Materiali sull'evoluzione del concetto di natura

Galileo Galilei: Le comete, il mondo oggettivo, il libro della natura

Eleonora Bazzo e Silvia Bungaro


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Nel 1623 Galilei pubblicò Il Saggiatore, che è uno dei grandi capolavori della letteratura barocca, un'opera scintillante di ironia e di forza polemica. Essa era nata sul terreno di una disputa con il padre Orazio Grassi, del Collegio Romano, relativa alla natura delle comete che, per Galilei, erano fenomeni ottici e non oggetti fisici, cioè la rifrazione della luce solare sulle esalazioni terrestri.

Per sostenere questa tesi, Galilei attaccò aspramente l'astronomia di Tycho Brahe che aveva interpretato le comete come corpi reali. In tal modo, Galilei sperò di cancellare le comete dal cielo, demolendo la reputazione di Tycho sulla Terra. Per questa sua offensiva contro il maggiore astronomo del suo tempo pagò un prezzo molto alto: fu costretto a interpretare la parte di un aristotelico conservatore e si inoltrò in una selva di incoerenze.

Nelle pagine del Saggiatore sono però presenti due fra le più celebri dottrine filosofiche di Galilei: quella relativa alla distinzione fra le qualità oggettive e quelle soggettive dei corpi e quella che fa riferimento alla struttura geometrico-matematica del gran libro della natura.

Figura 11 Schema dell’esperimento termoscopico di Galilei.

La prima di queste dottrine muove da una serie di considerazioni attorno alla proposizione che afferma «essere il moto causa di calore».

Galileo respinge, prima di tutto, l'opinione che ritiene il calore una affezione o qualità «che realmente risegga nella materia dalla quale noi sentiamo riscaldarci». Il concetto di materia o sostanza corporea implica i concetti di figura, di relazione con altri corpi, di esistenza in un tempo e in un luogo, di staticità o di movimento, di contatto o meno con un altro corpo. Ma il colore, il suono, l'odore, il sapore non sono nozioni insite nella materia, ma risiedono nel corpo sensitivo. Se non fossimo provvisti di sensi, la ragione e l'immaginazione umana non giungerebbero mai a sospettare l'esistenza di queste ultime proprietà. I peripatetici pensavano che i suoni, i colori, gli odori, i sapori fossero inerenti ai corpi, come qualità oggettive; Galilei invece affermava che, in realtà, erano soltanto dei «nomi». Essi «tengono solamente lor residenza nel corpo sensitivo, sicché, rimosso l'animale, (sono) levate e annichilate tutte queste qualità». Una volta «rimosso il corpo animato e sensitivo, il calore non resta altro che un semplice vocabolo».
 

Fig. 1


Particolare menzione merita l'esperimento termoscopico, che risale anch'esso al periodo padovano, intorno al 1597. Esso è importante non già per le lunghissime discussioni di priorità sull'invenzione del termometro, cui ha dato luogo, ma per la nuova mentalità antiperipatetica, che ha presieduto alla sua ideazione e applicazione. L'esperimento è il seguente: si riscalda con le mani un bulbo di vetro col collo lungo e sottile e quindi s'immerge la bocca in un vaso contenente acqua (figura 1); liberato allora il bulbo dal calore delle mani, l'acqua del vaso sale nel collo, via via che il bulbo si raffredda. «Del quale effetto poi - scrive nel 1638 don Benedetto Castelli, già discepolo di Galileo - il medesimo Sig. Galileo si era servito per fabbricare uno strumento ad esaminare i gradi del caldo e del freddo».

Galilei, inoltre, afferma la sua «inclinazione a credere» che ciò che in noi produce la sensazione di calore «siano una moltitudine di corpicelli minimi in tal e tal modo figurati, mossi con tanta e tanta velocità» e che il loro contatto con il nostro corpo «sentito da noi, sia l'affezione che noi chiamiamo caldo». E per spiegare meglio il concetto, Galileo passa subito agli esempi delle sensazioni tattili che sono in noi e non nel corpo che ci tocca; degli odori, dei sapori, dei suoni «li quali fuor dell'animal vivente non credo siano altro che nomi»; e finalmente anche il «calore», ossia ciò che nella terminologia moderna si chiama temperatura, è per Galileo un fantasma dei sensi: «inclino assai a credere che il calore sia di questo genere, e che quelle materie che in noi producono e fanno sentire il caldo, le quali noi chiamiamo con nome generale fuoco, siano una moltitudine di corpicelli minimi, in tal e tal modo figurati, mossi con tanta e tanta velocità; li quali, incontrando il nostro corpo, lo penetrino con la lor somma sottilità, e che il lor toccamento, fatto nel lor passaggio nella nostra sostanza e sentito da noi, sia l'affezzione che noi chiamiamo caldo, grato o molesto secondo la moltitudine e velocità minore o maggiore di essi minimi che ci vanno pungendo e penetrando».

Come si vede, in questo brano è enunciata la teoria cinetica del calore, dimenticata dalla scienza posteriore a Galileo per oltre due secoli e risorta soltanto nell’ottocento, alquanto cambiata nella terminologia e precisata dal lato matematico.

Il mondo reale è dunque un contesto di dati quantitativi e misurabili, di spazio e di «corpicelli minimi» che si muovono nello spazio. Il sapere scientifico è in grado di distinguere ciò che nel mondo è obiettivo e reale e ciò che è invece soggettivo e relativo alla percezione dei sensi.

Durante tutta la discussione sulle qualità primarie e secondarie, Galilei evita di ricorrere al termine atomo. Parla di «corpicelli minimi», «minimi ignei», «minimi del fuoco», «minimi quanti». Sono in ogni caso le parti più piccole di una sostanza determinata (il fuoco), non i componenti ultimi della materia. Al termine de Il Saggiatore Galileo, facendo riferimento ad «atomi realmente indivisibili», si riferiva alle posizioni atomistico-democritee.

Nella prima giornata dei Discorsi Galilei tornerà sull'argomento a proposito del fenomeno della coesione. Simplicio accennerà con disprezzo a «quel certo filosofo antico», consigliando Salviati di non toccare simili tasti «discordi dalla mente ben temperata e ben organizzata di Vostra Signoria, non solo religiosa e pia, ma cattolica e santa».

Il riferimento alla dottrina dei «corpicelli» contenuto nel Saggiatore non era sfuggito alla vigile attenzione del padre Grassi. Nella sua replica a Il Saggiatore, pubblicata nel 1626 con il titolo Ratio ponderum Librae et Simbellae, egli aveva messo in rilievo la vicinanza fra le tesi di Galileo e quelle di Epicuro, negatore di Dio e della Provvidenza. La riduzione delle qualità sensibili al piano della soggettività conduce ad un aperto conflitto con il dogma dell'Eucarestia perché (ed è un'obiezione che anche Descartes dovrà fronteggiare) quando le sostanze del pane e del vino vengono transustanziate nel corpo e nel sangue di Gesù Cristo, sono immutate le apparenze esterne: il colore, l'odore, il gusto. Per Galilei si tratta di «nomi» e, per i nomi, non occorrerebbe l'intervento miracoloso di Dio.

La seconda dottrina galileiana contenuta ne Il Saggiatore esprime la ferma convinzione galileiana che la natura, pur essendo «sorda e inesorabile ai nostri vani desideri», pur producendo i suoi effetti «in maniere inescogitabili da noi», rechi al suo interno un ordine ed una struttura armonica, di tipo geometrico: «la filosofia è scritta in questo grandissimo libro che continuamente ci sta aperto innanzi a gli occhi (io dico l'universo), ma non si può intender se prima non s'impara a intender la lingua, e conoscere i caratteri, ne' quali è scritto. Egli è scritto in lingua matematica, e i caratteri sono triangoli, cerchi ed altre figure geometriche, senza i quali mezi è impossibile a intenderne umanamente parola; senza questi è un aggirarsi vanamente per un oscuro laberinto».

I caratteri in cui è scritto il libro della natura (e Galilei tornerà su questi concetti in una lettera a Fortunio Liceti del gennaio 1641) sono diversi da quelli del nostro alfabeto e non tutti sono in grado di leggere in quel libro. Non si tratta affatto di un semplice «canone metodologico». Su questo presupposto Galilei fonda la sua certezza nella verità copernicana e soprattutto la ferma, quasi ostinata convinzione di tutta la sua vita, che la scienza non si limita a formulare ipotesi, a formulare discorsi correnti, a «salvare i fenomeni», ma che è in grado di dire qualcosa di vero sulla costituzione delle parti dell'universo in rerum natura, di rappresentare la struttura fisica del mondo. Nella lettera al Liceti, scritta un anno prima della morte, non c'è alcuna contrapposizione ai libri dei poeti dominati dalla fantasia. E’ esplicitamente presente (come nel passo del Saggiatore) l'affermazione della possibilità di una lettura che è fondata sulla conoscenza di quei particolari caratteri in cui è scritto il libro che si vuol leggere. Nelle pagine de Il Saggiatore, Galilei afferma di desiderare, con Seneca, la «vera costituzion dell'universo» e qualifica questo suo desiderio come «una domanda grande e da me molto bramata».

Queste affermazioni galileiane hanno un senso preciso. Il loro significato fu inteso assai bene da quanti, in quel secolo, considerano empia e pericolosa l'idea di una conoscenza matematica fondata sulla struttura obiettiva del mondo e capace, di conseguenza, di eguagliare in qualche modo la conoscenza divina. La posizione del cardinale Maffeo Barberini (1568-1644), dal 1623 papa Urbano VIII, quale risulta dal memoriale Buonamici, è assai chiara sui riferimenti galileiani alla «angelica dottrina... alla quale è forza quietarsi»: poiché per ogni effetto naturale si può dare una spiegazione diversa da quella che a noi sembra la migliore, ogni teoria deve muoversi sul piano delle ipotesi e consapevolmente rimanere su questo piano. Nel Dialogo, proprio in opposizione a questa tesi, Galilei sosterrà la possibilità, per la conoscenza matematica, di eguagliare quella divina. Con un ragionamento che appare «molto ardito» all'aristotelico Simplicio, Salviati afferma: «extensive, cioè quanto alla moltitudine degli intellegibili, che sono infiniti, l'intender umano è come nullo..., ma pigliando l'intendere intensive, in quanto cotal termine importa intensivamente, cioè perfettamente alcuna proposizione, dico che l'intelletto umano ne intende alcune così perfettamente, e ne ha così assoluta certezza, quanta se n'abbia l'istessa natura; e tali sono le scienze matematiche pure, cioè la geometria e l'aritmetica, delle quali l'intelletto divino ne sa ben infinite proposizioni di più, perché le sa tutte, ma di quelle poche intese dall'intelletto umano credo che la cognizione agguagli la divina nella certezza obiettiva».

Il contrasto fra l'ipoteticismo di Urbano VIII e la posizione galileiana era espressione della forte resistenza, opposta dal pensiero tradizionale, alla rinascita di Archimede, all'idea (che a quella rinascita è saldamente collegata) di una matematica che non ha lo scopo di ricercare i fini della natura, ma solo le leggi che ne regolano la realtà fisica.

E’ indubbio che nella «filosofia» di Galilei confluiscono temi che si richiamano ad antiche e differenti tradizioni. Infatti, la sua visione dell’universo come entità matematicamente strutturata è legata al platonismo; i procedimenti impiegati nel metodo sperimentale sono legati all'aristotelismo; l'applicazione dell'analisi matematica ai problemi della fisica gli deriva da Archimede; la costruzione e l’uso del cannocchiale e la valutazione di Galilei delle arti meccaniche e dell'Arsenale dei Veneziani è certo legata alla tradizione intellettuale degli «artigiani superiori» del Rinascimento. Inoltre, egli non esitò a richiamarsi alla metafisica della luce dello Pseudo-Dionigi[6] e alla tradizione ermetica e ficiniana quando, per un breve periodo, tentò di farsi espositore delle Scritture per mostrare che in esse sono contenute alcune delle verità copernicane.

Galilei, perciò, utilizzò ciascuna di queste tradizioni. Ma non si trattò solo di una mescolanza occasionale: l'idealismo matematico, combinato con l'eredità del «divino Archimede» e con una concezione di tipo corpuscolare, era destinato ad avere una forza esplosiva nella storia dell'Occidente.

 


Testo tratto dal sito http://www2.polito.it/