11) Tappe fondamentali sulla scoperta e sullo studio delle Rickettsie e dei clamidi

Ormsbee (1969; 1970), Philip (1956) definirono le rickettsie un gruppo di piccoli batteri fastidious pleomorfici, gram negativi. Sebbene questi microrganismi inducano numerose malattie negli animali e nell’uomo, la maggior parte di essi si riscontra negli artropodi e causa malattie non conosciute (Davis e Whitcomb, 1971). Tutte le specie note dei mammiferi ad eccezione di Rickettsia quintana agente della febbre delle trincee sono parassiti obbligati intracellulari (Davis e Whitcomb, 1971); pertanto non si riescono a coltivare in laboratorio. Questa ragione spinse in passato i ricercatori a considerarli sotto il profilo filogenetico tra i virus ed i batteri (Davis e Whitcomb,1971). Ormsbee (1969) li definì "highly modified bacteria".

Maillet (1971) avendo riscontrato le rickettsie in numerosi insetti omotteri ipotizzò che esse si potessero trovare anche nelle piante. In particolare il ricercatore osservò questi batteri nella saliva dell’insetto fitomizo Euscelis lineolatus (Maillet 1970). Giannotti et al. (1970) individuarono organismi simili a rickettsie nella cuscuta e le definirono "type inhabituel de microorganisme intracellulaire". Duval (1970) individuò organismi simili a rickettsie nel mixomicete Didymium squamulosum. L’autore mostrò l’efficacia del cloramfenicolo contro il batterio, mentre non ebbero nessuna attività contro di esso la penicillina e le tetracicline. Le tecniche sierologiche, la morfologia sono ritenute indispensabili per la classificazione delle rickettsie (Davis e Whitcomb,1971). Anche il range di ospiti, i vettori e le caratteristiche sintomatiche delle malattie forniscono utili informazioni per la loro classificazione (Davis e Whitcomb,1971).

Le rickettsie hanno forma coccoide, di bastoncello o pleomorfica. Sono facilmente trattenute dai filtri che permettono il passaggio di micoplasmi, forme L’ e clamidi (Davis e Whitcomb,1971). Presentano una parete ben sviluppata e spesso ondulata (Davis e Whitcomb,1971). Anderson et al. (1965) confrontarono in colture di tessuti l’ultrastruttura di Clamydia psittaci, Mycoplasma hominis e numerose rickettsie. I ricercatori riscontrarono che la crescita dei micoplasmi era extracellulare e osservarono che essi risultavano circondati da una membrana citoplasmatica. Per contro i clamidi e le rickettsie furono osservati soltanto all’interno delle cellule. Gli autori riscontrarono per entrambi la presenza di parete e della membrana citoplasmatica benché quest’ultima non sempre ben definita. La struttura interna delle cellule di tutti gli agenti patogeni si presentava simile. I clamidi si possono comunque distinguere durante la fase di riproduzione che avviene all’interno di un vacuolo circondato dalla membrana della cellula ospite il cui citoplasma subisce probabilmente un processo di lisi ad opera degli enzimi prodotti dal batterio (Davis e Whitcomb,1971).

Ad eccezione di Rickettsia quintana nessuna specie parassita dei vertebrati è stata coltivata in vitro su substrati acellulari (Davis e Whitcomb, 1971). La coltivazione in mezzi acellulari di Rickettsia quintana e l’adempimento dei postulati di Koch furono realizzati da Vinson e collaboratori (1966) impiegando un substrato agarizzato integrato con sangue defibrinato di cavallo o di uomo. Curiosamente tali mezzi consentirono la crescita delle razze europee del patogeno ma non di quelle messicane per la presenza di inibitori nel sangue che vanno disattivati con il calore (per 30 minuti a 56 °C). Le rickettsie in genere si coltivano facilmente in colture di tessuti inoculando i patogeni attraverso le membrane nel sacco vitellino di embrioni di polli nei quali si sviluppano rapidamente. Zdrodovskii e Golinevich (1960) affermarono che questa è una delle tecniche più efficaci per la coltivazione di questi patogeni. Per contro Rehácek et al. (1968) verificarono che le colture di tessuti di pulci erano molto più recettive alle infezioni di R. conori e R. akari che gli embrioni dei polli. Le rickettsie sono in ogni caso molto sensibili fuori dalle cellule ospiti infette. Un mezzo di coltura sfavorevole comporta la perdita dell’infettività determinata probabilmente dalla fuoriuscita del RNA e di altri costituenti dalle cellule patogene. Essi si disperdono nelle zone circostanti del substrato. Bovarnick e Allen (1957), Bovarnick et al.(1950) osservarono con sorpresa che in alcuni casi l’aggiunta di NAD, ATP e glutammato ritardavano notevolmente la perdita dei costituenti cellulari menzionati e ripristinando l’infettività dei patogeni.

I clamidi al pari dei micoplasmi e di altri microrganismi potrebbero avere un ruolo diretto negli attacchi fitopatogeni. Maillet (1970) individuò nel corpo di alcuni cicadellidi cellule molto simili ai clamidi prima di allora noti soltanto come parassiti degli animali. Tale segnalazione incrementò notevolmente l’interesse per questi microrganismi (Davis e Whitcomb, 1971).

I clamidi inizialmente indicati con la sigla PLT (psittacosis - like organisms) furono distinti successivamente con una classificazione più articolata includente diversi generi: Chlamydozoon, Miyagawanella, Rickettsiaformis, Bedsonia che poi confluirono nel genere Chlamydia grazie al contributo di Page (1966). La classificazione dei clamidi fu inizialmente basata considerando il range degli ospiti ed analizzando la sindrome delle malattie (Davis e Whitcomb, 1971). Solo in un secondo tempo si diffusero le tecniche sierologiche quali: il test di neutralizzazione, d’inibizione, di immunoagglutinazione e di fluorescenza (Fraser, 1969). La fissazione del complemento è la tecnica maggiormente utilizzata dai ricercatori per la classificazione dei clamidi (Davis e Whitcomb, 1971). Gli antigeni sono localizzati nella parete cellulare (Davis e Whitcomb, 1971).

Per la determinazione delle specie Gordon e Quan (1965) suddivisero gli isolati in due gruppi sulla base del contenuto di glicogeno delle inclusioni cellulari. Page (1968) propose il riconoscimento di sole due specie: C. trachomatis e C. psittaci. Kingsbury e Weiss (1968) in accordo con Page (1968) scoprirono con sorpresa che non esiste omologia tra il DNA delle due specie e con quello di Neisseria considerato un protoclamide ancestrale dal quale si sarebbero evolute le specie menzionate.

I clamidi sono stati coltivati in vitro per la prima volta nel 1956 – 1957 da T’ang et al., con tecniche condivise da altri ricercatori che poterono ripetere gli esperimenti con le stesse modalità. T’ang et al. (1956; 1957) che hanno verificato i postulati di Koch su C. trachoma portarono positivamente a termine il lavoro di ricerca in quanto utilizzarono la streptomicina per tenere a freno i microrganismi inquinanti dei substrati di coltura. Fino agli anni ´60 C. trachoma fu considerato un virus. Moulder (1966) e soprattutto Weiss ed alcuni suoi collaboratori (1968; 1969) concentrando lo studio su numerose attività cataboliche dei clamidi, dimostrarono inequivocabilmente la natura batterica e non virale di questi microrganismi.

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bibliografia Glossario