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Installazione The
Librarian di Mark Dion alla Galleria Civica di Modena (Mostra
Concerning Hunting, Hunting Blind)

Scala Naturae, 1994 (Immagine
ingrandita)

Curiosity
Cabinet, 1996-1997


Grotto of the Sleeping
Bear , 1997

Grotto of the Sleeping
Bear - Revisited, 1998

The Tar Museum,
2006-2007

Mobile Wilderness Unit,
2006


Taxonomy of
Non-endangered Species, 1990
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Nei musei di
storia naturale, il concetto di natura viene mediato privilegiando un
approccio (scolastico-)pedagogico a scapito del carattere scientifico.
Allestimenti spettacolari e percorsi avventura soppiantano forme di
presentazione tassonomiche nel senso di una rappresentazione di contesti
ecologici ed evolutivi che spesso, a causa dell’azione distruttiva
dell’uomo, diventano documenti di stati naturali passati. Il concetto di
natura non viene discusso: la natura è piuttosto rappresentata come
qualcosa di immutabile, sotto forma di veri e propri preparati.
Nonostante la variabilità della forma di presentazione, tale immutabilità
riecheggia nella riflessione artistica contemporanea sul concetto museale
di natura. Gli artisti si dedicano alla forma della presentazione e ai
sistemi di catalogazione di una preparazione scientifico-tassonomica,
riprendendo tuttavia anche i propositi dell’installazione di un frammento
di natura nello spazio espositivo inteso come diorama di habitat.
Mark Dion analizza con costanza la rappresentazione visiva della natura e
la storia delle scienze naturali. Dal 1982 egli collabora spesso con
scienziati e realizza le proprie installazioni, sculture, performance,
film o video anche in istituzioni estranee all’ambito artistico, ad
esempio in collezioni di storia naturale, da ultimo al Natural History
Museum di Londra. Dion illustra lo scenario dei suoi progetti in numerosi
testi, conferenze e performance.
Contrariamente ad artisti come Candida Höfer, Philippe Bréson o Richard
Ross, che utilizzano la fotografia come mezzo per scandagliare la forma
della presentazione, ed in particolare la relazione dei pezzi
d’esposizione con le vetrine e con l’architettura circostante, Dion si
accosta alla tematica dei sistemi di catalogazione enciclopedica e museale
con oggetti tridimensionali, in parte con progetti di collaborazione ed
installazioni.
A metà degli anni ‘80 Dion cercò di trasmettere in installazioni e
sculture la sua riflessione su film documentario e fotografie. Egli si
pose dei quesiti ecologico-culturali alla fine degli anni ‘80 e, dai primi
anni ‘90, riflette sul tipo di istituzioni, come il museo di storia
naturale o il museo di caccia, e sui loro precursori: le wunderkammer.
Nella sua installazione Scala Naturae
del 1994, Dion dispone diversi oggetti su una scala bianca a sé stante
nello spazio, composta da dieci scalini e sostenuta da due travi di legno.
Nel gradino più basso si trovano creazioni dell’uomo appartenenti alla
categoria Scientifica, come una freccia, una ruota dell’arcolaio, un libro
e una sveglia. I gradini successivi mostrano Naturaliae iniziando con
funghi, frutti ed ortaggi, per continuare poi con invertebrati marini come
coralli, spugne e stelle di mare, e molluschi come conchiglie, farfalle ed
altri insetti, piccoli vertebrati, un gatto e un’anatra impagliati, ed
infine un busto della scuola classica come esempio di Artificialia. Sia il
titolo dell’opera, inteso come scala a pioli o scala della natura, sia la
visualizzazione diretta di una gerarchizzazione a gradini rimandano alle
rappresentazioni del sistema di storia naturale di Le Peon della Histoire
Naturelle di Buffon. Lisa Corrin definisce l’installazione come
«sovversione dichiarata del tentativo aristotelico di classificare gli
esseri viventi in un sistema gerarchico.» L’autrice allude alla catena
immutabile degli esseri viventi che rimanda a Platone e ad Aristotele e
che, prima di Darwin, assumeva grande importanza nella teoria
dell’evoluzione.
La catalogazione degli oggetti di Dion si basa sia sulla catalogazione
tipica delle wunderkammer che sulla forma di presentazione sistematica.
Sebbene l’artista riunisca elementi culturali e naturali in un ambito di
presentazione visiva, esegue la loro classificazione in base ad un sistema
tassonomico approssimativo, come mostra anche il disegno preparatorio. I
preparati sotto spirito, le farfalle o l’anatra impagliata posta su di un
piedistallo corrispondono al tipo di preparato di un museo di storia
naturale. La disposizione su gradini ricorda la forma di presentazione
gerarchica su scala del Naturhistorisches Museum di Vienna e i
pianerottoli a sé stanti con scala nella navata centrale della Galerie de
Zoologie di Parigi, prima della sua riorganizzazione, che unisce il
riferimento architettonico mancante. La scala non è messa in relazione con
l’architettura circostante; è invece indipendente e lascia uno spazio
libero sopra il busto. Nel disegno, che tramite un più intenso
restringimento della scala forza verso l’alto l’elemento della
gerarchizzazione, non è riprodotto alcuno scenario, bensì il titolo in
alto a sinistra e la firma e la data in alto a destra. Gli oggetti
selezionati di questo sistema si differenziano tra quelli previsti nel
disegno e quelli oggettivamente utilizzati nell’installazione. Dion
intensifica in particolare lo spessore dei pezzi presentati e segue la
struttura di presentazione dei sistemi tassonomici, facendo crescere i
funghi d’albero dall’alzata del gradino e infilzando le farfalle in
verticale.
La disposizione è chiaramente oggetto di un’ironia mirata, in quanto Dion
posiziona sul gradino più basso le invenzioni dell’uomo, che, come la
sveglia, la candela bruciata o l’anfora rotta, rimandano al fattore tempo
di una temporalizzazione della storia naturale e di una natura morta
Vanitas tridimensionale. Alla qualità di natura morta dell’opera richiama
anche Erhard Schüttpelz. Egli definisce Scala Naturae come «memento mori
della molteplicità delle specie», intendendo la natura come «allegoria
della perdita irreparabile». Ciò non è sostenibile, perché l’opera,
nonostante il gradino più basso sovraccarico di simboli, presenta sezioni
inalterate della natura proprio come un museo di storia naturale, e nella
sua struttura immanente non tematizza alcun cambiamento, anche quando il
paragone con altre opere di Dion documenta una riflessione critica su temi
ecologici e culturali.
All’uomo, sul gradino più alto, viene attribuita una duplice definizione
sotto forma di busto classico: come specie e come opera d’arte da lui
realizzata. Il gradino più alto e quello più basso possono essere intesi
anche come parentesi contenutistiche, che demarcano, come punti angolari,
il sistema di catalogazione e classificazione prodotto dall’uomo e l’opera
dell’uomo.
Il
Curiosity Cabinet for the Wexner Center for the
Arts del 1996/97 sottolinea l’aspetto dell’illustrazione nella
visualizzazione di Dion della sua riflessione sulle forme di presentazione
museale. Dallo studio dei dipinti di Bruegel, Arcimboldo, Rembrandt e
Snyders egli elaborò nove categorie che suddivise in Naturalia – The
Underworld, The Sea, The Air e The Earth – e Artificalia – Knowledge (The
Library), Time, Vision e History, posizionando la nona categoria Humans al
centro, correlandola sia alla cultura che alla natura. Corrin vede
l’installazione come «ulteriore wunderkammer specifica del contesto, che
funge da museo all’interno di un museo». L’affermazione è fin qui poco
precisa, perché questo ordinamento in categorie non segue il «pensiero
cosmico» della presentazione equivalente in una co-presenza apparentemente
indiscriminata, sebbene lo suggerisca il titolo, e riflette già le
collezioni feudali specializzate. La disposizione degli oggetti segue
l’accostamento dei preparati come nelle collezioni del Naturhistorisches
Museum di Vienna oppure del Teylers Museum nell’olandese Haarlem, laddove
Dion forse rimanda anche al vincolo architettonico della struttura delle
wunderkammer. L’installazione intende proporre un riallestimento, sebbene
storicamente poco preciso, di una wunderkammer che illustra questo
patrimonio culturale passato seguendo principi didattici, esattamente come
un museo di storia orientato all’esperienza. L’installazione di un museo
nel museo venne realizzata già nel 1972 da Marcel Broodthaers, quando a
Documenta V mostrò una sezione del suo museo fittizio, la Section
Publicité, dedicata alla rappresentazione visiva e sistematica
dell’aquila. Nel 1968 inaugurò il Musée d’Art Moderne presso la propria
abitazione e lo ampliò fino al 1972 con numerose sezioni. Contrariamente
alle wunderkammer di Dion, il museo fittizio di Broodthaers era ideato
come parodia del museo, inizialmente costituito da casse vuote e
riproduzioni di dipinti famosi, e motivato dalla rivolta del 1968 e
dall’occupazione del Palais des Beaux-Arts di Bruxelles. La questione
della didattica è particolarmente interessante, in quanto proprio le
collezioni facenti riferimento a punti di vista tassonomici non accampano
alcun diritto su una forma di presentazione didattica, espongono invece
rappresentazioni di un sistema scientifico-gerarchico.
Nel 1998,
nell’esposizione post naturam — nach der Natur, Dion installò un orso
preistorico, dal titolo Grotto of the Sleeping
Bear — Revisited, in una vetrina del museo
geologicopaleontologico di Münster. In quest’opera egli richiamava una sua
installazione, Grotto of the Sleeping Bear,
creata l’anno precedente nell’ambito dell’esposizione Skulptur. Projekte
Münster 1997, dove, in una caverna artificiale nelle mura della città,
esponeva un orso bruno impagliato, circondato da ogni sorta di oggetti
d’uso comune che, nell’opera del 1998, aveva raggruppato attorno allo
scheletro. Dion fece installare la vetrina con lo scheletro dell’orso
conformemente all’ordine museale dell’istituzione, ovvero nello spazio
«Mammiferi dell’epoca glaciale», dove il tipo di vetrina si scostava
leggermente da quello degli spazi espositivi. Presentò lo scheletro in
modo simile all’orso installato un anno prima: in posizione di riposo, in
fogliame secco. Come minuziose fenditure tra le foglie, aggiunse gli
oggetti d’uso comune, tra cui una lattina di cola schiacciata. «I due
progetti citano due forme comuni di appropriazione o presentazione della
natura: Disneyland/bosco incantato e museo. Che cosa si avvicina di più
alla natura?» si domandano Gudrun Bott e Magdalena Broska, curatrici
dell’esposizione post naturam — nach der Natur. Il confronto
appareazzardato, eppure, proprio a causa dei pezzi d’esposizione, non si
tratta di forme di presentazione differenti, bensì di piani diversi.
Mentre l’orso impagliato, quale recente esemplare reale, rappresenta la
natura e le condizioni di vita perpetue di un orso, lo scheletro, quale
reperto paleontologico, è inserito in una forma di presentazione
storico-epocale. L’artista, aggiungendo gli oggetti quotidiani dell’uomo,
cerca di richiamare l’attenzione sulla costruzione culturale delle
immagini della natura, poiché, come Robert Smithson, è convinto che il
concetto di natura sia costruito culturalmente. Tuttavia mentre Smithson,
che non riusciva a trovare nulla di naturale nei musei di storia naturale,
si allontanava dal museo, Dion interviene nel contesto museale. Egli
critica: «Il museo di storia naturale — come costrutto culturale — non può
per lo più liberarsi dalla maledizione di un’ideologia della pura
obiettività scientifica.» Egli tenta così di aprire nuove prospettive
avvalendosi della metafora, dell’ironia, dell’umorismo e dell’autoriflessione
come «meat and potatoes of art and literature» nel senso di una
«post-scienza» della scienza. Nella sua opera al museo
geologico-paleontologico di Münster lavorò con similitudini strutturali
della presentazione, dove gli oggetti di tutti i giorni sfuggivano al
sistema.
Nel 2006-07 Dion riallestì The Tar Museum
alla galleria Georg Kargl Fine Arts di Vienna. All’entrata posizionò
lo scheletro incatramato di un orso delle caverne morto da lungo tempo.
Come corredi funerari, all’interno di una vasca di metallo incatramata, si
trovano diversi oggetti della cultura dell’uomo: una freccia, la ruota di
un carro, una chiave, delle posate fino ad un piatto sbeccato e libri —
uguali a quelli del paleontologo svizzero Alfred Bögli (Im Banne der
großen Höhle, Stoccarda 1972). La miscela vischiosa marronenera, prodotta
dal trattamento termico disgregante di sostanze naturali organiche come il
petrolio, viene presentata come simbolo dell’usurpazione distruttiva e
violenta della natura da parte dell’uomo. Dion intende il catrame come il
contrario dell’elemento nutritivo grasso, il contrario del fornitore di
energia di uomo e animale, perché il catrame, sebbene d’origine organica,
è in grado di distruggere la vita. In The Tar Museum Dion è vicino alle
opere scultoree realizzate fino a quel momento, come Tar and Feathers, e
con costanza prosegue la sua analisi della rappresentazione visiva della
natura, in atto fin dagli anni ‘80.
Il suo museo del catrame riunisce vicino allo scheletro dell’orso delle
caverne anatre e fenicotteri incatramati fino ad un coccodrillo, un
serpente e una rana, che egli sempre posiziona sulle rispettive casse da
imballaggio, utilizzate come piedistallo. Dion, con la sua presentazione
museale, mostra i musei di storia naturale come luoghi in cui le
conoscenze scientifiche sulla natura vengono proposte ad un ampio pubblico
e in cui, nel contempo, viene offerto uno sguardo sulla definizione delle
condizioni naturali, che non corrisponde al corso della natura. Sono le
verità apparenti propinate al pubblico che Dion mette criticamente in
discussione, ironizza e rinnova anche in modo costruttivo. Nel suo museo
la maggior parte degli animali non è semplicemente incatramata, la maggior
parte degli animali non è «reale». A differenza delle opere realizzate
fino ad ora, nelle quali Dion aveva incatramato animali impagliati,
l’artista questa volta utilizza esclusivamente calchi di preparati
animali, mettendo così in discussione il motivo principale della visita ai
musei di storia naturale: il fascino del reale. Egli crea lo spazio per
un’entusiasmante analisi dei criteri e dei valori di un museo, il lavoro
museale scientifico ed in particolare le aspettative dei visitatori.
Eppure che cosa è reale, che cosa è autentico? Possono i preparati
animali, le cui pelli e pellami provengono da un animale vero, essere
definiti autentici come parte della natura conservata e finora immutabile?
La comunicazione della reale morfologia di un fenotipo mediante un
organismo preparato, e perciò fortemente modificato, significa
autenticità, o non piuttosto ricostruzione? Il lupo nella
Mobile Wilderness Unit è più autentico
dei calchi animali ricoperti di catrame? Dion smentisce entrambe le
costruzioni che rappresentano sempre un modo di vedere ancorato nella
storia, motivato anche storicamente, e che dovrebbero trasportare
determinate ideologie. A differenza della presentazione museale, quella in
The Tar Museum è temporanea, come l’artista intende marcare utilizzando
come piedistalli delle casse da imballaggio. Eppure Dion non si limita ad
ampliare la forma di presentazione con arguzia ed ironia, ma basa la sua
catalogazione e la sua selezione degli oggetti sulla catalogazione e sulla
selezione tipiche delle wunderkammer e su forme di presentazione
sistematiche. Gli elementi naturali — integrati attorno a calchi
incatramati di un teschio e di uno scheletro umani come in una natura
morta — diventano elementi culturali. Una capanna con corna di cervo e
capriolo incatramate si associa a un capanno di caccia rivoltato verso
l’esterno, dove il catrame, come sangue, cola sulle porte fino a terra.
Gli animali sono stati uccisi, le loro corna e i loro pellami sono stati
lavorati per diventare trofei o pezzi da esposizione. I «preparati» di
Dion diventano con il loro rivestimento in catrame dei plastici artistici
con una buona dose di monumentalità. Sono fortemente connotati dalle
immagini trasmesse dai media di animali uccisi o morenti a causa del
petrolio fuoriuscito in incidenti di petroliere e, rispetto al carattere
monumentale delle presentazioni di storia naturale, diventano memoriali di
una crisi ecologica.
In modo manifesto, nelle opere precedenti, come
Taxonomy of Non-endangered Species del 1990, Dion rompe con la
forma di presentazione tassonomico-scientifica: una figura di Mickey Mouse
siede sul sesto piolo di una scala a nove pioli e tiene una lezione sulla
tassonomia, sul barone Cuvier e su Disneyland. A sinistra, sopra la sua
testa, sono presenti due mensole di legno scuro, sulle quali si trovano
rispettivamente cinque vasi di vetro con etichette scritte a mano e
animali di peluche colorati messi sotto spirito. L’artista, imitando una
presentazione museale, rimanda alla catalogazione tassonomica degli
animali di peluche; il suo intento tuttavia non è tanto quello di rompere
con ironia il sistema, quanto quello di richiamare l’attenzione sul
problema delle specie a rischio, come già annunciato dal titolo
Non-endangered Species. In altre installazioni come M. Cuvier «Discovers»
Extinction, Mickey Mouse racconta della distruzione della foresta pluviale
e della varietà di specie minacciate, e diventa ammonitore del collasso
ecologico imminente.
A questa impostazione presumibilmente didattica Dion contrappone la sua
marcata opposizione alla riorganizzazione del Muséum national d’Histoire
naturelle di Parigi. Egli ammoniva che un museo avrebbe decisamente corso
il rischio di non essere più un luogo di ricerca di questioni complesse,
ma di diventare la semplificazione di domande e risposte.
Negli ultimi anni Dion si dedica meno ad un’«estetica disneyana» e più
all’estetica delle forme di presentazione di storia naturale e naturaliste
dei musei, come artefatti del loro stesso passato. In tale contesto alcune
delle sue installazioni sono cariche di elementi illustrativi storici o
naturalisti, che Dion traduce nel tridimensionale. Mentre Candida Höfer e
Philippe Bréson nelle loro opere fotografiche si dedicano alle qualità
superficiali della presentazione e alle relazioni dei preparati, alle
vetrine e alla configurazione architettonica, Dion si occupa dei principi
dei sistemi di rappresentazione della storia naturale, avvalendosi di
forme di presentazione storica e di veicoli che egli considera «una forma
d’arte a sé stante».
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