S.I.S  -  A.A 2001-2002

Storia ed epistemologia della scienza

 

Enrico Fermi

 

di Cristina Riba e Sandra Rolle

classe A060

 

                                                                                                                                

 

Indice

 

Introduzione

Enrico Fermi ritratto da Emilio Segrè

La vita in famiglia

I primi passi nel mondo della fisica

L'Università

Mario Orso Corbino

La statistica di Fermi-Dirac

I ragazzi di via Panisperna

La brigata dei logaritmi

I 'capostipiti' della nuova scuola romana

Il matrimonio - Un viaggio in idrovolante

L'Accademia Reale

Ann Arbor

Il Convegno Solvay e la teoria dei raggi beta

I neutroni

La radioattività artificiale

Un'alchimia

I neutroni rallentati

La produzione di un nuovo elemento

New York

La fissione dell'uranio

La pila atomica

Il laboratorio metallurgico

Il progetto Manhattan

La località Y

La Divisione F

Il ciclotrone

La malattia

 

INTRODUZIONE 

 

Certi esseri umani sembrano predestinati  a portare a termine grandi cose: sono nati nel momento giusto per essere testimoni di una certa evoluzione ed hanno proprio quelle predisposizioni necessarie per trasformare repentinamente questa evoluzione in rivoluzione.

 

La carriera del fisico italiano Enrico Fermi inizia proprio con lo sbocciare delle conoscenze sull’atomo. Egli arrivò al momento giusto, con le qualità richieste, svolgendo un ruolo essenziale e decisivo in una delle più importanti e sconvolgenti conquiste dell’umanità.

Va sottolineato che un ruolo altrettanto importante fu ricoperto da tutte le persone con cui Fermi collaborò prima in Italia e poi in America.

 

Fermi può essere definito il “Cristoforo Colombo dell’atomo”. Del resto così lo definì il Prof. Arthur Compton durante una telefonata in codice a James B. Conant, di Harward, responsabile del “Progetto Uranio” all’Ufficio Ricerche Scientifiche. La telefonata fu effettuata per informare Conant della riuscita della reazione a catena. Era il 2 dicembre 1942: “Il navigatore italiano è arrivato nel nuovo mondo” disse Compton. “E come erano gli indigeni?” chiese Conant. “Molto cordiali” fu la risposta (da “Atomi in famiglia” di Laura Fermi, pag. 222).

 

Le teorie di Einstein, le teorie sulla struttura dell’atomo di Niels Bohr, le esperienze di Rutherford, Bequerel, dei coniugi Curie iniziavano ad essere insegnate presso le Università. Era quindi inevitabile il compimento del passo successivo: l’applicazione delle scoperte effettuate. 

 

Con la generazione di Fermi iniziarono gli studi sul nucleo dell’atomo.

 

 

ENRICO FERMI RITRATTO DA EMILIO SEGRE’

Emilio Segrè ha dipinto, nella biografia da lui scritta su Enrico Fermi (“Enrico Fermi, fisico”), un ritratto caratteriale di quest’ultimo.

 

Enrico Fermi appariva come una persona estremamente riservata, puntigliosa e critica nel lavoro e non, restia ad affrontare problemi poco definibili o che andassero al di là della sua portata, entusiasta del suo lavoro. 

 

LA VITA IN FAMIGLIA

 

Enrico Fermi nacque a Roma il 29 settembre del 1901, in via Gaeta nel quartiere di Castro Pretorio.

Il padre, Alberto Fermi, era funzionario delle Ferrovie e ricopriva il ruolo di capo divisione della direzione generale di Roma. La madre, Ida De Gattis, era maestra elementare.

La famiglia Fermi aveva origine da agricoltori piacentini. L'ascesa sociale della famiglia fu iniziata da Stefano, nonno di Enrico, che abbandonò il lavoro dei campi per entrare al servizio del duca di Parma in qualità di Segretario Comunale. Alberto, padre di Enrico, fu costretto ad interrompere molto presto gli studi per andare a lavorare, nonostante avesse grandi doti intellettuali. Anche se non aveva conseguito il diploma e la laurea, entrò a lavorare nell'amministrazione delle ferrovie, arrivando a ricoprire un ruolo che a quell'epoca era riservato solo a laureati. A Roma, dove si stabilì, conobbe e sposò Ida. La coppia ebbe tre figli: Maria, nata nel 1899, Giulio, nato nel 1900, ed Enrico. I bambini nacquero in successione così rapida che i genitori decisero di mandare il secondo ed il terzo “a balia” in campagna. Enrico, molto gracile e apparentemente delicato, fece ritorno in famiglia solo all'età di due anni e mezzo. Il bambino apprese dai genitori “un senso del dovere spinto all'estremo, e un'integrità inflessibile” (“Atomi in famiglia” di Laura Fermi, pag.23).

Enrico e Giulio erano molto uniti, tanto che ritrovavano l’uno nell'altro l'unico compagno ed amico. I due si completavano a vicenda escludendo tutti gli altri dai loro giochi. Entrambi erano molto intelligenti, avevano in comune la passione per la meccanica. Anche se molto piccoli, erano in grado di costruire motori elettrici funzionanti. 

Questa simbiosi si interruppe tragicamente nel 1915 quando Giulio, sottoposto ad un banale intervento chirurgico effettuato per asportare un ascesso in gola, morì durante la narcosi.

Tutta la famiglia fu scossa profondamente dal lutto improvviso, in particolare la madre, che prediligeva il carattere aperto ed affettuoso del secondogenito, ed Enrico, che già caratterialmente introverso, divenne ancor più chiuso e taciturno. Per dimenticare la sofferenza e la solitudine si immerse nella lettura di testi scientifici e non, che acquistava presso i rivenditori di libri usati a Campo dei Fiori.

 

I PRIMI PASSI NEL MONDO DELLA FISICA

 

Ben presto stringe amicizia con un compagno di scuola del fratello, Enrico Persico, con il quale condivideva la passione per gli studi di matematica e fisica. 

Persico diverrà professore di matematica presso l’Università di Roma, e di fisica presso  quelle di Torino e di Firenze.

Gli studi scientifici del giovane Fermi furono condizionati anche dalla conoscenze dell'ingegner Amidei, collega di lavoro del padre. La sera, Enrico andava spesso incontro al padre che tornava dal lavoro. Il genitore e l’ingegner Amidei condividevano un pezzo di strada durante il ritorno a casa. Amidei fu colpito dall’intelligenza del ragazzo e dal suo interesse per la matematica e la fisica. Gli prestò diversi testi che misero in risalto le capacità del giovane e fecero nascere in lui il desiderio di diventare un fisico.

Al termine della scuola superiore intrapresa con studi liceali, lo stesso Amidei gli consigliò di intraprendere gli studi universitari nella città di Pisa dove, oltre all’Università, poteva frequentare la Scuola Normale Superiore, presso la quale erano insegnate materie supplementari a quelle impartite dall’università, se non addirittura nuove materie. Questa scuola garantiva vitto ed alloggio agli studenti. Per accedervi era necessario superare un concorso alquanto selettivo. 

Il 14 novembre del 1918 Fermi sostenne con successo il concorso di ammissione. Ebbe per tema “Caratteri distintivi dei suoni”. Il professor Piuttarelli, colpito dalla maestria con cui Fermi svolse la prova scritta, lo convocò nel suo studio e, dopo un lungo colloquio, realizzò di non aver mai incontrato in tutta la sua carriera un adolescente così straordinariamente dotato.

 

 

L'UNIVERSITA'

 

Nell'autunno del 1918, all'età di diciassette anni, Fermi si recò a Pisa.

In quel periodo la prima guerra mondiale era sul finire e nei giovani aleggiava un certo senso di sollievo, dopo le incertezze dovute agli anni di guerra. Questo aspetto, la goliardia dei giovani pisani e l'allontanamento dal clima di lutto famigliare, fecero sì che i quattro anni di università "furono i più felici e spensierati della sua vita”(“Atomi in famiglia” di Laura Fermi, pag. 30).

Rasetti, studente di fisica appassionato di scienze naturali, ma non normalista. Insieme a Rasetti, Enrico fondò la “società degli anti-vicini” il cui scopo era quello di seccare gli altri con scherzi vari. Per esempio, si divertivano a gettare pezzetti di sodio negli orinatoi per spaventare gli ignari usufruitori o a lanciare bombette puzzolenti durante le lezioni.

I due, quindi, oltre che nello studio si impegnavano in imprese collettive buffonesche, per le quali rischiarono di essere espulsi dall’Università, ma la spuntarono grazie all’intervento del professore di fisica sperimentale che aveva per Fermi una grande stima.

 

Durante l’estate del 1919 Fermi ritornò in famiglia, a Roma, dove ritrovò l’amico Persico. Trascorse anche un po’ di tempo a Caorso, nella casa del nonno paterno. Approfittò delle vacanze per porre ordine tra le sue nozioni di fisica. Riempì di appunti un libricino rilegato in cuoio, comprato a Vienna, che ancora si conserva tra le carte di Fermi pressi l’Università di Chicago. Il libricino, costituito da centodue pagine, fu redatto tra il 18 luglio e il 29 settembre del 1919 e compilato a matita, quasi senza cancellature, così come era sua abitudine.

 

Nel gennaio nel 1920 Fermi scriveva a Persico: “All’Istituto di Fisica sto a poco a poco diventando l’autorità più influente. Anzi uno di questi giorno dovrò tenere, davanti a diversi magnati, una conferenza sulla teoria dei quanti di cui sono sempre un propagandista…” (“Enrico Fermi, fisico” di Emilio Segrè, pag. 18). Era allora uno studente di diciannove anni.

 

Nel giugno del 1920 Fermi completò il biennio propedeutico e la natura dei suoi studi cambiò alquanto: per i due anni successivi frequentò solo alcuni corsi di sua scelta e preparò la tesi di laurea. Erano tre i laureandi: Enrico Fermi, Franco Rasetti e Nello Carraro. Il professor Luigi Puccianti, direttore del Laboratorio di fisica, lasciò loro libera iniziativa per quanto riguarda l’argomento della tesi, cosa raramente concessa agli studenti dell'epoca, in Italia e altrove. Era l’inizio del 1922 e, allora, Fermi aveva già pubblicato alcune importanti relazioni teoriche quali, nel 1921, sulla rivista ad alto livello "Nuovo Cimento" , i due articoli  “Sulla elettrostatica di un campo gravitazionale uniforme e sul peso delle masse elettromagnetiche” e “Sulla dinamica di un sistema rigido di cariche elettriche in moto traslatorio” seguiti, nel 1922, da tre esposti sulla relatività pubblicati sulla rivista "Physikalische Zeitschrift". 

Nonostante questo, decise di presentare una tesi sperimentale e non teorica perché in quell’epoca in Italia, la fisica teorica non era riconosciuta come disciplina oggetto di insegnamento universitario. I fisici erano essenzialmente sperimentatori e una tesi di fisica sarebbe stata accettata soltanto se sperimentale.

Parte del 1922 fu dedicato alla stesura di tale tesi, svolta sulla diffrazione dei raggi X da parte dei cristalli curvi e sulle immagini che si possono ottenere con questo metodo. Nello stesso tempo dovette preparare anche un’altra tesi di abilitazione per la Scuola Normale. Scelse come argomento un teorema di calcolo delle probabilità e alcune sue applicazioni astronomiche.

La tesi presentata all’università fu discussa il 7 luglio 1922, giorno in cui gli venne conferita la laurea magna cum laude . Subito dopo ottenne il diploma della Scuola Normale, ma questa tesi ebbe riscontri meno positivi perché si trovò in parte anticipata da altri lavori che Fermi non conosceva e, facendo riferimento a questi, i matematici sollevarono obiezioni in merito al rigore delle dimostrazioni elaborate da Fermi.

 

 

MARIO ORSO CORBINO

 

Dopo la laurea tornò a Roma. Qui, dopo tre mesi dal suo ritorno, ci fu la storica Marcia su Roma. Era il 28 ottobre 1922. Fermi quella mattina si trovava nell'Istituto di Fisica di Via Panisperna, col senatore Mario Orso Corbino, direttore dell'Istituto e Ministro della Pubblica Istruzione. Il senatore, ritenuto uomo di indiscutibile valore, ricoprì queste cariche senza mai avere la tessera fascista.

Fermi si recò da Corbino, noto come una delle personalità più eminenti in campo scientifico, per discutere il suo avvenire. Fermi intendeva intraprendere la carriera univesitaria. Tra Fermi e Corbino, oltre che un produttivo rapporto di lavoro, si stabilì anche una duratura amicizia.

Corbino era molto preoccupato per la situazione politica. Se il re avesse firmato lo stato d'assedio, sarebbe scoppiata la guerra civile, se non lo avesse fatto, si sarebbe instaurata la dittatura mussoliniana. Fu dopo quella conversazione con Corbino che Fermi pensò per la prima volta di emigrare.

 

Nell'inverno dello stesso anno, Fermi si recò in Germania, a Göttingen, grazie ad una borsa di studio del Ministero dell'Istruzione Pubblica, ottenuta tramite Corbino. In quell'esperienza poté lavorare nei laboratori di Max Born con Heisenberg e Pauli, suo coetaneo ed ancora sconosciuto. Furono sette mesi poco proficui, soprattutto perché non riuscì ad allacciare rapporti amichevoli con le altre persone. Nonostante la buona conoscenza che aveva del tedesco, imparato per poter leggere i testi scientifici scritti in tale lingua, si sentiva uno straniero.

Ritornato a Roma ottenne, per l'anno accademico 1923-24, l'incarico di matematica per i corsi di Chimica e Scienze Naturali.

 

Nell'autunno trascorse tre mesi a Leida, dove lavorò nei laboratori di Ehrenfest per una borsa di studio.

Al ritorno in Italia, Fermi riprese l'insegnamento, a Firenze, come docente di matematica e meccanica. La cattedra che occupava precedentemente a Roma venne occupata da Persico.

 

LA STATISTICA DI FERMI-DIRAC

 

A Firenze Fermi ritrovò Rasetti. Qui i laboratori di fisica sorgevano sulla collina di Arcetri, lontano dal centro abitato. In quell'atmosfera, Rasetti trascinò spesso Fermi nelle sue numerose scorribande naturalistiche, anche se il compagno stava maturando ben altri pensieri. In quel periodo, infatti, Fermi elaborò la sua tesi sul comportamento degli atomi dei gas monoatomici perfetti. In seguito alla lettura del principio di esclusione di Pauli, pubblicato nel 1925, giunse ad elaborare quella che verrà definita la “statistica di Fermi-Dirac”. Nel 1926 pubblicò, in italiano ed in tedesco (per facilitarne la divulgazione), “Sulla quantizzazione del gas monoatomico perfetto” sulle riviste “Resoconto dell'Accademia dei Lincei” e “Zeitschrift für Physik”.

Gli atomisti iniziarono a chiamare bosoni i corpuscoli che obbedivano alla statistica di Bose - Einstein e fermioni quelli che obbedivano alla statistica di Fermi-Dirac.

 

I RAGAZZI DI VIA PANISPERNA

 

 

Intanto Corbino progettava la rinascita della fisica italiana, caduta in crisi già prima della guerra. Pensava di radunare in un istituto le menti migliori dell'epoca affinché potessero dare nuova linfa alla disciplina in decadenza. In quel periodo gli studenti migliori frequentavano la Facoltà di Ingegneria che consentiva di approdare a brillanti carriere in ambito industriale. Il corso di Fisica era frequentata da coloro che non erano stati ammessi ad Ingegneria o che, spaventati dall’impegno richiesto da quest'ultima, avevano optato per tale corso.

Corbino desiderava creare una scuola romana di fisica moderna e ci riuscì grazie all'aiuto della politica nazionalista di Mussolini, che mirava a rinforzare il prestigio della città eterna.

La scuola avrebbe dovuto essere focalizzata sulla fisica teorica, campo in cui si stavano facendo grandi progressi.

Corbino ottenne dal Ministero della Pubblica Istruzione l’istituzione di una cattedra di Fisica Teorica, destinata a Fermi, che superò facilmente il concorso "a titoli". A soli ventiquattro anni, Fermi deteneva una cattedra universitaria. Franco Rasetti, laureatosi con Fermi all'Università di Pisa, divenne suo assistente.

Vi era un eminente professore di fisica teorica, ma mancavano gli studenti di valore. Vennero reclutati Edoardo Amaldi, Emilio Segrè ed Ettore Majorana che frequentavano la Facoltà di Ingegneria di Roma. In particolare Majorana veniva considerato superiore ai suoi compagni, anche a Fermi, nella matematica pura. Purtroppo la sua profonda intelligenza era accompagnata da una tendenza sfrenata alla critica e da un profondo pessimismo. Era talmente introverso e insicuro, che nonostante avesse elaborato la teoria di Heisenberg, del nucleo fatto di protoni e neutroni, prima che questi la pubblicasse, non volle pubblicare i risultati ottenuti perché li riteneva incompleti. Le sue teorie vennero pubblicate solo molto più tardi, quando ormai erano state scoperte indipendentemente da altri.

L’Istituto di Fisica dell’Università era sito in via Panisperna n. 89/a, nei pressi del centro di Roma e circondato da un parco che lo rendeva un centro di studi molto piacevole. Accanto vi era l’Istituto di Chimica.

L’edificio dell’Istituto di Fisica era strutturato su tre piani. Al piano terreno erano situate l’officina meccanica, le aule di lezione, i laboratori per gli studenti. Al primo piano si trovavano i laboratori, gli uffici, la biblioteca molto fornita e aggiornata. Il secondo piano ospitava l’abitazione di Corbino. Le apparecchiature dei laboratori erano mediocri e consistevano principalmente di spettroscopi e strumenti ottici, con poche attrezzature moderne. L’officina meccanica era antiquata in quanto a macchine e utensili e non era all’altezza della situazione. Era chiaro che mentre la situazione teorica era soddisfacente, quella sperimentale lasciava a desiderare. Per importare nuove tecniche sperimentali, alcuni membri del gruppo si recarono in laboratori stranieri. Inizialmente Rasetti andò a Pasadena al California Institute of Technology diretto da Millikan, Segrè al laboratorio di Zeeman ad Amsterdam, Amaldi da Debye a Lipsia. Lo scopo era proseguire con metodi sperimentali migliori ricerche già iniziate a Roma. Successivamente si decise di sfruttare i laboratori stranieri per lavorare in campi del tutto nuovi. Rasetti si recò la Lisa Meitner al Kaiser Wilhelm Institut a Berlino, Segrè da Otto Stern ad Amburgo. Del resto vari giovani fisici tedeschi, diretti verso gli Stati Uniti per sfuggire alla situazione che si stava delineando in Germania, trascorsero periodi più o meno lunghi a Roma. I fisici stranieri apportarono nuove idee e giovarono molto all’Istituto. 

 

LA BRIGATA DEI LOGARITMI

 

Nell'estate del 1926, Fermi trascorse le vacanze in Val Gardena con la famiglia del professor Castelnuovo. Qui incontrò nuovamente Laura Capon, la cui famiglia, di origine ebrea, si era unita a quella dei Castelnuovo per la villeggiatura. Fermi aveva già incontrato Laura nella primavera del 1924, durante una partita di calcio con gli amici.

 

In quest'occasione emersero il temperamento e le passioni di Fermi. Era l'unico e instancabile organizzatore delle gite in quota, che programmava con scrupolo scientifico determinando il periodo di marcia ed il tempo delle soste, che non venivano mai disattesi. Quando Fermi proponeva la sua idea nessuno osava contraddirlo.

 

Era appassionato delle escursioni in montagna, ed in generale di tutti gli sport che richiedessero un notevole impegno fisico. In particolare amava giocare a tennis, sport praticato già durante la giovinezza con Persico. Nulla veniva anteposto a questo sport. La moglie, all'epoca studentessa di scienze naturali, ricorda che riuscì ad evitare un brutto voto, o addirittura una bocciatura, grazie ad una partita durata più del previsto, che "impedì" a Fermi e Rasetti di assistere agli esami universitari, delle cui commissioni facevano parte.

 

A Roma, Fermi frequentava spesso, il sabato sera, la famiglia del professor Castelnuovo, che radunava nel suo salotto i più grandi matematici del tempo. Erano per lo più uomini uniti da legami affettivi e parentali e dal comune interesse scientifico. Qui si affrontavano gli argomento più disparati: dalle nuove scoperte e teorie, all'evoluzione della vita mondana.

I loro figli si radunavano nella sala accanto dove passavano il tempo facendo giochi di ogni tipo come il gioco delle pulci o quello che verrà chiamato poi da Fermi "il gioco delle due lire". Quest'ultimo consisteva nel fare una domanda di fisica a turno ad una persona: se questa rispondeva in modo corretto riceveva una lira da chi poneva la domanda, altrimenti si procedeva a controllare che effettivamente chi aveva posto il quesito fosse preparato. Se questi non ne conosceva la risposta, doveva dare due lire all'interrogato. Tale gioco consentì un reciproco arricchimento tra i partecipanti, professori e alunni che fossero. Tra i partecipanti vi erano Amaldi, Rasetti, Fermi, Persico e Segrè allora studente di Ingegneria. Fermi ed i suoi amici riuscivano a fare della fisica non solo un argomento di lavoro, ma anche un argomento di svago.

Laura Capon frequentava il gruppo di amici insieme alla sorella Anna che non condivideva per nulla la loro passione per la fisica e che, annoiata dai loro discorsi, li nominò "la brigata dei logaritmi", nome che identificò il gruppo per molto tempo.

 

I "CAPOSTIPITI" DELLA NUOVA SCUOLA ROMANA

 

La scuola romana si stava sviluppando intorno a quelli che venivano scherzosamente definiti “i quattro moschettieri”: Fermi, Rasetti, Segrè e Amaldi.

Tra le varie discipline insegnate da Fermi vi era la meccanica quantistica. Il gruppo di Fermi si era dimostrato un po’ reticente nei confronti di queste nuove teorie sviluppate prima da Planck e Bohr, e poi da Heisenberg e Schrödinger, ma con il passare del tempo la loro posizione verso la materia cambiò.

Il gruppo di studiosi, molto unito, si era dato dei soprannomi.

Solitamente quanto detto da Fermi veniva considerato ineccepibile ed assolutamente vero, come se fosse un dogma di fede, per cui venne soprannominato “il Papa”. Rasetti, il più adatto a sostituirlo, venne nominato il “Cardinale Vicario”. Majorana, sempre pronto a fare obiezioni, a rilevare errori, a domandare chiarimenti, fu definito il “Grande Inquisitore”. In ultimo Persico, al quale andava il compito di far conoscere a Firenze ed altrove le nuove teorie sulla meccanica quantistica, venne definito “Cardinale Pro Propaganda Fide”.

In quegli anni Fermi ed il suo gruppo si occuparono, quindi, di meccanica quantistica, affrontando i problemi relativi alla struttura atomica.

Essi si concentrarono sull’energia emessa dall’atomo, benché, per il momento, si trattasse di energie infime, dovute al passaggio di elettroni da un livello quantico ad un altro.

 

IL MATRIMONIO - UN VIAGGIO IN IDROVOLANTE

 

Il 19 luglio 1928 Fermi sposò Laura Capon in Campidoglio, con cerimonia tradizionale. Il matrimonio fu quasi inaspettato per la giovane Capon. Era venuta a conoscenza del fatto che Fermi aveva acquistato una automobile e, conoscendo lo stile di vita semplice ed austero del fidanzato, si era convinta che Fermi non avrebbe affrontato altre spese, comprese quelle per il matrimonio. Dopo alcuni mesi divenne comproprietaria della Bebè Peugeot gialla.

Il viaggio di nozze iniziò con un’impresa ardimentosa: i coniugi volarono. L’aviazione civile era ancora ai primordi e il servizio italiano passeggeri funzionava da soli due anni. Tutte le linee italiane erano servite da idrovolanti a motore. La coppia si servì della linea Genova-Palermo per proseguire il viaggia fino a Champoluc, sulle pendici occidentali del Monte Rosa.

Durante il viaggio di nozze il giovane sposo divenne intollerante all’ozio cui aveva costretto la sua mente. In mancanza di meglio, prese la moglie come allieva per insegnarle “tutta” la fisica, senza porre in dubbio il successo del suo insegnamento. La caparbietà della moglie pose presto fine ai corsi di fisica.

Nonostante questo primo fiasco, i coniugi collaborarono alla stesura di un libro di testo di fisica per le scuole superiori. Fermi dettava e la moglie, nel ruolo di segretaria, prendeva appunti da battere a macchina in un secondo tempo. In questo modo miravano ad incrementare il loro reddito famigliare.

Anche Amaldi si sposò, prendendo in moglie una studentessa di fisica, Ginestra, appartenente alla “brigata dei logaritmi”.

 

L’ACCADEMIA REALE

 

Nel 1928 Corbino decise di fare entrare Fermi all’Accademia dei Lincei. Le nomine venivano fatte soltanto una volta all’anno, in occasione della seduta reale, il giorno dello Statuto. Corbino, in quel periodo assente per un impegno negli Stati Uniti, aveva delegato la presentazione del giovane ad un collega docente di fisica, il professor Lo Surdo, detto “Signor Nord”. Questi, indisposto per l'assegnazione della nuova cattedra di fisica teorica a Fermi, approfittò dell'occasione per operare una personale vendetta. Non fece quanto richiesto da Corbino e si scusò avanzando una dimenticanza. Disse: “Colpa della mia memoria…la lettera mi è rimasta in tasca” (“Fermi, la vita, le ricerche, le testimonianze”, di Pierre de Latil, pag.50).

Nello stesso anno Fermi ricevette l’allettante offerta di una cattedra di fisica teorica all’università di Zurigo. Per indurlo a restare, Corbino riuscì a fargli avere il posto di redattore della sezione di fisica dell’Enciclopedia Italiana Treccani.

Lasciò il posto da redattore quando nel marzo 1929 entrò a far parte della “Accademia Reale”. Tale Accademia fu istituita da Mussolini sul modello di quella francese, con lo scopo di oscurare quella dei Lincei, di cui diffidava ritenendo che tra di suoi membri vi fossero molti antifascisti. Fermi fu il solo fisico scelto nel primo gruppo di scienziati reclutati, anche per intercessione di Corbino. 

Dopo la sua nomina all’Accademia d’Italia, inoltre, Fermi poteva essere annoverato tra i "pezzi grossi" del fascismo. Egli, però, si occupava poco di politica, considerando le discussioni politiche di scarsa importanza in quanto astratte. Finché gli era possibile occuparsi delle sue ricerche predilette, senza compromettere la sua integrità personale, era disposto ad ignorare le stranezze del governo. Evitava, nei limiti del possibile, ogni manifestazione pubblica di adesione al regime. Si rifiutava di usare la sua importante posizione per ottenere favori per la scienza, per i suoi amici e, soprattutto, per sé. 

Quando nel 1930 il principe ereditario si sposò, le alte cariche dello Stato furono invitate alle nozze. Via Nazionale, a Roma, fu sbarrata da cordoni di truppe e per andare all’Istituto di Fisica la si doveva attraversare. A bordo della sua Peugeot gialla e vestito di grigio, senza la sua brillante divisa di accademico con feluca e spadino, Fermi si trovò bloccato. In quell’istante si ricordò che aveva in tasca l’invito alle nozze e lo mostrò ad un ufficiale dicendo: “sono l’autista di sua eccellenza Fermi e devo andarlo a prendere, mi lascia passare?”. E così arrivò all’istituto.

La nomina di Fermi all’Accademia ebbe, comunque, un effetto benefico sullo sviluppo della fisica in Italia, almeno per un certo periodo, perché la fisica si trovò ad essere rappresentata da una persona veramente eminente. 

La nomina portò vantaggi di tipo economico, in quanto la pensione di accademico era di molto superiore al suo stipendio di professore.

 

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