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Le opere sulla storia della
scienza di autore italiano sono ancora piuttosto rare, e addirittura insoliti
sono i lavori di storia della chimica. È quindi con una certa curiosità che si
apre un corposo volume sulla storia delle discipline chimiche nel Novecento,
appena pubblicato dagli Editori Riuniti con il titolo Bella & Potente.
La quarta di copertina ci spiega subito come la chimica sia bella dal punto di
vista conoscitivo, e potente nelle sue applicazioni, tuttavia la 'spiegazione'
proposta nel libro non deve essere stata così semplice se l'autore impiega un
mezzo migliaio di pagine per argomentare la tesi del titolo. In ogni caso un
secolo di storia è un periodo abbastanza lungo, sia perché i tempi scanditi da
Cerruti vanno effettivamente dal tardo Ottocento fino alle soglie
dell'attualità, sia perché la sua narrazione cerca di seguire per quanto
possibile un andamento cronologico, sia ancora perché l'attenzione del lettore
è costantemente riportata sui continui mutamenti nelle 'procedure conoscitive'
della chimica.
L'autore usa spesso il termine
'procedura' – di sapore legale – per indicare il modo di operare complessivo
dello scienziato nella indagine teorica non meno che nella realtà del
laboratorio, ed è evidente che l'insistenza su questo termine intende
sottolineare anche a livello linguistico il carattere socialmente 'controllato'
della ricerca scientifica. Spesso però è proprio l'infrazione delle regole, la
novità metodologica, ad aprire nuovi orizzonti conoscitivi. È stato questo il
caso della nascita della chimica degli alti polimeri, descritta in un capitolo
dal titolo accattivante: "Macromolecole, proteine e altri enigmi".
Forse non a caso il capitolo è il nono di una serie di diciotto, esso quindi
assume una posizione centrale nel racconto delle vicende chimiche del Novecento.
L'orizzonte aperto negli anni '20 e '30 dalla chimica macromolecolare di Hermann
Staudinger assumerà la forma di un'onda travolgente di innovazioni industriali
a partire dalla seconda guerra mondiale, quando negli Stati Uniti avverrà una
mutazione profonda, e cioè il passaggio dai carbone al petrolio come materia
prima fondamentale per l'industria chimica. Ancora durante la guerra si comincia
a realizzare negli impianti e nei laboratori della nascente industria
petrolchimica americana una trasformazione che al termine della guerra si
estenderà ai laboratori universitari. Si tratta dello sviluppo di
apparecchiature per le spettroscopie nell'ultravioletto-visibile,
nell'infrarosso, e di massa, strumenti a cui si affiancheranno nel dopoguerra
quelli basati sulla risonanza magnetica nucleare. Negli anni '60 e '70 il
laboratorio chimico diventa sempre più un laboratorio diverso, in cui la
strumentazione chimico-fisica assume un ruolo fondamentale. Infine, è proprio
la nuova strumentazione a fornire i mezzi per interpretare la struttura dei
nuovi 'oggetti' che negli anni '70 e '80 sono alla base della chimica
supramolecolare. La chimica supramolecolare costituisce il secondo orizzonte
conoscitivo aperto nel Novecento, e Cerruti ne descrive l'origine e gli sviluppi
fino alle recentissime macchine molecolari (un campo in cui primeggiano anche
gli italiani).
Chimica macromolecolare, nuova
strumentazione di laboratorio, chimica supramolecolare sono quindi le svolte
principali della chimica del secolo scorso, ma la trama del libro è più fitta
di una storia apparentemente lineare, infatti vi sono diversi temi che si
riaffacciano lungo tutto il racconto. Visibilissimo è quello del rapporto fra
la chimica e la guerra, in quanto due interi capitoli sono dedicati alla prima e
alla seconda guerra mondiale, e non meno chiare sono le tappe principali della
ricca interazione fra chimica e biologia da una parte, e fra chimica e fisica
dall'altra. Sulle relazioni fra chimica e biologia il racconto parte dalla
scoperta di enzimi, ormoni e vitamine all'inizio del Novecento per finire con
gli sviluppi della biologia molecolare nella seconda parte del secolo. A
proposito degli sviluppi 'politici' della biologia molecolare l'autore è
estremamente polemico, con lunghe pagine dedicate ad una anti-storia della
doppia elica e a sanzionare la visione della biologia molecolare come
"biochimica travestita" (è il titolo di un intero capitolo dedicato
alla questione). Tutto sommato, l'autore non fa altro che dare una struttura
storiografica alla vigorosa polemica sostenuta negli anni '60 dal grande
biochimico Erwin Chargaff.
In generale la posizione
dell'autore è radicalmente antiriduzionista, al punto da sviluppare in diversi
punti veri e propri attacchi contro le affermazioni esplicitamente riduzioniste
di alcuni fra i più grandi fisici del Novecento. Nel capitolo finale Cerruti
giunge ad una conclusione apparentemente paradossale: "Lungi dall’essere
sottomessa alla fisica, secondo le pretese di Dirac e Feynman, la chimica ha
letteralmente fagocitato una parte rilevante della fisica". L'autore dà
una duplice base a questa affermazione. La prima è puramente empirica: la
strumentazione fisica che ha invaso i laboratori è utilizzata esclusivamente
dai chimici, che ne interpretano i dati secondo le loro modalità conoscitive e
non secondo quelle della fisica. La seconda base invocata a sostegno della tesi
antiriduzionista è teorica, e consiste nella teoria dell'autopoiesi di Maturana
e Varela. In Bella & Potente la chimica è una 'unità autonoma'
estremamente complessa, in quanto include gli scienziati, la conoscenza chimica,
gli strumenti e gli impianti industriali. Come unità autonoma la chimica è un
sistema omeostatico che interagisce con il suo ambiente (la società, le altre
discipline) mediante 'accoppiamenti strutturali' (termine di Maturana e Varela),
e non mediante processi di input e output di informazioni che funzionino da
istruzioni. Chimica, discipline sorelle e società subiscono una co-evoluzione,
perturbandosi reciprocamente, e tuttavia senza che nessuna delle tante 'unità
autonome' che formano la società umana possa 'comandare' un'altra.
Una chimica che interagisce con
la società come unità autonoma è pure invocata dall'autore per spiegare la
pessima immagine della chimica ai giorni nostri. La chimica è priva al suo
interno di un sostegno filosofico e storiografico simile a quello goduto da
sempre dalla fisica, e in tempi più recenti anche dalla biologia. Così
l'aspetto culturale dell'accoppiamento strutturale con la società è venuto a
mancare, e l'accoppiamento è stato realizzato quasi esclusivamente
dall'industria chimica e dai suoi innumerevoli e pervasivi prodotti. L'immagine
della chimica è negativa, perché l'industria chimica e i suoi prodotti sono
sul banco degli imputati. Ma è proprio sulla questione ambientale che emerge un
punto debole della ricerca di Cerruti, che dedica appena una ventina di pagine
alla questione ambientale. Sembrerebbe che in questo caso abbia prevalso quell' esprit
de corps che appanna ogni tanto l'esprit de finesse degli autori di
storie disciplinari.
Nella introduzione metologica al
volume viene usata una parola che si vorrebbe fuori moda, citoyens, per
indicare la 'qualità' del pubblico a cui il libro si rivolge. In ogni società
industriale vi sono ampi strati di insegnanti, tecnici della produzione e della
comunicazione, operatori scientifici della sanità, dell’amministrazione
statale, delle forze armate, del volontariato: "Sono cittadini colti e
attivi, che possono essere interessati alla storia e al valore epistemico delle
procedure conoscitive della scienza in generale, e della loro stessa professione
in particolare. Questi citoyens costituiscono un pubblico vasto e
qualificato". In realtà in diverse pagine il volume è di lettura non
facile, sia per alcuni aspetti intricati delle ricerche chimiche, sia perché
sono richiamati nodi importanti della storia della biologia e della fisica – e
così improvvisamente ci si trova sotto una pioggia di ulteriori termini
tecnici. In conclusione, il libro di Cerruti è un'opera interessante, e agli
occhi del lettore apparirà Bella & Potente non solo la chimica, ma
la scienza nel suo complesso. |