per ignoranza o in mala fede, mantenere una posizione razzista sul piano biologico, rimane diffuso un razzismo di tipo culturale. Si invoca la superiorità della propria cultura per spiegare le ragioni della ricchezza o del successo della società di cui si è parte". (L. e F. Cavalli Sforza, La Repubblica, 1 luglio 1997)

Per concludere, si pone l’interrogativo sul possibile utilizzo di tali conclusioni, alla luce dei recenti e a volte inquietanti sviluppi nel campo delle manipolazioni genetiche; tale riflessione nasce dal fatto che interessi economici e ideologie, da sempre, infrangono la neutralità della scienza e, come ricorda Lewontin, uno dei massimi genetisti mondiali:

" Pensiamo che la scienza sia obiettiva … La scienza è modellata dalla società perché è un’attività umana produttiva che richiede tempo e denaro e dunque è guidata e diretta da quelle forze che nel mondo esercitano il controllo sul denaro e sul tempo … le forze sociali ed economiche determinano in larga misura ciò che la scienza fa e come lo fa".

 

BIBLIOGRAFIA

RIFERIMENTI CARTACEI

 

SITI INTERNET: R

Per l’articolo "Razzismo e medicina" di Aldo Morone

In cui si può trovare una biografia di F. Boas e in cui sono presenti dei links che si riferiscono ad essa

Questo sito presenta una biografia di F. Boas e permette dei collegamenti con la città di nascita di Boas , con le università in cui ha lavorato, ecc…

E’ un’enciclopedia on line su cui si possono trovare informazioni biografiche sugli scienziati citati nella relazione

E’ il sito dell’ambasciata polacca in cui si possono trovare informazioni sulla vita di personaggi di nazionalità polacca, fra cui L. Hirszfeld

Questo sito è un dizionario scientifico on line, utilizzabile per una maggior comprensione dei contenuti più tecnici della relazione

 

ALLEGATO 1

Mappa delle frequenze del gruppo sanguigno Rh negativo

 

Percentuali:

<11

13-15

18-20

11-13

15-18

>20