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ADN-Kronos

Paradosso Italia: meno ricerca che in Corea

Si investe lo 0,9-1,14% Pil contro media europea dell'1,84%
 


Mercoledì 6 Aprile, 2009

"L'Italia è un paradosso: è un Paese così avanzato e industrializzato, e non mi spiego come mai investa così poco in ricerca e sviluppo". Parola di Janes Potocnik, commissario europeo per la ricerca, intervenuto oggi a Milano a un incontro organizzato dall'università Bocconi. Il Belpaese, riflette il commissario, "investe una cifra compresa fra lo 0,9% e l'1,14% del Pil", mentre "l'Europa ha una media dell'1,84%". L'Italia viene superata anche da Paesi emergenti come la Cina e la Corea. Ma il problema, sottolinea Potcnik, riguarda l'intera Europa che corre a una velocità inferiore a quella di altri Paesi, compresi quelli in via di sviluppo. "Gli Usa destinano alla ricerca il 2,62% del Pil. Ancora di più fanno il Giappone, che supera quota 3%, e la Corea che è allo stesso livello del gigante asiatico", spiega ancora il commissario Ue. Brasile e India, intanto, recuperano terreno. Per non parlare della Cina, aggiunge, "un continente che corre ed è scioccante che già oggi investa in ricerca e sviluppo l'1,42% del Pil. Confrontata con la classifica interna europea, si colloca allo stesso livello delle posizioni intermedie".

L'Europa su questo fronte è frammentata. "Si va da livelli di investimenti superiori al 4% del Pil, registrati in Svezia e Finlandia, a Paesi che si fermano a meno dell'1%". Come appunto l'Italia, che non brilla neanche nella graduatoria dell'innovazione stilata ogni anno dall'Ue. "I Paesi membri - osserva Potocnik - sono divisi in 4 grandi gruppi. Il primo è quello dei leader dell'innovazione, in cui rientrano Svizzera, Finlandia, Germania, Danimarca e Svezia". L'Italia è lontana dalla testa della classifica, "a due gruppi di distanza", ricorda il commissario, seguita solo dall'ultima categoria, quella dei Paesi più lenti. "A tutti i Paesi abbiamo chiesto quali sono, secondo loro, le politiche per arrivare al successo. I leader hanno risposto: sostenere la ricerca e incentivare la collaborazione internazionale". Il messaggio, ribadisce Potoknic, è: "La ricerca è l'unica via. E non può essere solo un commissario o un ministro a occuparsene. Se la società e tutto il Governo non danno peso a questo settore, allora non c'è niente da fare".

L'ultima politica Ue va in questa direzione: stimolare l'Europa a raggiungere livelli di investimenti in ricerca pari al 3% del Pil. Oggi, avverte il commissario, "siamo sempre più globalizzati. E l'Ue ha delle questioni da risolvere. Il problema è come mantenere standard di vita sostenibili e come reagire alla concorrenza esterna". L'Europa del futuro? "Deve puntare a diventare una società delle conoscenze in equilibrio con il sistema ambientale e con quello della previdenza sociale". Ma sul fronte della ricerca l'Ue ha bisogno anche di investitori del settore privato. "Non esistono Paesi con performance elevate e pochi investimenti privati - evidenzia Potocnik - La loro presenza in Europa è, però, problematica. Gli investimenti privati dovrebbero essere i due terzi del totale e invece sono fermi a poco più del 50%. In Italia anche meno. Ed è un problema strutturale". E' l'hi-tech a registrare la più elevata intensità di investimenti. Ai primi posti troviamo la farmaceutica e il biotech, settori in cui gli Usa sono più forti. "L'Europa spicca invece sul fronte della chimica e dell'automobile. E ciò spiega perché la quota di investimenti privati è più bassa nell'Ue", conclude Potocnik.
 

 

 


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