3. CONSEGUENZE DEL PALEOMAGNETISMO

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L’analisi del paleomagnetismo di numerose rocce di varia età ha portato a sorprendenti scoperte.

Nel corso degli anni ’50 alcuni ricercatori inglesi osservarono che la direzione della magnetizzazione conservata in rocce antiche era in genere diversa da quella del campo geomagnetico attuale; anzi, a seconda dell’età della roccia esaminata, tale direzione risultava diversa, come se il Polo Nord magnetico avesse occupato nel tempo posizioni differenti (Fig. 4).

Figura 4

 

Tale ipotesi si scontrò con un’altra constatazione: per una stessa età, rocce di continenti diversi indicavano una diversa posizione del polo magnetico. Tale contraddizione fu superata con un radicale mutamento di prospettiva: non erano stati i poli magnetici a spostarsi, ma erano stati i continenti a muoversi, scivolando e ruotando lentamente sulla superficie terrestre, mentre i poli magnetici erano rimasti in pratica sempre all’incirca nella posizione attuale rispetto all’asse di rotazione della Terra; di conseguenza, le rocce hanno cambiato posizione e orientamento nel tempo e con esse si è spostato, quando era presente, anche il loro campo magnetico fossile.

L’idea che i continenti possano muoversi era già stata proposta almeno 40 anni prima, e le scoperte del paleomagnetismo hanno solo contribuito a riportarla prepotentemente alla ribalta.

Il paleomagnetismo ha portato anche ad un’altra importante scoperta. In molte rocce di età recente (formatesi cioè quando i continenti avevano raggiunto le posizioni attuali) la direzione di magnetizzazione risulta esattamente opposta a quella del campo geomagnetico attuale, come se, al momento della formazione delle rocce, il polo nord magnetico fosse al posto del polo sud, e viceversa. Il fenomeno si osserva anche in rocce molto più antiche, il cui campo magnetico, oltre ad indicare una posizione più o meno ruotata rispetto a quella attuale, rivela anche la presenza di ripetute inversioni di polarità. La conclusione che ne è stata tratta indica che il campo magnetico terrestre è passato alternativamente da normale, cioè orientato con il Polo nord come oggi, a inverso.

Utilizzando numerosi campioni di rocce (soprattutto colate di lave basaltiche) accuratamente datati, si è ricostruita in dettaglio la successione dei periodi di tempo a polarità normale ed inversa che si sono susseguiti negli ultimi 5 milioni di anni circa: si è stabilita così una scala stratigrafica paleomagnetica divisa in epoche magnetiche (Fig.5).

 

 

 

Figura 5. Scala Temporale delle Polarità Magnetiche per gli ultimi 30 milioni di anni (ridisegnata da Berggren et al., in Soc. Econ. Paleontol. Mineral., Spec. Pubbl. 54, 129-212, 1995) nero: polarità magnetica normale; bianco: polarità magnetica inversa.

 

Qual sia la causa delle inversioni del campo magnetico terrestre è ancora un mistero. Un'ipotesi è quella di attribuire questo fenomeno a delle correnti convettive a largo raggio che si svilupperebbero in periodi diversi nel nucleo esterno della Terra. Sul perché e sul come questo avvenga non esiste il più piccolo dato. 

Alcuni scienziati ritengono che (e lo hanno anche dimostrato), quando nel corso dell'inversione il magnetismo è quasi nullo, la Terra perde (circa il 10%) una gran parte dello scudo magnetico che l'avvolge e la protegge dal bombardamento dei raggi cosmici (10.000 particelle cosmiche per mq al secondo), che sono dannosi per gli esseri viventi. Per questo motivo, alcuni di loro pensano che le inversioni magnetiche potrebbero avere influenza diretta o indiretta sull'evoluzione biologica nonostante la documentazione geologica non sembri mostrare che tali periodici cambiamenti abbiano, nel passato, influenzato in modo comprovabile l'evoluzione geomorfologica e biologica del nostro pianeta.