LA SCIENZA DELLO STERMINIO NAZISTA

ANTROPOLOGIA, IGIENE DELLA RAZZA E PSICHIATRIA

Claudio Marta

 

Negli olocausti dei "diversi" e nell’ecatombe complessiva gli scienziati svolsero un ruolo centrale. Politica razziale e teorie eugenetiche costituirono un micidiale connubio nell’eliminazione dei "degenerati" nemici del Reich

 

 

 



Mentre mi accingo a scrivere queste note, apprendo della imminente pubblicazione in italiano, per i tipi della Einaudi, del volume di Guenter Lewy The Nazi Persecution of Gypsies (Lewy G. 2000). Un volume che io conosco bene e nei confronti del quale il mio giudizio é contrastato. Da un lato sono rimasto positivamente impressionato dalla rigorosa documentazione presentata dal politologo statunitense, frutto di rigorose ricerche di prima mano presso archivi austriaci e tedeschi. Il libro, oltre a costituire uno strumento indispensabile per ricostruire lo sterminio degli zingari perpetrato dai nazisti, fa, credo volutamente, giustizia dell’ignobile e generalizzato silenzio attorno alla più drammatica pagina della storia di questo popolo. D’altro lato, confesso di essere rimasto infastidito dalla solerzia con cui l’autore, in sede di conclusioni, tiene a precisare che le uccisioni di massa subite dagli zingari da parte dei nazisti non furono vero genocidio ai sensi della Convenzione del 1948, dal momento che – egli argomenta – "non costituivano parte di un piano di distruzione del popolo zingaro in quanto tale" (ivi, p. 223). E’ superfluo aggiungere che per Lewy, visto che di genocidio degli zingari non é corretto parlare, tranne forse in quei casi – ammette l’autore – in cui essi furono sottoposti a sterilizzazione forzata, é inammissibile l’uso del termine "olocausto degli zingari". Ciò implicherebbe un parallelismo con l’olocausto degli ebrei che, secondo il Nostro, é decisamente da rifiutare (ivi, p. 225).

 

Le parole di Lewy sembrano suonare come monito per i curatori del numero di "Giano" che qui presentiamo, che hanno creduto nella legittimità dell’uso del termine "olocausto" a proposito dello sterminio non solo degli zingari ma anche di omosessuali, Testimoni di Geova, minorati psichici, prigionieri sovietici insomma di tutti gli "altri olocausti", oltre a quello degli ebrei, di cui i nazisti si resero colpevoli.

 

Per quello che mi riguarda, per nulla turbato da questo monito, mi accingo a proporre ai lettori qualche riflessione sul ruolo fondamentale svolto dagli scienziati (antropologi, biologi della razza, psichiatri) nell’annientamento di tutti quei "diversi" che erano considerati nemici del Terzo Reich. Proprio questo elemento, che conferisce un carattere di unicità al genocidio nazista nel suo complesso, avvalora, credo, la scelta di "Giano".

 

Un approccio condivisibile allo studio del genocidio nazista é quello scelto dallo storico Henry Friedlander, decisamente critico nei confronti di una certa storiografia che sostiene la tesi che soltanto contro gli ebrei fu attuata una politica di sterminio globale e sistematica. Il genocidio nazista, sostiene Friedlander, non ebbe come unico bersaglio gruppi che possiamo definire nazionali, ma fu diretto contro tutti quei gruppi di esseri umani che si supponeva condividessero determinate caratteristiche biologico–razziali (Friedlander H.1997, pp. IX–X ).

 

Proprio l’incrocio tra teorie biologiche e teorie della razza, in definitiva tra eugenetica e razzismo, e la piena corrispondenza che, dopo il 1933, si realizzò tra queste teorie e l’ideologia nazista, saranno al centro delle mie riflessioni. Il mio intento é dimostrare che da parte dei dirigenti nazisti, in sintonia con quello che era il clima imperante della scienza tedesca, non si operò mai una distinzione netta tra politica razziale e politica eugenetica. Questo spiega il motivo per cui, da un certo momento in poi, si realizzò in Germania quel micidiale connubio nella comune lotta contro tutti i "degenerati".

 

"Perché dei medici preparati in antropologia si posero accanto alla rampa di discesa dai vagoni ad Auschwitz ed effettuarono la selezione e le uccisioni?" – si domanda Benno Müller–Hill, genetista tedesco, in un libro che costituisce un chiaro atto di accusa contro biologi, psichiatri e antropologi nazisti (Müller–Hill B. 1988, p. 107). Il fatto é – egli risponde – che questi scienziati possono essere considerati i teologi, e/o i sacerdoti, del "culto dell’annientamento" di tutti coloro che l’ideologia nazista catalogava come razzialmente inferiori (ivi, pp.108–109).

 

Una inferiorità razziale, si badi bene, che era intesa in senso lato sia come primitivismo, sia come degenerazione, sia come deviazione dalle norme. Nella visione del mondo dei nazisti, come ha giustamente sottolineato Leo Kramár, l’idea di razza era onnicomprensiva e totalizzante, non implicava soltanto la diseguaglianza tra razze diverse ma anche tra gruppi e individui della stessa razza. Ed é proprio sulla base di tale teorizzazione della diseguaglianza che si riteneva fosse sancito il diritto degli individui, dei gruppi e delle razze "migliori" e "superiori" di dominare sugli "inferiori" (Kramár L. 2000, p. 23).

 

E’ questa constatazione che ha fatto dire a Sybil Milton, storica dell’Holocaust Memorial Museum di Washington, che le misure eugenetiche praticate contro ebrei, zingari, handicappati furono praticamente identiche; le restrizioni in materia di matrimoni, le sterilizzazioni, le deportazioni e lo sterminio nei campi di concentramento colpirono indistintamente, anche se in proporzione numerica diversa, tutti questi gruppi (cit. in Fonseca I. 1996, p. 274).

 

Le perizie di identificazione razziale, le selezioni, gli esperimenti sui corpi dei vivi e dei morti non risparmiavano nessuno di coloro che venivano ritenuti una minaccia per l’integrità razziale e sociale della Germania. Così, per esempio, Irmgard Haase, assistente di laboratorio del prof. Otmar von Verschuer, confessò a Müller–Hill di aver utilizzato, per i suoi esperimenti sulla presenza di anticorpi nel sangue, varie cavie umane tra cui zingari e prigionieri sovietici (Müller–Hill B. 1988, p. 188).

 

A proposito, il professor von Verschuer fu decisamente una figura di primo piano tra gli scienziati dell’epoca. Alla fine degli anni ’20 era già attivo, come capo del Dipartimento di Genetica Umana, presso il Kaiser Wilhelm Institut für Anthropologie, inaugurato a Berlino nel 1927. Alla direzione dell’Istituto c’era l’antropologo Eugen Fischer, direttore della prestigiosa rivista Zeitschrift für Anthropologie und Morphologie, che aveva guadagnato una certa fama internazionale per una ricerca su un gruppo di Bastardi (discendenti da unioni di coloni olandesi con donne ottentotte) di Rehoboth, nell’ Africa sud–occidentale (Biasutti R. 1941, vol. II, p. 393). Lo studio, pubblicato a Jena nel 1913, ispirò sicuramente la legislazione nazista in materia razziale. Come potevano, del resto, non destare interesse tra gli ideologi della purezza razziale parole come queste, pronunciate nel suo libro: "Senza eccezione ogni nazione europea che ha accolto il sangue delle razze inferiori – e solo i romantici possono negare che negri, ottentotti e molti altri siano inferiori – ha pagato con la degenerazione spirituale e culturale l’aver accettato elementi inferiori" (cit. in Friedlander H. 1997, p. 18).

 

Assai più delle ricerche antropologiche condotte in Africa, furono i contributi teorici sull’ereditarietà a decretare il definitivo successo di Fischer presso i politici nazisti.

Nel 1921 viene pubblicata a Monaco la prima edizione di un libro che segna una tappa importante nella storia dei rapporti tra scienza e politica nella Germania nazista. Una storia in cui spiccano non soltanto l’assoggettamento e la funzionalizzazione delle strutture del sapere al potere ma anche – e prima ancora – il ruolo decisivo che le teorie sulla purezza razziale e sull’ereditarietà ebbero nell’ispirare e nel dare forma alle politiche dello sterminio. Si tratta del libro Grundriss der Menschlichen Erblichkeitslehre und Rassenhygiene (Fondamenti di genetica umana e di igiene della razza) la cui seconda edizione, uscita nel 1923, fu tra le letture preferite di Hitler durante il suo breve soggiorno in carcere per il fallito putsch di Monaco, avvenuto nello stesso anno. E’ ampiamente dimostrato che, nella stesura del Mein Kampf, il futuro Führer fu influenzato dalla lettura di questo manuale.

 

Il libro era firmato, oltre che da Eugen Fischer, da altri due autori tutt’altro che marginali: Erwin Baur, biologo e direttore dell’Istituto per la ricerca sull’ereditarietà di Potsdam e Fritz Lenz. Quest’ultimo era stato allievo di Alfred Ploetz, uno dei principali esponenti del movimento eugenetico nella Germania prenazista. Ploetz aveva fondato nel 1904 l’"Archiv für Rassen und Gesellschaftbiologie "(Archivio per la razza e la biologia sociale) e nel 1905 la Deutsche Gesellschaft für Rassenhygiene (Società tedesca per l’igiene della razza) e a lui si deve l’introduzione del termine "igiene della razza" (Lewy G. 2000, p.37).

 

Da più parti si è voluto sottolineare che l’eugenetica, così come la concepiva Ploetz, non presentava ancora quelle caratteristiche negative che avrebbe assunto durante il nazismo. Così, per esempio, come tende a precisare George Mosse, nei programmi eugenetici di inizio secolo non si trova alcun riferimento alla eliminazione delle razze inferiori (Mosse G. 1980, p.91). Piuttosto si insisteva, seguendo gli insegnamenti dell’inglese Francis Galton che dell’eugenetica era stato il fondatore, soprattutto sulle misure "positive" volte ad aumentare la fecondità delle parti migliori della razza.

E’ innegabile, tuttavia, che si possa rintracciare un certo collegamento tra i lavori dei primi eugenisti tedeschi e le pratiche eugenetiche attuate, in seguito, dal regime nazista. Nello statuto della già ricordata Deutsche Gesellschaft für Rassenhygiene ci sono almeno due punti che confermano questa tesi: "la riproduzione degli anti–sociali dovrà essere impedita tramite la loro segregazione in colonie di lavoro, che dovrebbe essere immediatamente imposta dalla legge"; "dovrà essere organizzato immediatamente un registro di sanità per tutta la popolazione, che dovrà essere interamente sottoposta ad un esame medico che ne attesti la qualità razziale" (cit. in Berlini A. 2000, p.157). La teorizzazione della sterilizzazione aveva gettato le basi in attesa di una sua applicazione, applicazione che si sarebbe puntualmente verificata di lì a poco.

 

Figura chiave in questo senso può essere considerato l’allievo di Ploetz, quel Fritz Lenz coautore del già citato Grundriss der Menschlichen Erblichkeitslehre und Rassenhygiene, il manuale cui molto deve il Mein Kampf di Hitler. Fu lui a ricoprire la prima cattedra di Igiene della Razza, istituita a Monaco nel 1923.

 

Lenz, convinto eugenista, proseguì l’opera del maestro e non disdegnò di indicare misure drastiche di igiene razziale. Kramár fa riferimento ad una sua lunga lista di anomalie costituzionali ritenute ereditarie che comprendeva, tra le altre, il rachitismo, l’ipertensione, l’obesità, la cirrosi epatica e l’enfisema. A proposito dei disturbi psichici, egli era convinto che si potesse parlare di una predisposizione dominante non solo per la schizofrenia e l’epilessia ma anche per l’isteria, il mancinismo e la balbuzie. Anche le "deviazioni" sessuali come l’omosessualità e, in generale, i comportamenti criminali venivano da Lenz considerati sostanzialmente dipendenti da fattori ereditari e quindi incapaci di rispondere a qualunque forma di trattamento (Kramár L. 2000, p.231). Egli credeva – aggiunge Kramár – che i bianchi, e soprattutto i "migliori", si riproducessero più lentamente e quindi sarebbero stati condannati a scomparire se non si fossero prese velocemente misure di igiene razziale. Si richiamava esplicitamente alle leggi statunitensi (la prima legge ad imporre la sterilizzazione forzata di criminali irriducibili e "idioti" fu emanata nello stato dell’Indiana nel 1907) per chiedere a gran voce che anche in Germania venisse varata una legge sulla sterilizzazione integrata da un’igiene razziale "positiva". Un intervento mirato, secondo Lenz, a fornire aiuti economici selettivi a gruppi scelti composti da "individui sani, sia fisicamente che psichicamente, dotati, ligi al dovere, con un senso dell’onore e una visione seria della vita", tutte qualità che egli, evidentemente, riteneva ereditarie (ibidem).

 

Lenz non dovette attendere molto per veder accolte, almeno in parte, le sue richieste. Il 14 luglio del 1933 il parlamento tedesco varava una legge che permetteva la sterilizzazione forzata di individui affetti da "ritardo congenito, schizofrenia, psicosi maniaco–depressiva, epilessia ereditaria [...] ed alcolismo grave" (cit. in Müller–Hill B., 1988, p. 23). Questa legge, come ha giustamente sottolineato Friedlander, può essere considerata la pietra angolare della legislazione eugenetica e razziale del regime nazista (Friedlander H., 1997, p.38).

 

Con il passar degli anni Lenz ebbe contatti sempre più stretti con i colleghi più attivi nel promuovere la "purezza razziale". Tra questi spicca il nome di Hans F.K. Günther, il più noto divulgatore del pensiero razzista in Germania. Günther, soprannominato "Rassen–Günther", si era guadagnato la popolarità e le simpatie dei nazisti per alcuni suoi libri sulle caratteristiche razziali del popolo tedesco, in cui si cercava di argomentare scientificamente la superiorità della cosiddetta "razza nordica". Questo gli valse, per ordine sembra del ministro per l’istruzione della Turingia, un posto di ordinario nel 1930 all’Università di Jena, ottenuto nonostante la forte opposizione del senato accademico (Kohn M. 1996, p.36).

 

Fuori della Germania, il credito riservato alle teorie di Günther fu decisamente scarso. A titolo d’esempio si possono riportare due casi abbastanza significativi. Il primo riguarda la voce "Razza" della Treccani in cui Gioacchino Sera, dopo aver fatto un rapido riferimento alle opere di Günther sulle caratteristiche delle razze del popolo tedesco, liquida l’autore con il seguente sprezzante giudizio: "Non crediamo necessario dare un riassunto di queste caratteristiche, in cui é troppo strettamente confuso l’attendibile con l’ipotetico o addirittura col falso" (Sera G. 1938, p. 925). L’altro esempio é costituito dalla voluminosa antologia sulle teorie della razza, pubblicata a cura di Earl W. Count, che contiene 60 contributi sull’argomento, da Buffon (1749) a Washburn (1944). Nell’introduzione all’opera, l’autore informa il lettore che non troverà nulla di quanto, sull’argomento, é stato scritto dai "razzisti". E qui viene esplicitamente citato Günther, in buona compagnia accanto a Knox, Gobineau, Ammon, Chamberlain, Grant e Stoddard (Count E.W. 1950, p. XXVII).

 

Ma torniamo al sodalizio di Günther con Lenz che produsse effetti importanti sulla politica dello sterminio nazista. Nel 1935 ritroviamo i due, in compagnia di un altro importante antropologo di cui abbiamo già parlato, Eugen Fischer, a partecipare attivamente ad un gruppo di lavoro sulla politica demografica e razziale del Terzo Reich. Alla riunione era stato invitato anche Ernst Rüdin, direttore del Kaiser Wilhelm Institut per la psichiatria di Monaco, ciò che conferma l’importante ruolo svolto anche dalla scienza psichiatrica, accanto all’antropologia e alla biologia, nella preparazione delle operazioni di sterminio. Il tema principale all’ordine del giorno della riunione era l’estensione della legge sulla sterilizzazione, approvata due anni prima, ai bambini tedeschi di colore (Müller–Hill B. 1988, p. 22). Si trattava dei cosiddetti Rheinlandbastarde, figli di donne tedesche e di soldati neri che avevano fatto parte delle truppe di occupazione francese della riva sinistra del Reno e della Ruhr negli anni seguenti la fine della prima guerra mondiale.

 

Nonostante le pressioni di questi illustri studiosi, il piano non trovò immediata applicazione. Fu lo stesso Führer, cui evidentemente stava a cuore la razzializzazione delle politiche di sterilizzazione, ad ordinare, il 18 aprile 1937, al ministro dell’Interno di avviare la sterilizzazione di tutti i "bastardi negri" (De Fontette F. 1995, p.113) . Nel giro di pochi giorni, la Gestapo fece sterilizzare chirurgicamente nelle cliniche universitarie oltre 385 bambini tedeschi di colore (Müller–Hill B. 1988, p. 42).

 

E’ probabilmente questo il momento storico in cui le due diverse forme di razzismo, che come giustamente sottolinea Moriani caratterizzarono l’ideologia e la prassi del regime nazionalsocialista (Moriani G. 1999, p. 28), si fondono per dar luogo a quello che può, forse, essere considerato il più "scientifico" degli stermini che l’umanità abbia prodotto. Le due forme di razzismo di cui stiamo parlando sono: il "razzismo eugenetico", il cui bersaglio privilegiato erano gli individui appartenenti a determinati gruppi ritenuti geneticamente inferiori o incapaci di conformarsi alle norme (omosessuali, disabili, minorati psichici, comunisti, Testimoni di Geova, "asociali" ecc.) e il "razzismo antropologico", il cui bersaglio privilegiato erano minoranze o gruppi nazionali considerati una minaccia alla purezza della razza ariana (ebrei, zingari, slavi, "negri" ecc.).

 

Un particolare gruppo, come suggerisce ancora Moriani (ibidem), si situa nel mezzo di queste due forme di razzismo. Si tratta dei Rom e dei Sinti, il cui genocidio viene analizzato nell’articolo di Marco Tomasone in questo stesso fascicolo di "Giano". Vorrei aggiungere che, in un certo senso, essi costituirono l’anello di congiunzione tra i due razzismi, diventando il bersaglio ideale sia per chi andava a caccia dell’"asociale", sia per chi intendeva fare pulizia delle razze inferiori. Lo zingaro incarnava in sè i diversi nemici del Volk tedesco. Non é un caso, come accenneremo più avanti, che nello studio, prima, e negli esperimenti poi, condotti su Rom e Sinti, si registrerà un continuo passaggio di competenze tra antropologi e psichiatri.

 

Del resto, come rileva Müller–Hill, una delle caratteristiche più evidenti della ideologia e della prassi dello sterminio nazista é che in esse si realizzarono non solo una comprensibile stretta collaborazione tra antropologi, igienisti della razza e psichiatri ma una vera e propria sovrapposizione dei diversi ambiti disciplinari. Una netta separazione tra i rispettivi campi di studio e di intervento non venne mai mantenuta (Müller–Hill B. 1989, pp.33–34).

 

Possiamo ora tornare al professor von Verschuer, di cui avevamo cominciato a parlare a proposito delle figure di maggior spicco tra gli scienziati nazisti. Nel 1937 viene nominato direttore dell’Istituto per la Biologia Ereditaria e l’Igiene della Razza dell’Università di Francoforte, di cui diviene anche rettore. E’ in questi anni che egli si specializza nello studio delle relazioni tra ereditarietà e ambiente in un’ottica decisamente razzista: in medicina – egli spiegava – l’individuo non doveva essere più trattato come semplice individuo ma come parte di un sistema complesso che comprendeva la sua famiglia, la sua razza, il suo Volk (cit. in Kohn M. 1996, p.37). Suo oggetto di studio privilegiato diventano i gemelli, convinto com’era che questo tipo di studio costituisse per la genetica umana un "metodo infallibile" per stabilire se nella formazione di un determinato carattere avessero una qualche parte le disposizioni ereditarie. Il metodo di von Verschuer si fondava sull’ipotesi che si potesse facilmente diagnosticare il tipo di gemelli (monozigotici o dizigotici ) mediante uno studio comparativo delle somiglianze condotto su numerosi caratteri, tra cui i gruppi sanguigni, il colore dei capelli e degli occhi, la conformazione delle orecchie ecc. (cfr. Schwidetzky I. 1966, p.171).

 

Il professore affiderà gran parte dello studio a quello che si può considerare il più "brillante" dei suoi allievi: il dottor Josef Mengele. Mengele vantava dei titoli di grande prestigio. Due dottorati (il primo in antropologia, conseguito a Monaco nel 1935, il secondo in medicina, conseguito a Francoforte nel 1938, sotto la guida dello stesso von Verschuer) e soprattutto le ricerche condotte, per entrambi i dottorati, su un argomento ritenuto all’epoca di primaria importanza: l’igiene della razza . Non ci stupisce, dunque, più di tanto il fatto che, in breve tempo, Mengele riuscì ad affermarsi come primo assistente di von Verschuer.

 

Il professore si portò appresso il suo pupillo a Berlino dove era stato chiamato, nel 1942, a succedere a Eugen Fischer nella carica di direttore dell’Istituto di Antropologia Kaiser Wilhelm. Fu sicuramente lui a caldeggiare la nomina di Mengele a capo medico del campo di concentramento di Auschwitz. In più di una occasione von Verschuer si era lamentato delle difficoltà di reperire materiale umane per le proprie ricerche; i campi di concentramento aprivano, in questo senso, nuove promettenti prospettive.

 

Il 30 maggio del 1943 Mengele assumeva ufficialmente il nuovo incarico ad Auschwitz. Le aspettative del suo professore non furono disattese. Con grande solerzia Mengele condusse numerose ricerche antropologiche sui diversi gruppi razziali presenti nel campo. Inviò, con scrupolosa cura, campioni di sangue e organi espiantati dalle vittime dei suoi esperimenti, in particolar modo gli occhi cui tanto teneva il suo maestro.

 

In genere non erano i professori che questo tipo di ricerche dirigevano, e nemmeno gli assistenti che le eseguivano, ad uccidere per avere il materiale umano da studiare. Mengele, in questo, fu un’eccezione. Ciò é documentato nelle testimonianze di numerosi medici, internati ad Auschwitz, costretti a collaborare con lui, riportate da Müller–Hill. Tra questi, Miklos Nyiszli che, in un libro di memorie, racconta degli esperimenti condotti, per conto di Mengele, sull’influenza dei fattori ereditari nella colorazione degli occhi e su quel particolare fenomeno che é definito eterocromia (un occhio ha un colore diverso dall’altro). Mengele provvedeva ad uccidere, con una iniezione intracardiaca, le coppie di gemelli con gli occhi eterocromatici e lasciava poi al suo assistente–schiavo il compito di impacchettare gli occhi e di spedirli all’ Istituto di Antropologia Kaiser Wilhelm. Un altro medico internato, Johann Cespiva, nella deposizione al processo su Auschwitz, promosso dall’Avvocatura dello Stato di Francoforte nel 1948, riferì di aver visto il dottor Mengele nella infermeria del Lager inoculare in alcuni gemelli bacilli di tifo per osservare se reagissero, o meno, allo stesso modo. Dopo averli infettati, li avviò direttamente alle camere a gas (Müller–Hill B. 1989, pp. 84 e 133). Ormai le ricerche scientifiche accompagnavano le vere e proprie operazioni di sterminio.

 

Questa breve rassegna sugli scienziati nazisti può concludersi con un cenno ad un altro studioso che possiamo considerare particolarmente rappresentativo di quella funesta stagione della scienza tedesca. Si tratta di quel Robert Ritter che, come viene illustrato nell’articolo già citato di Marco Tomasone su questo stesso numero, può essere considerato l’organizzatore accademico del genocidio dei Rom e dei Sinti.

 

Ritter qui interessa soprattutto in quanto esponente di una scienza, la psichiatria, tra le più attive, accanto all’antropologia e all’igiene della razza, nel preparare la strada allo sterminio.

 

Finora avevamo incontrato un solo psichiatra, lo svizzero Ernst Rüdin, direttore nel 1931 dell’Istituto di psichiatria Kaiser Wilhelm di Monaco e dal 1933 a capo della Società per l’Igiene della Razza. La sua adesione al regime era evidente, convinto com’era dei meriti del Fuhrer nell’applicazione dei risultati cui la sua scienza era pervenuta. In un articolo apparso nel 1943 sull’"Archivio della biologia sociale e della razza", egli così scrive di Hitler:

 

"Mentre i risultati della nostra scienza avevano già prima destato la più grande attenzione sia all’interno che all’estero, con assensi e dissensi, é però imperituro merito storico di Adolf Hitler e dei suoi seguaci l’aver compiuto, oltre le pure conoscenze scientifiche, il passo iniziale e decisivo verso l’azione di igiene razziale nel popolo tedesco e per il popolo tedesco. Per lui e i suoi collaboratori era importante mettere praticamente in atto le teorie e le conseguenze del pensiero razziale nordico [...] per la battaglia contro le razze parassite straniere, come gli ebrei e gli Zigani [...] e per impedire la riproduzione delle persone con malattie ereditarie e di quanti sono ereditariamente inferiori" (cit. in Müller–Hill B. 1989, p. 75).

 

Molti altri furono gli psichiatri accademici che parteciparono fin dal principio alla pianificazione e all’attuazione del programma di eutanasia. In un rigoroso elenco, stilato da Friedlander, vengono riportati quelli più importanti implicati nei crimini nazisti: Max de Crinis (Università di Colonia e Berlino), Werner Heyde (Würzburg), Berthold Kihn (Jena), Friedrich Mauz (Königsberg), Friedrich Panse e Kurt Pohlisch (Bonn), Carl Schneider e Konrad Zucker (Heidelberg), Werner Villinger (Breslavia) (Cfr. Friedlander H. 1997, p. 177). Molti di questi furono particolarmente attivi nel famigerato Ufficio Medico della T4 (abbreviazione dell’indirizzo di Berlino, Tiergartenstrasse 4) dove era situata la vera e propria centrale operativa dell’eutanasia. L’Associazione dei Neurologi e degli Psichiatri Tedeschi, presieduta dal prof. Rüdin, funzionava da riserva di talenti per le operazioni della T4.

 

Ma torniamo a Robert Ritter. Questo scienziato merita un posto di rilievo in quanto rappresentativo di quella stagione in cui, ormai, antropologi e psichiatri collaborano attivamente uno accanto all’altro. I tradizionali campi di studio che avevano visto impegnati i primi a studiare le "razze inferiori", gli altri i "tedeschi inferiori" si sono compenetrati. Ora gli uni e gli altri combattono insieme per distruggere tutti coloro che minacciano la "spazio vitale" della Germania. Così sulla criminalità dei gemelli disputano sia Fischer, antropologo, che Rüdin, psichiatra. Gli zingari, inizialmente materia di studio degli antropologi, sono diventati competenza diretta di Ritter che é, appunto, psichiatra.

 

Vediamo di ricostruire la "brillante" carriera di questo psichiatra.

 

Dopo aver conseguito un dottorato in psicologia dell’educazione e uno in medicina, nel 1934 Ritter ottiene la specializzazione in psichiatria infantile. Studia in particolar modo la criminalità giovanile, ricollegandosi al filone di studi della "biologia criminale", allora molto in auge in Germania (nel 1927 era stata istituita la "Società per la Biologia Criminale" alla cui presidenza era stato chiamato quell’Adolf Lenz che abbiamo già incontrato). Questi studi lo portano, inevitabilmente, a interessarsi agli zingari, un gruppo considerato ormai in Germania, quasi esclusivamete, come "piaga" da debellare.

 

Nel 1935 Ritter é asssistente presso la clinica psichiatrica dell’Università di Tubinga ed é già molto attivo nel richiedere fondi per condurre indagini sugli zingari.

 

Nel 1936 viene chiamato a dirigere il "Centro di ricerca sull’igiene razziale e sulla biologia della popolazione", da poco istituito presso l’Ufficio della Sanità del Reich a Berlino. E’ qui che Ritter, grazie anche al sostegno di illustri personaggi quali il già citato Ernst Rüdin – direttore dell’Istituto Kaiser Wilhelm per la psichiatria –, ottiene i primi cospicui finanziamenti per le sue ricerche.

 

L’èquipe di ricerca guidata da Ritter era costituita, prevalentemente, da giovani antropologi e questo conferma la stretta collaborazione che si era instaurata in Germania tra i due campi disciplinari diversi. Almeno due di questi ricercatori meritano di essere menzionati: Adolf Würth e Eva Justin.

 

Würth, aveva appena conseguito il dottorato in antropologia a Berlino, sotto la guida di Eugen Fischer, quando nel 1936 fu assegnato, dall’Ufficio della sanità del Reich, all’èquipe che Ritter dirigeva a Tubinga. Il carisma di Ritter doveva essere, evidentemente, irresistibile. Solo due anni dopo, infatti, il suo ingresso nella corte dello psichiatra, Würth scrive, su una rivista antropologica, un articolo, dal significativo titolo Annotazioni sul problema degli Zingari e sulla ricerca sugli Zingari in Germania, in cui appare totalmente allineato sulle posizioni del suo direttore di ricerca. Lo Stato nazionalsocialista – egli afferma – dovrebbe risolvere il problema degli zingari così come ha fatto con gli ebrei. Una seria minaccia al popolo tedesco é costituita in particolare, spiega il Nostro, dagli zingari ibridi e questa minaccia deve essere allontanata con tutti i mezzi (cit. in Lewy G. 2000, p. 50).

 

Nonostante queste affermazioni, in una intervista rilasciata, molti anni dopo la fine della seconda guerra mondiale, a Müller–Hill egli negò, come era prevedibile, di essere a conoscenza degli stermini in massa di ebrei e zingari perpetrati dai nazisti, anche se in seguito fu costretto ad ammettere: "Errata era l’ideologia razziale ed il fatto che degli antropologi, non solo tedeschi, se ne facessero sedurre. Lo sfortunato miscuglio di cosiddetta "ricerca sulla razza’ e di nazionalsocialismo condusse ad Auschwitz" (Müller–Hill B. 1989, p.182).

 

Il curriculum dell’altro ricercatore, Eva Justin, era decisamente singolare: i suoi titoli in antropologia se li era guadagnati "sul campo". Quando iniziò a lavorare con Ritter, come assistente di laboratorio presso la clinica universitaria di Tubinga, era una semplice infermiera. Il suo instancabile lavoro a servizio del suo capo, in tutte le indagini condotte sugli zingari, le aprì la strada del dottorato in antropologia a Berlino che la Justin conseguì, nel 1943, grazie all’interessamento di Eugen Fischer (ancora lui!), sebbene fosse sprovvista di un titolo di laurea.

 

Apprendo da Henry Friedlander che il relatore della tesi di dottorato della Justin, che si basava sulle ricerche da lei svolte sui bambini zingari, fu l’etnologo Richard Thurnwald (Friedlander H. 1997, p.352). E’ un particolare questo, confesso, che ha destato in me un certo stupore. Che l’etnologo, di origine austriaca, famoso per le sue ricerche in Micronesia, in Nuova Guinea e in Africa e per il suo grande interesse per le nuove prospettive metodologiche affermatesi in Inghilterra e negli Stati Uniti, non si fosse mai schierato apertamente contro il nazismo é cosa nota. Il fatto che Thurnwald cedette alle probabili pressioni di Fischer e di Ritter e fornì il proprio autorevole avallo scientifico alle ricerche di Eva Justin, getta un’ombra su quella parte, in verità assai ridotta, dell’antropologia tedesca che non aveva accettato di diventare la scienza della razza, per eccellenza, al servizio del regime.

 

Le ricerche condotte da Ritter e dai suoi assistenti consistevano, in realtà, essenzialmente in perizie razziali. L’obiettivo dichiarato di queste perizie, come era stato affermato dallo stesso Ritter, era: "offrire dati scientifici e pratici per le misure che lo Stato doveva prendere in materia di eugenetica e igiene razziale" (cit. in Lewy G. 2000, p.209).

 

Le decine di migliaia di perizie razziali effettuate dimostravano, secondo Ritter, che il 90% degli zingari del Reich fossero da classificare come Mischlinge. Proprio in quanto "ibridi", gli zingari potevano essere, legittimamente, considerati non solo asociali, dato già da tempo largamente acquisito, ma anche razzialmente inferiori. Il cerchio così si chiudeva. Psichiatria e antropologia, alleate, emettevano la sentenza di morte.

 

Le perizie razziali di Ritter costituiscono un ulteriore esempio – l’ultimo di cui mi proponevo qui di parlare – del ruolo chiave svolto dalla scienza tedesca nello sterminio nazista.

 

Riferimenti bibliografici

 

º Berlini A. (2000) L’ossessione della degenerazione. Ideologie e pratiche dell’eugenetica, Tesi di laurea in Antropologia Culturale, Facoltà di Scienze Politiche dell’Istituto Universitario Orientale di Napoli, relatore Claudio Marta.

 

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